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Mercoledì 1 giugno proiezione del film “J’ai tué ma Mère” presso il Cinema Boldini

Tempo di lettura: 3 minuti

da: Alice Bolognesi

Mercoledì 1 giugno ore 21.00 – ingresso 5 euro
Versione originale con sottotitoli in italiano

Ultimo appuntamento al Cinema Boldini di Ferrara dedicato alla Rassegna sul lavoro artistico-cinematografico del regista canadese Xavier Dolan. Verrà proiettato J’ai tué ma mère, che ha portato Dolan, all’età di diciannove anni, a vincere tre premi al Festival di Cannes 2009, nella sezione Quinzaine des Réalisateurs: il C.I.C.A.E. Award, il Prix Regards Jeune e il SACD Prize (Directors’ Fortnight).

Hubert Minel non ama sua madre. Dall’alto dei suoi sedici anni la disprezza. A ciò si aggiungono le manipolazioni e i sotterfugi di lei per indurre in lui sentimenti di colpa. Confuso per questa relazione di amore/odio che lo assilla sempre più Hubert attraversa intanto le esperienze tipiche dell’adolescenza: scoperte artistiche, esperienze illecite, grandi amicizie e sesso

J’ai tué ma mère è tante cose. Una storia d’amore di quelle impossibili e viscerali che con difficoltà si integrano al pragmatismo della realtà. Una lucida e tesa analisi sul consapevole tradimento del tacito accordo tra una madre e il proprio figlio. Un lungo soliloquio urlato e singhiozzato sul desiderio di diventare adulti, pretendendo la propria fetta di libertà cullati nel grembo di una dipendenza tanto avvolgente quanto soffocante. La collisione tra immobilità del vecchio e iconoclastia del nuovo. Ritaglio di memoria condivisa in via di frammentazione. Dolan struttura l’anatomia di una separazione giocando sapientemente tra l’esterno e l’interno del mondo che mette in scena, una vivisezione di un corpo unico che tenta disperatamente di scindersi riscoprendosi nuovo, originario, nudo in un’altra forma. Questo andare e venire dal grembo materno, l’alternanza tra momenti di rabbia furiosa e subitanei rigurgiti amari di senso di colpa, descrivono una parabola di un mondo sottovuoto che lascia in superficie le incrinature più scabrose per farle diventare lame taglienti per tentare la cesura e il necessario distacco. Hubert deve scardinare sua madre dall’olimpo di ovatta nel quale si sente suo malgrado trattenuto, deve ridimensionare il suo posto nel mondo, deve darsi una pace fuori da lei. Nonostante questi imperativi vitali, entrambi i personaggi, il giovane Hubert, occhio in movimento che osserva clinicamente ogni impercettibile gesto della madre, oggetto passivo della visione, vivono in luoghi fisici trasformati in universi pop di stati umorali brulicanti di soprammobili kitsch, incrostazioni di un passato che non molla la presa sul presente. L’inquadratura è anch’essa studiata con la stessa funzione di ancoraggio: riportare le immagini a piani medi, ad una medietà che sospende, taglia le basi, ma che preclude il movimento propendendo per la staticità dei corpi. L’inquadratura è la forma stilistica che riprende i tratti materni, mentre il montaggio, i tagli netti e risoluti portano in sé la volontà filiale di lacerazione. E il vero compromesso, tregua momentanea di una comunicazione interrotta, risiede nella condivisione silenziosa di un immaginario passato, di una memoria vacillante e ferma allo stesso tempo, in cui è ancora possibile riscoprirsi parti complementari anziché antitetiche.

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