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Italia col freno tirato.
Pensieri macroeconomici

L’OPINIONE
Italia col freno tirato.
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Tentare di parlare di macroeconomia con parole semplici non è facile. Si tratta di un tema complesso, che comunque spesso viene affrontato da addetti ai lavori in cui ai cittadini rimane la sensazione continua di impotenza rispetto alle criticità che si aggravano sempre e non si risolvono mai. Bisognerebbe trovare il modo di rendere comprensibile la situazione e non solo di chiedere sacrifici. I cittadini lo chiedono. Pur avendo anche qualche titolo per parlarne, non credo di essere all’altezza, proverò dunque solo a interpretare alcuni concetti in libertà.
Non si può non partire da una certezza: l’andamento dell’attività economica ha deluso le attese di ripresa. L’economia per molti è riuscita a interrompere la fase di caduta, ma non è ancora riuscita ad avviare una fase di recupero dei livelli produttivi. Molti contavano su una ripresa della fiducia a cui però non ha corrisposto una fase di rafforzamento del ciclo economico. Questo è un punto critico, tuttora difficile da spiegare, e che rende più complessa la valutazione delle condizioni dell’economia italiana.
La stima preliminare del Pil relativa al 2014 si sta rivelando peggiore delle attese e i segnali poco incoraggianti, provenienti dagli indicatori congiunturali europei, definiscono un quadro per l’anno in corso particolarmente deludente. In realtà, il processo di continua revisione al ribasso delle previsioni è una caratteristica che ha accomunato l’intero periodo della crisi; l’economia italiana ha cioè costantemente deluso anche le attese più prudenti per diversi anni.
Il confronto Usa-Ue non aiuta. Le tendenze recenti hanno fatto emergere un ampliamento nelle divergenze fra la situazione congiunturale americana ed europea. E le distanze in termini di crescita fra Usa ed eurozona paiono allargarsi ancora. Gli indicatori della congiuntura Usa vanno infatti molto meglio di quelli europei. In America il recupero della domanda di lavoro è riuscito in tempi relativamente brevi a contrastare la disoccupazione, mentre in Europa la criticità sul mercato del lavoro è aumentata nel corso degli ultimi mesi, ma il problema c’è da anni. I dati degli ultimi periodi non sono confortanti, e non a caso la Bce si è detta preoccupata delle tendenze in corso. Forti sono i rischi che la congiuntura dell’area euro e l’aumento della disoccupazione possano trascinare l’eurozona verso una fase di deflazione. La classica relazione disoccupazione-inflazione sembra cioè rappresentare in maniera abbastanza efficace quanto sta accadendo nell’area euro. Se il sistema dovesse entrare in una fase di deflazione, la probabilità di una nuova recessione il prossimo anno si farebbe concreta. Uno dei problemi più gravi poi è dato dalla disoccupazione.
In Italia, in particolare, il numero di disoccupati continua ad aumentare e il tasso di disoccupazione è salito. L’indicatore ha toccato il suo picco nel Mezzogiorno dove ha raggiunto un quinto della popolazione, risultando particolarmente drammatico per le donne e i giovani. Purtroppo il numero di occupati è diminuito in tutti i settori economici, in particolare nell’agricoltura e nelle costruzioni, ma anche nell’industria la riduzione è rallentata, così come nel terziario. La gravità che accomuna l’andamento dell’occupazione nei vari settori è che si tratta dell’andamento peggiore che ha caratterizzato le regioni meridionali, concorrendo ad ampliare sempre di più il divario tra Nord e Sud del Paese.
Un tema sicuramente da approfondire però è che la debolezza della congiuntura italiana è in contraddizione con la relativa vivacità degli indicatori del clima di fiducia, in miglioramento per alcuni mesi, ma già in ripiegamento di recente. Se i dati sulla fiducia delle famiglie non hanno dunque chiarito l’analisi sulla divergenza fra valutazioni qualitative e comportamenti reali, invece, purtroppo, quelli sulla fiducia delle imprese hanno addirittura contribuito ad ampliare il divario.
Per questo fine anno si prospettano confermati i rischi di tensioni geopolitiche, a partire dal persistente grave rallentamento del commercio con i paesi dell’Europa dell’est. Il persistere di un freno all’export ci priverebbe dell’unica componente in grado di fornire un sostegno allo sviluppo, condizionando quindi anche le prospettive per il 2015. L’evoluzione della crisi ha già provocato una caduta delle esportazioni verso la Russia da parte delle economie dell’area euro, e nei prossimi mesi l’interscambio con l’area dell’Europa orientale dovrebbe rallentare ulteriormente per effetto dell’embargo sugli scambi commerciali. Alla crisi politica si è aggiunta ad una fase di contrazione delle esportazioni verso i paesi emergenti. A questo si aggiunge che gli indicatori congiunturali per l’Italia hanno iniziato a peggiorare, più di quelli del resto dell’area euro.
L’incertezza continua a condizionare i comportamenti delle famiglie, e questo potrebbe influenzare l’andamento del tasso di risparmio nel corso dei prossimi mesi. La previsione al ribasso delle stime di crescita per il 2014, potrebbe acutizzare anche un ridimensionamento delle prospettive per il prossimo anno.
Saranno lunghi i tempi per una riattivazione del ciclo degli investimenti degli imprenditori. Il loro obiettivo principale resterà quello di minimizzare il fabbisogno di liquidità e ridimensionare il grado di esposizione verso le banche. Ridurre i costi, ridurre i rischi, limitare le variabili.
Le difficoltà che hanno caratterizzato la nostra economia sembrano infatti riconducibili ad una particolare cautela delle imprese al momento nella definizione dei propri programmi di spesa, ma anche da parte delle famiglie. Questa prudenza è coerente con un cambiamento nei comportamenti di consumo, come si diceva, legato alla percezione di prospettive di medio termine molto incerte.
In sintesi, in Italia la crescita non riparte nonostante diversi indicatori avessero anticipato una ripresa. La probabilità di una variazione positiva del Pil quest’anno si è molto ridotta e, a meno di un’inversione di tendenza a breve, anche le stime sul 2015 la sembrano confermare. La finanza pubblica dunque risente di questo quadro macro e si dimostra distante dal rispetto degli obiettivi istituzionali, nonostante gli impegni presi. E’ allora difficile, anche con un programma di riforme ambizioso, ribaltare le aspettative di crescita. Le modeste attese di crescita condizionano le prospettive di stabilizzazione del rapporto fra debito pubblico e Pil. L’inversione del ciclo negativo sarà dunque più faticosa del previsto.
La ripresa sarà lenta e fragile, ma non si deve pensare che non sia possibile. Ci vorrà solo più tempo.

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