di Maria Luigia Giusto

È stato durante uno di quei soliti viaggi sulla Bologna-Ferrara che mi ostino a fare per non perdere legami. La voce registrata annuncia con tono neutro che siamo in arrivo a Ferrara (quest’ultima parola con un’intonazione più dolce mi sembra sempre), ma sono già in piedi nello spazio ristretto davanti alla porta. Il treno si ferma in attesa di una precedenza da dare. Lì il caldo si fa sentire di più. La porta si apre con forza e tre ragazzoni africani coi jeans strappati raggiungono lo spazio. Parlano e ridono tra loro con suoni gutturali e qualche parola in francese con aspirazioni marcate. Sento l’odore che ho sempre identificato con legno scuro, liscio, con venature morbide color cioccolato, come le gazzelle e le zebre stilizzate intagliate che Mamadou portava ogni anno alla Fiera e mio padre acquistava dopo lunghe trattative sul prezzo che finivano con un caffè. Mio padre era amico di quel senegalese e per me Mamadou era l’Africa. Nello spazio arriva un altro giovane africano. Dà un’occhiata agli altri, abbassa lo sguardo e tira fuori dalla tasca una bandana verde fluorescente per cui noi bambini stravedevamo perché era di quelle in voga tra i motociclisti, quelli veri. Inizia un lavoro che mi sembra subito per lui molto importante: piega meticolosamente la bandana finchè ne resta un triangolo e con solennità si fascia la fronte. Mentre alza le braccia per annodarla dietro la testa dalla camicia a quadri rossi e neri viene fuori un quadratino di legno leggero legato al collo con un filo. Può sembrare un ciondolo, ma sono vicino e guardo meglio: una donna ed un uomo sorridenti vestiti elegantemente ricambiano il mio sguardo. I ciondoli con le foto li portano quelli che hanno qualcuno da ricordare, sullo sterno, vicino al cuore. Il treno arriva in stazione. Il ragazzo sistema il suo carrellino della spesa logoro e strapieno, scende, lo tira giù dalle scale con molta cura. Vado a casa.

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