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La Lega e il linguaggio dopo Auschwitz

L’OPINIONE
La Lega e il linguaggio dopo Auschwitz

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Ho letto la cronaca della manifestazione della Lega a Roma. Un corteo composto di presenze inquietanti: croci celtiche, striscioni con il volto di Mussolini, Casa Pound. Le frasi pronunciate da Salvini: violente, intolleranti, volgari. L’isteria dell’on. Melloni in rappresentanza dei “Fratelli d’Italia”, altra sigla di nostalgici di una destra aggressiva e anti-europea. Sì, perché non bisogna dimenticare che la peggiore destra italiana ha le sue radici nella coppia Mussolini-Hitler che scatenò una guerra mondiale contro le democrazie e contro l’Europa. Se possedessero un minimo di pudore e di senso della storia tragica del novecento, i leghisti e i “Fratelli d’Italia” modererebbero il linguaggio da crociata contro l’euro e contro l’Unione Europea.
Ma vorrei tornare al tema del linguaggio. Chiedo soccorso ad una delle nostre più capaci filosofe: Donatella Di Cesare. Cito da un suo libro importante: “Bisogna pensare il linguaggio a partire da Auschwitz, dopo Auschwitz. Si potrebbe chiedere: che cosa c’entra Auschwitz? E’ a partire da ‘quello che è accaduto’, e dopo ‘quello che è accaduto’; è da quella situazione-limite, dove il limite della ‘conditio humana’ è divenuto centro della ‘conditio inhumana’, e l’eccezione si è fatta regola, che è indispensabile ripensare il linguaggio, riflettere responsabilmente sul parlare e sul comprendere. Ogni questione di linguaggio e di uso delle parole è sempre questione eminentemente morale e politica.” ( “Utopia del comprendere” Il Melangolo). Dedico questa riflessione ai disinvolti dirigenti della Lega che, per una miserabile manciata di voti, intossicano le menti dei loro seguaci con veleni razzisti e slogan violenti che possono creare solo guai.
Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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