Home > ALTRI SGUARDI > Ma noi non siamo Numeri
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Numeri che inondano le nostre giornate, sciorinati con una scansione regolare e puntuale che noi attendiamo. Numeri che hanno sostituito il linguaggio verbale consueto con una repentinità a cui ci stiamo ancora abituando, e chissà se ci abitueremo fino in fondo. Hanno assunto in queste settimane un ruolo di protagonisti assoluti delle nostre esistenze e rivendicano rispetto reverenziale, primaria attenzione e credibilità indiscutibile.
Ma i numeri da soli non parlano, anche se il loro potere rappresentativo nella descrizione di questo momento storico può scatenare pensieri, associazioni e reazioni in tutti noi, con immagini e scenari che elaboriamo a modo nostro; a volte li interpretiamo come sensati e verosimili, altre fuorviati e distorti oppure catastrofici o veritieri, realistici, attendibili, approssimativi, indicativi.
Ciascuno di noi si approccia a quei numeri con il proprio bagaglio di emotività e conoscenza che attribuisce loro un peso e un valore. Ma dietro i numeri ci sono i nomi, le vite, le esperienze di ciascuna persona rappresentata, di ciascun evento che la riguarda, di ciò che è in grado di fare o ha lasciato dietro di sé, del suo mondo e dei suoi sentimenti, dei suoi errori, tentativi, successi e insuccessi, lacune e valori, delle sue sofferenze. Ogni persona col suo percorso, la sua evoluzione, le aspettative, i programmi, le proiezioni, le realizzazioni.
I numeri non possono raccontare tutto questo, possono solo indicare quantità. Numeri ufficiali, numeri presunti, numeri di contagi giornalieri, di tamponi fatti, di pazienti in terapia intensiva; numeri di respiratori di cui si ha urgenza, numeri di guariti, delle rsa in situazioni drammatiche. E poi ancora, i numeri delle equipe di medici e personale sanitario e assistenziale, quelle internazionali che arrivano a soccorrerci, dei volontari, di esercizi e aziende chiuse, di famiglie in difficoltà. I numeri dei paesi delle zone rosse, più rosse delle altre; i numeri dei miliardi necessari per far fronte alla crisi e ricostruire il ‘post’.
Siamo numeri anche per quella Comunità europea in cui abbiamo sempre creduto. Il linguaggio del conteggio è quello che prevale sul linguaggio della vera narrazione dove solo le parole, una di fila all’altra, possono parlare di vita e di morte, possono esprimere il dolore di non aver potuto accompagnare i propri morti nel momento finale e stringere loro la mano, la gioia di avercela fatta, il timore del contagio, il disagio di questa inaspettata e pesante virata nelle nostre salde abitudini e pseudo-certezze.
Ma non saranno i numeri a toglierci la voglia di confrontarci, raccontarci, esprimerci liberando parole cariche di significati e sentimenti che vanno aldilà del freddo calcolo dei camion militari che trasportano i nostri poveri defunti, degli ammalati aldilà del vetro della rianimazione, dei positivi in quarantena e, fortunatamente, di coloro risultati guariti.
Non perdiamo la nostra umanità, la voglia di quella libertà che fa correre parole di compassione, comprensione, vicinanza, propositività, progettualità, speranza, determinazione e voglia di futuro.

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