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Maschio e virile, le stesse parole settant’anni dopo

Jean-Claude_Juncker
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Rivedendo il bellissimo Una giornata particolare del grande regista Ettore Scola sono rimasto affascinato dal cinegiornale che apriva il film e che fa, in un certo senso, da commento e da colonna sonora all’azione filmica. Il treno con Hitler e i gerarchi arriva a Roma il 6 maggio 1938 accolto da Mussolini e dal re d’Italia che trascina la sua sciaboletta gigantesca per supplire alla statura non eccelsa. Nel cinegiornale commentata da una voce maschia e vibrante sfilano i gagliardetti, le braccia alzate, tutta l’orrenda messa in scena di quel funebre arrivo che Montale fulminò in una delle sue più tragiche e straordinarie poesie: La primavera hitleriana ne La Bufera e altro che prende lo spunto dalla visita il 9 maggio dello stesso anno quando i due alleati percorsero le vie di Firenze: “Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale/tra un alalà di scherani..”. Continua la ben nota voce del cinegiornale a raccontare come l’atteggiamento dei volontari, delle forze militari che inneggiano all’alleato tedesco e che accompagnano la coppia curiosamente simile nella struttura fisica, specie vista dal lato b a Stanlio e Ollio, sia improntata a una forza indomita per cui – ripetuta ben quattro volte- alte si levano le voci maschie e virili a inneggiare alla potenza della guerra e della forza.
Settantasette anni passano nel frattempo da quell’infausto 1938. L’Europa si confronta con un’Italia sempre più attenta e attiva nelle sue rivendicazioni con un duro scontro tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, una baruffa che viene stemperata da una frase agghiacciante che pochi hanno saputo collegare a quella “giornata particolare” del film di Scola. Commenta Juncker che lo scontro tra Italia ed Europa è stato caratterizzato da “uno scambio di parole, virili, maschie.”
Incredibile! E ci si affanna a dire che il tono di Juncker era ironico: ma mi faccia il piacere! direbbe Totò.
Mentre l’Italia si strazia sulle unioni civili e si prospettano i mille cavilli di un voto che ancora una volta divide l’Italia, il film di Scola con una dignità capace per forza d’arte di affondare il bisturi nella carne dolente della omofobia racconta la storia di uno speaker dell’Eiar che viene allontanato da lavoro e alla fine della giornata particolare mandato al confino perché omosessuale.
E chi non ricorda il triangolo rosa che identificava nei lager nazisti gli omosessuali?
Ma ancora si osa nell’Europa unita (si fa per dire) di disputare e di litigare con parole maschie e virili?
E nella profonda gola di quelle orride curve degli stadi dove si commettono le violenze più ripugnanti la massima offesa è di dare del “finocchio” a un mister qualsiasi.
Non dimentichiamo che il reato di omosessualità viene abolito in Inghilterra negli anni Ottanta del secolo scorso e ben lo seppe il grande Oscar Wilde che venne condannato ai lavori forzati per quel reato; eppure fa senso che dopo un centinaio d’anni il termine abbia ancora quella forza offensiva che nessuna laica forma di pensiero riesce a sradicare all’Occidente illuminista.
L’omosessualità tollerata tra gli eccentrici della moda, dello spettacolo, dell’arte, anzi, esaltata come segno distintivo della diversità intesa come valore aggiunto già aveva subito una straordinaria disamina negli Occhiali d’oro di Giorgio Bassani ma anche nei bei romanzi del cugino dello stesso scrittore Gianfranco Rossi. Diversità come, in fondo, elezione e scelta. Eppure ancora tra chi vive la vita ‘normale’ essere omosessuale è chiaramente se non un reato un’offesa. E sanguinosa. Nella nostra città lo schiocco fonico di ‘fnocc’ colpisce duramente non perché la persona a cui è rivolto lo sia o non lo sia, ma perché è un’offesa. Dura. Si sa che negli ambienti sportivi è necessario nasconderla. Specie in quelli maschili o prevalentemente maschili come il calcio mentre in altri dove eccelle anche l’elemento femminile come il tennis è non solo tollerato ma addirittura accettato. Anche questo è un atteggiamento tipicamente maschilista. Le lesbiche sono non solo tollerate ma incitate nella perversione maschile a sollazzare lo sguardo del maschio. Purché non rivendichino il loro statuto di madri, capaci di svolgere anche il ruolo paterno. Allora scatta la censura che ha avuto e ha tuttora l’ incrollabile fede che condanna ogni atto di misericordia.
In barba al giubileo di Papa Francesco.
Così tra un family day e le sfilate dell’orgoglio omosessuale l’Italia non sceglie ma si limita a dibattere con parole, “maschie, virili” il ruolo che vuole e pretende da un’Europa che pensa e si compiace di trasformare gli Stati in una gigantesca impresa economica.
Ed è questo il ruolo dei maschi?

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