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Luca Bretta cantautore disconnesso mette in musica la generazione ‘tecno’

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“La musica è la mia compagna di viaggio” è una delle prime cose che mi dice Luca Bretta quando lo incontro, al tramonto, in piazza Ariostea. Un metro e 85 d’altezza, capelli castani ricci, un fisico estremamente asciutto, “peserò 20 chili” dice con la sua grande autoironia, e una grandissima passione, quella per la musica.

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Luca Bretta

Luca Bretta nasce a Cento il 25 gennaio del 1991 e a 5 anni si trasferisce prima a Selva di Cadore, poi a Madonna di Campiglio, infine fa ritorno in Emilia e si stabilisce a Ferrara per motivi di studio. Fin da piccolino manifesta la passione per la musica, specialmente per il pop: “A 7/8 anni scrivevo canzoni d’amore senza nemmeno conoscerne il significato, volevo imitare quelli più grandi di me. Ho iniziato a suonare seriamente a 15 anni, a quell’età entra in gioco la fase dell’alternativismo; mi regalarono una chitarra, ma mi sembrava troppo banale perciò iniziai a suonare il basso. Fondai la mia prima band, gli Hot Funky Style; eravamo quattro sfegatati dei Red hot chili peppers e insieme abbiamo inciso un album”.

Luca ha frequentato il liceo scientifico nel piccolo comune di Tione di Trento e a scuola, con il suo gruppo, aveva iniziato a riscuotere un discreto successo. Ma aveva già iniziato da tempo ad esibirsi, “Quando avevo 9 anni ho registrato su una cassetta i dieci brani che avevo scritto, poi, insieme al mio caro amico Jacopo Deltedesco a cui oggi devo molto, sono andato in piazza, in un paesino di circa 300 abitanti. Ci siamo muniti di stendipanni, tovaglia e tastierina e abbiamo dato vita alla nostra prima esibizione pubblica. Eravamo gli Extra, devo dire che abbiamo avuto molto coraggio. Ma è stato nel 2007 che sono stato messo alla prova, sopportando il tasso più alto di tensione della mia vita. Avevo iniziato a suonare il basso e ancora non avevo fondato il mio primo gruppo. Un giorno mi chiesero di esibirmi sul palco della scuola, con la band più “cool” dell’istituto, ma io non avevo mai suonato né con una band, né al di fuori della mia camera da letto. Mi sono sentito morire, ma è stata un’esperienza indescrivibile. Da quel giorno la mia popolarità a scuola cambiò in meglio”.

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Bretta al festival show (foto di © Vito Cecchetto)

A parte il fratello dj, nessun membro della famiglia è musicista, ma Luca parla di una sorta di passione intrinseca che accomuna lui e i suoi familiari. “Mio padre avrebbe sempre voluto suonare, mi appoggia molto e cerca sempre di darmi dei consigli. Tutti nella mia famiglia adorano la musica ma nessuno, a parte me, ha mai coltivato questa passione”. Per ogni artista, a qualunque tipo di arte si dedichi, iniziare è spesso difficile, ma Bretta non si abbatte mai. “Mi sono sempre considerato un ‘loser’, ho partecipato a diversi concorsi ma non ne ho mai vinto uno. Non mi reputo un gran cantante, faccio musica perché mi diverte e mi fa star bene”. Mi racconta che l’unico vero riconoscimento ricevuto è l’essere arrivato in finale al Festival show ed essersi esibito all’Arena di Verona. E’ inoltre arrivato per due anni consecutivi alle semifinali del Festival di Castrocaro e nell’estate del 2013 è stato selezionato per il Corona socialice tour, durante il quale ha portato la sua musica su numerose spiagge italiane. Grandi soddisfazioni ed eventi importanti, ma tutto questo Luca Bretta lo racconta con sincera modestia, senza mai prendersi troppo sul serio. E’ un ragazzo semplice che ascolta gli Oasis, i The kooks, i Red hot chili peppers, che apprezza tutto il brit-pop e si ispira a Cesare Cremonini e a Vasco Rossi. “Metto esclusivamente biografia nelle mie canzoni. Del Blasco mi piace il suo inserire esperienze di vita nei testi che scrive. Nei miei brani nasce molto spesso prima la musica: se c’è qualcosa che mi turba o mi influenza prendo la chitarra o mi siedo al pianoforte e inizio a comporre. Spesso è la musica a suggerirmi le parole. Per realizzare un brano posso metterci qualche giorno, ma solitamente mi basta qualche minuto. Nella musica sfogo tutta la mia creatività”.

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Copertina del cd d’esordio

E questa sua creatività è appena stata confezionata nel suo album d’esordio, “Disconnesso“, anticipato da “Visualizzato“, un brano pop/rock elettronico che parla della dipendenza delle nuove generazioni verso tutto ciò che è tecnologico. “Con questo disco ho deciso di mettere a nudo una parte della mia vita. Ci sono due aspetti della mia personalità, una parte riflessiva-romantica e una “fancazzista” ed è quest’ultima che ho voluto mettere nell’album. Devo ringraziare Alan Bignardi, Enrico Dolcetto e Agostino Raimo con cui suono abitualmente e che mi hanno aiutato con gli arrangiamenti. Ho rischiato l’esaurimento nervoso, ma volevo che tutto fosse perfetto. Ho speso tutti i miei risparmi per questo disco, ma la soddisfazione è stata enorme”.

Disconnesso” contiene 10 brani scritti in diversi momenti della sua vita e 4 bonus track, alcune molto divertenti a partire dallo stesso titolo, come “Mi cascano le braghe”. Rispondendo alla domanda, quale brano preferisce, dice, “É come chiedere a un genitore “Qual è il tuo figlio preferito?”, sono tutte mie creazioni e ciascuna a suo modo parla di me e del mio mondo. Forse la canzone di cui vado più fiero è “Studio a Fe” perché è nata con il cuore, in maniera spontanea; rispecchia una parte della mia vita e penso che ogni anno possa esserci qualcuno che si rispecchia nelle mie parole”. “Studio a Fe” parla di un ragazzo che lascia il proprio paese per venire a studiare nella nostra città, andando incontro a tutti i pregi e i difetti che Ferrara può offrire a un ragazzo giovane e pieno di voglia di vivere. “Questo brano è come una fotografia e il fatto che rimanga, che possa non invecchiare mai, per me significa molto”.

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Bretta con la chitarra

Se si pensa a Luca Bretta lo si immagina sempre con la chitarra in mano, come si vede da molti dei suoi video musicali quali “Principessa della porta accanto” e “Mi cascano le braghe“. Ma questo non è l’unico strumento che Luca suona, anche se, dice, “alla fine ho fatto della chitarra il mio strumento principale”, nonostante la considerasse “banale” quando gliela regalarono a 15 anni. Come la chitarra, ha imparato a suonare da solo anche il basso, è un autodidatta. Con la sua solita genuina modestia Luca mi racconta di avere anche “conoscenze basilari” di batteria, che ha studiato per un annetto in quinta liceo, e di pianoforte, a cui si è dedicato per un altro anno prendendo lezioni a Ferrara. Ed è proprio il legame che Luca ha con la nostra città che cerco di indagare.

“Quando sono arrivato qui volevo andarmene, mi sembrava una città troppo grande. A Ferrara mi si è aperto un mondo e ho vissuto una fase sentimentale-romantica che mi ha portato a comporre diversi brani in inglese, tutti molto nostalgici. Sentivo la mancanza della mia famiglia, come penso capiti alla maggior parte dei ragazzi che lasciano casa per andare a studiare o lavorare altrove. Ora mi trovo bene, non sono mai stato un amante del “casino assoluto” e Ferrara è una via di mezzo tra la città e la tranquillità di paese”. Come dice nel brano diventato simbolo degli universitari ferraresi, “io me ne vado a studiare a Fe e se ci rimango forse un motivo c’è”. Luca mi spiega che questa canzone è si molto allegra, a tratti spiritosa, ma è anche simbolo di “rinuncia” con cui intende dire “questo è quello che abbiamo, facciamocelo andare bene”. Spirito di adattamento e capacità di apprezzare ciò che la vita gli offre.
Si è trasferito a Ferrara per studiare farmacia, è un ambito che gli interessa molto ma che non è mai stato la sua “prima aspirazione”. Luca sogna di fare il cantautore e ha tutto l’appoggio della sua famiglia. I suoi genitori lo hanno sempre sostenuto, specialmente da quando ha pubblicato il suo primo disco con la band; quel giorno si sono accorti che fa sul serio: “Senza il loro appoggio non riuscirei a dedicarmi così appieno alla musica”.

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Luca Bretta in Piazza Ariostea a Ferrara, durante l’intervista

Bretta è un ragazzo solare, semplice e dice che gli amici lo prendono in giro per la sua timidezza, “poi però conoscono le mie canzoni a memoria” mi racconta con il sorriso sulle labbra. Quando gli chiedo di parlarmi dei suoi pregi e dei suoi difetti mi guarda e mi dice di ascoltare il brano n° 8 del cd dove dice “prima o poi ti accorgerai che non ho difetti”. Ancora una volta Luca fa dell’autoironia. Racconta di essere pigro, (ma mai per la musica!), e allo stesso tempo molto determinato. “Io sono disconnesso, proprio come il titolo del mio album. Spesso quando parlo mi perdo, inizio a fantasticare, ma credo che essere ‘disconnessi’ possa essere anche un pregio. Più si cresce, più si sente il peso delle responsabilità e si fa fatica a disconnettersi dai problemi e dai pensieri, per questo cerco sempre di vedere il lato positivo delle cose”.
Con la sua simpatia, maschera quell’insicurezza che ha chiunque si ponga degli obiettivi importanti: “Più uno pensa in grande, più vede moltissimi ostacoli davanti a sé. L’importante è rimanere sempre se stessi.” Avere personalità è quindi fondamentale per il giovane cantautore. “Ho partecipato a diversi casting, ma se dovessero mai selezionarmi per un talent show, voglio che mi prendano per quello che sono, non voglio scendere a compromessi; ho una mia personalità e non mi lascio costruire. Credo che i talent siano un ottimo trampolino di lancio, una bella opportunità, a patto che non ci si lasci snaturare”. Parlando del futuro, dice: “Mi piacerebbe partecipare a Sanremo, ma il mio obiettivo maggiore è far si che la gente si senta bene ascoltando la mia musica”.
Bretta è un ventiquatrenne che oltre a suonare e cantare ha altri sani passatempi. Fino alla quinta liceo ha giocato a calcio e oggi è maestro di sci, un hobby che con il tempo è diventato anche un mestiere. Ma c’è solo una passione in cui Luca mette cuore e anima, la musica, e nonostante le difficoltà che comporta il dedicarsi a quest’arte, lui non si arrende. “Non ho mai pensato di mollare perché non vedo la musica come una corsa alla gloria. Non si “deve” diventare famosi per forza, dipende tutto dal proprio destino. E’ importante essere sempre consapevoli di ciò che si fa, ma senza fare della propria passione un’ossessione”.

Mentre prendo congedo da lui, Luca mi regala una copia del disco che ha appena inciso e, ripensando alle sue parole, mi rendo conto di non avergli posto la domanda più importante. “Per me la musica è prima di tutto consapevolezza, devo capire quello che faccio e soprattutto essere sempre conscio di chi sono. Questa mia passione mi è indispensabile, non potrò mai farne a meno. La musica per me è allo stesso tempo spensieratezza e concretizzazione dei mie pensieri. La musica è libertà”

Da oggi è disponibile sul canale ufficiale di Luca Bretta anche il video “La mia cameretta” [vedi].

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