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L’inglese aziendal-finanziario del professor Renzi

L’OPINIONE
L’inglese aziendal-finanziario del professor Renzi

dizionario-inglese-renziano
Tempo di lettura: 9 minuti

Propongo un dialogo immaginario fra due rottamatori a proposito della cosiddetta buona scuola di Matteo Renzi.
Per comodità userò le loro iniziali anziché i loro nomi; quelle del primo rottamatore sono PD (che sta per Primo Decisini) e quelle del secondo sono PDL (cioè Pier Devoto Liberista).
P.D: Ci vediamo tomorrow al barcamp per organizzare il crowfunding?
F.I: Ok boy, sinceramente avrei proposto un world café per un Fab Lab .
P.D.: Ahimé non possiedo ancora il know how e purtroppo conosco solo i Fab Four.
F.I.: Sei un bonus a nulla!
P.D.: Se io sono old perché non conosco il significato di B.Y.O.D., tu sei proprio un hackaton!
F.I.: Non ti si può dire N.E.E.T.: hai la coding di paglia!
P.D.: Basta così: nonostante la spending review ti confesso che sei il mio user friendly preferito.
F.I.: Se vuoi essere cool fatti un work in progress tutto tuo!
P.D.: Se non la smetti di offendere chiamerò la policy .
F.I.: Sai cosa ti dico: Voucher a quel paese!!!
Ho scelto questo dialogo introduttivo, zeppo di termini inglesi (usati anche a sproposito) perché nella proposta cosiddetta di “buona scuola” del Presidente del consiglio Matteo Renzi succede la stessa identica cosa.
Nonostante si premetta che la proposta è stata “offerta ai cittadini italiani: ai genitori e ai nonni che ogni mattina accompagnano i loro figli e nipoti a scuola; ai fratelli e alle sorelle maggiori che sono già all’università; a chi lavora nella scuola o a chi sogna di farlo un giorno; ai sindaci e a quanti investono sul territorio”, l’impiego massiccio del linguaggio inglese non è affatto alla portata di tutti.
Sentendomi il primo degli ignoranti, mi rivolgo a coloro i quali non conoscono a fondo il significato di alcune parole contenute nel documento la “buona scuola”, per offrirne una traduzione e poi ipotizzare il senso del loro impiego.

Le frasi fra virgolette sono prese letteralmente dalla proposta “La Buona Scuola”:
Barcamp: rete internazionale di non conferenze aperte i cui contenuti sono proposti dai partecipanti stessi. Gli eventi si occupano soprattutto di temi legati alle innovazioni sull’uso del world wide web, del software libero e delle reti sociali.
Blended learning: nella ricerca educativa si riferisce ad un mix di ambienti d’apprendimento diversi.
Bring your own device: la traduzione è “porta il tuo dispositivo”. “La didattica viene fatta sui dispositivi di proprietà degli studenti e le istituzioni intervengono solo per fornirle a chi non se lo può permettere.”
Co-design jams: gruppo composto da professionisti operanti in diversi settori che credono nel design collaborativo, come strumento per dare risposte agli scenari complessi della società odierna.
Coding: programmazione.
Content and language integrated learning: insegnamento di una materia in un’altra lingua. “Va esteso significativamente anche nella scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado”.
Crowdfunding: la traduzione potrebbe essere “raccolta di denaro”. “Coinvolge tutti i cittadini e mira ad incentivare meccanismi di microfinanziamento diffuso a favore della scuola. I docenti, i genitori, gli studenti stessi saranno protagonisti.”
Data school nazionale: traduzione “dati della scuola”. “Tutti hanno l’esigenza di fare comprendere i propri dati, le sfide di bilancio, di amministrazione, di policy.”
Decision making: drocesso che porta a prendere una decisione, da parte di un individuo o di un gruppo.
Design challenge: “Una gara aperta per identificare la miglior soluzione tecnologica che aumenti la fruibilità delle informazioni.”
Digital makers: produttori digitali. “Ogni studente avrà l’opportunità di vivere un’esperienza di creatività e di acquisire consapevolezza digitale anche attraverso l’educazione all’uso positivo e critico dei social media e degli altri strumenti della rete.”
Early leavers: abbandono scolastico precoce. “Sono giovani disaffezionati ad una scuola che non riesce a tenerli con sé”.
Fab Lab: dall’inglese ‘fabrication laboratory’ è una piccola officina che offre servizi personalizzati di fabbricazione digitale.
Gamification: è l’utilizzo di elementi mutuati dai giochi e delle tecniche di game design in contesti esterni ai giochi
Good Law: traduzione “buona legge” ma nel contesto viene impiegato come semplificazione. “Da subito il Miur elaborerà delle Linee Guida perché i propri atti siano elaborati in un linguaggio comprensibile e di facile attuazione”.
Hackathon: evento al quale partecipano, a vario titolo, esperti di diversi settori dell’informatica: sviluppatori di software, programmatori e grafici web. “Per aumentare l’impatto dell’apertura, lanceremo in autunno il primo hackathon sui dati del Ministero, dalle stanze del Ministero”.
Living lab: nuovo approccio nelle attività di ricerca che consente agli utilizzatori di collaborare con i progettisti nello sviluppo e nella sperimentazione dei nuovi prodotti ad essi destinati.
Matching fund: proposta di un percorso che porta l’impresa a tornare protagonista. Uno scambio di valore che porta a crescita e sviluppo del business. “Il Governo valuterà di mettere a disposizione finanziamenti per fare matching fund”.
Mentor: persona che fa da guida e da consigliere ad una persona con minore esperienza.
Nudging: accessibilità. “All’estero li chiamano ‘good law’ e ‘nudging’, noi lo chiamiamo semplificazione, accessibilità, attuazione.”
Opening up education: educazione aperta. Consentirà agli studenti, agli operatori del settore e agli istituti di istruzione di condividere risorse educative aperte e liberamente utilizzabili. “Stiamo scommettendo sul fatto che la scuola abbia già in sé le soluzioni per il suo rinnovamento”.
Policy: linea di condotta.
Problem solving: indica il processo cognitivo messo in atto per analizzare la situazione problematica ed escogitare una soluzione
Service design: attività di pianificazione e organizzazione di personale, infrastrutture, comunicazione e materiali di un servizio, con lo scopo di migliorarne l’esperienza in termini di qualità ed interazione tra il fornitore del servizio e il consumatore finale.
Social impact bonds: obbligazioni ad impatto sociale. “Sono strumenti che mirano a creare un legame forte tra rendita economica e impatto sociale”.
School bonus: bonus fiscale per un portafoglio di investimenti privati (da parte di cittadini, associazioni, fondazioni, imprese) nella scuola.
School guarantee: mirato a premiare in maniera più marcata l’investimento nella scuola che crea occupazione giovanile.
Voucher: all’inglese (to) vouch: attestare, garantire. Sono documenti emessi da agenzie ai propri clienti, come conferma del diritto a godere di specifici servizi, in essi indicati e già pagati in precedenza all’agenzia stessa.
World cafés: metodologia che si ispira ai vecchi caffè, creando un ambiente di lavoro che inviti i partecipanti ad una discussione libera ed appassionata. [1]

“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!” diceva Nanni Moretti in una scena del film “Palombella rossa”, rivolgendosi ad una giornalista.
“Chi parla male, fa in modo che gli altri pensino male” dico io rivolgendomi a chi scrive di “buona scuola” in un modo che rasenta l’arroganza.
Perché, dunque, in un documento simile dove si parla di buona scuola, di semplificazione e di linguaggio comprensibile, si usano così tante parole prese dal vocabolario aziendal-finanziario?
Tento qualche risposta elementare…
Perché si cerca di stupire con effetti speciali (“Noi ne sappiamo a pacchi, voi non sapete niente”).
Perché l’uso della lingua inglese offre un esempio di modernità (“Noi siamo moderni, voi siete vecchi”).
Perché il linguaggio tecnico è usato dagli specialisti (“Noi conosciamo, voi siete ignoranti”).
Perché il linguaggio specialistico impedisce la comprensione a tutti (“Noi abbiamo studiato, voi non sapete”).
Perché il linguaggio difficile crea subordinazione (“Noi vi stupiamo con i paroloni, voi dovete fidarvi”).
Traducendo con il vecchio vocabolario pedagogico le parole della “buona scuola”, l’idea che esce dalla lettura complessiva e dalla sua traduzione è quella di uno stile aziendale, competitivo, classista, emarginante, ipocrita ed ignorante.
Quindi, se si usa un linguaggio simile, si sceglie di comunicare qualcosa a qualcuno, proprio in quel modo.
La proposta di “buona scuola” è scritta con un “cattivo linguaggio” perché esso contraddice alcune affermazioni di principio e sostiene invece l’idea di una scuola paragonabile ad un’azienda.
Ho sempre sostenuto che, volendolo, addirittura le leggi si possono scrivere in maniera buona, semplice e comprensibile; ne è un esempio l’articolo uno della Lip ovvero del Ddl “Norme generali sul sistema educativo d’istruzione statale nella scuola di base e nella scuola superiore. Definizione dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di nidi d’infanzia”.

Art. 1. (Princìpi)
1. Il sistema educativo di istruzione statale:
a) si ispira a princìpi di pluralismo e di laicità;
b) è finalizzato alla crescita e alla valorizzazione della persona umana, alla formazione del cittadino e della cittadina, all’acquisizione di conoscenze e competenze utili anche per l’inserimento nel mondo del lavoro, nel rispetto dei ritmi dell’età evolutiva, delle differenze e dell’identità di ciascuno e ciascuna, secondo i princìpi sanciti dalla Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dalla Convenzione sui diritti del fanciullo;
c) concorre altresì a rimuovere gli ostacoli di ordine economico, sociale, culturale e di genere, che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e delle cittadine;
d) garantisce la partecipazione democratica al suo governo da parte di docenti, educatori, personale ausiliario-tecnico-amministrativo, genitori e studenti.

Ancora a proposito di parole, nelle 136 pagine de “La Buona Scuola”, il termine “competizione” batte il termine “cooperazione” 5 a 0 (il primo viene nominato 5 volte, il secondo nessuna) mentre il vocabolo “economia” batte “costituzione” 8 a 2. Vorrà pur dire qualcosa!
In conclusione, se la scuola della Gelmini era quella delle tre I: Internet, Inglese, Impresa, quella di Matteo Renzi si caratterizza per essere quella delle tre F: Falsa, Frivola e Furba, perché mette in vendita vecchie idee liberiste spacciandole per nuove proposte, perché mette in vendita proposte superficiali spacciandole per affascinanti, perché mette in vendita la scuola spacciandola per un’azienda.

[1] Naturalmente sono ben accetti i suggerimenti di tutti coloro che sono in grado di fornire una definizione migliore dei termini inglesi che ho indicato.

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