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di Carl Macke

Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni della mia infanzia e gioventù, tutti i vecchi, dagli ex nazisti (tantissimi), agli antifascisti (pochi), arrivando fino agli indifferenti (la maggioranza), hanno sempre parlato del libro “Mein Kampf” (La mia battaglia) di Adolf Hitler come di un capolavoro letterario, anche se in verità lo dicevano sottovoce. In realtà quasi nessuno l’ha letto per davvero “Mein Kampf”, semplicemente perché è un libro terribilmente noioso e assai faticoso da leggere.
Devo confessare che quel brodo ideologico sulle razze e la razza germanica, sugli ebrei e “das deutsche Herrenvolk” (i tedeschi come signori del mondo) e così via non mi ha mai interessato granché. Erano cose ormai estranee in quegli anni, gli anni della modernizzazione della Germania del dopoguerra. E nemmeno la nuova edizione del libro, con il commento critico di storici e specialisti dell’epoca nazista, non è servita a stimolarmi alcun interesse.
Ora mi chiedo: per quale motivo, con un ritardo di settant’anni, qualcuno dovrebbe mettersi a leggere un libro di quasi duemila pagine come “Mein Kampf”? Il 31 dicembre 2015, trascorsi settant’anni dalla morte del Führer e a novant’anni dalla prima edizione, sono scaduti i diritti d’autore del libro. Nel ’45, dopo la capitolazione tedesca, gli Alleati avevano assegnato per competenza al Land della Baviera, che ne vietò la riedizione, la custodia dei diritti del “Mein Kampf”. Ma anche durante il periodo di clandestinità della sua pubblicazione tutti gli storici hanno parlato e discusso liberamente il suo contenuto sia nei dibattiti pubblici che nelle università. Si trattava sempre di discussioni serie e mai di glorificazioni di Hitler o del suo libro, un libro, va detto, noioso, confuso, fumoso e scritto male.
Ma al di fuori dei dibattiti seri e ufficiali, rimaneva sempre anche una grande curiosità, soprattutto da parte dei gruppi neonazisti, in fondo si trattava del manifesto del loro idolo Adolf Hitler. Tuttavia, ho il sospetto che nemmeno loro abbiano mai letto “Mein Kampf” fino in fondo. Per loro era sufficiente citare due o tre frasi di Hitler per legittimare, almeno a fior di labbra, l’odierna lotta contro il complotto globale degli ebrei o di altri presunti nemici della “vera cultura tedesca”.
Mi pare comunque giusta e doverosa la ripubblicazione del libro integrata da una corposa annotazione filologica con i commenti degli storici sulle bugie e l’odio di Hitler verso tutti i non appartenenti ai “veri germanici”. Non credo che questa nuova edizione possa creare pericoli politici o culturali di sorta nella Germania di oggi. Ma è anche vero che il contesto politico della pubblicazione, in questi giorni, non è affatto piacevole. Si sente dappertutto, e non solo nell’ex Germania dell’Est, un fortissimo vento populista ostile verso i profughi, soprattutto di fede islamica. L’antieuropeismo di oggi è un po’ come l’anticomunismo di una volta, ma ancora più feroce e aggressivo, fortemente contrario ai valori di un’Europa come quella sognata a Ventotene dopo il fascismo.
Con tutto ciò, una conservatrice protestante come Angela Merkel è diventata per la Destra tedesca, inclusi alcuni esponenti del suo stesso partito CDU, il “diavolo in persona” perché ha aperto le porte della Germania verso la “valanga straniera” che distrugge il “Modello Tedesco”. In questi giorni siamo testimoni della nascita di una strana alleanza politica “anti-Angela” tra l’ultra Sinistra e l’estrema Destra tedesca, unite insieme contro l’europeista e la “falsa buonista” Merkel. Forse stiamo assistendo alla nascita di una nuova Germania, spaccata in due tra l’apertura all’Europa e alla globalizzazione, e la chiusura, talvolta venata di razzismo, verso quelle culture extraeuropee che ora più di prima bussano alle sue porte.
Ma, in Germania, questa allarmante crescita populista di destra non può essere di certo influenzata dalla nuova pubblicazione dell’orrendo libro “Mein Kampf” di Hitler. Oggi il contesto storico è molto diverso, e non si può paragonare uno stato totalmente autoritario come quello del nazismo con uno stato democratico robusto come quello della Germania attuale, dotata di un fondamento costituzionale inequivocabilmente antifascista e antitotalitario.

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Riceviamo e pubblichiamo


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

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