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Dario Fo, un saluto senza retorica o revisionismi

Morte accidentale di un artista scomodo.
Dario Fo, un saluto senza retorica o revisionismi

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Glorificazione, incenso e consenso, rimpiazzati subito dopo da affossamenti, gelido silenzio, censura o accesi toni di diniego, per poi insignirlo del Premio Nobel per la Letteratura e successivamente contestare le simpatie politiche dell’ultimo periodo: ecco la parabola che rappresenta la vita pubblica di Dario Fo. Parliamo tutti della sua morte con quella commozione che ci fa sentire tanto partecipi e afflitti, ci riteniamo ora autorizzati ad esprimere cordoglio e massimo apprezzamento per un contributo così grande alla cultura italiana e non, liberi di immaginare, in uno sforzo di fantasia, che se lui potesse esprimersi in questa circostanza, ci riderebbe in faccia con quella risata liberatoria che conosciamo bene, contagiosa e possente, irriverente e tra le righe un pizzico amara.

Dario Fo, durante uno spettacolo a Cesena

Dario Fo, durante uno spettacolo a Cesena

Dario Fo, rappresenta quelle pagine di Storia italiana che, nell’attuale lettura, contengono l’immagine di un Paese indubbiamente creativo ma nel contempo impreparato, in un passato neanche tanto remoto, ad accogliere una totale libertà di espressione artistica, soprattutto se dissacrante e non allineata, una modalità comunicativa che rompe gli schemi e vuole mettere in discussione un’egemonia intellettuale ritenuta intollerabile, demolendone il potere con le parole, schiaffeggiando falsi moralismi e comportamenti ipocriti. Un personaggio scomodo, Dario Fo, allontanato dall’ambiente televisivo per vent’anni, stigmatizzato per i suoi trascorsi giovanili e qualche successivo eccesso all’epoca dell’epopea della Palazzina Liberty a Milano, punto d’incontro di giovani e intellettuali, persona non gradita a cui è stato negato il visto di ingresso negli USA, come in pieno maccartismo. Un mattatore che sapeva mantenere la scena in modo sorprendente, una figura che amava rievocare l’affabulatore popolare e il fool delle opere di Shakespeare, il giullare di corte a cui era concesso, solo ed unico, ridere del sovrano e sbeffeggiare la corte. Infatti, la motivazione che accompagnava il Premio Nobel conferitogli nel 1997 recitava: “Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi”.

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Dario Fo era l’altro: detestato dalla destra, vissuto con fastidio dalla sinistra per le recenti simpatie politiche diverse, troppo ateo per i cattolici credenti, troppo spirituale per gli atei. Troppo poco perfetto per un’immagine tranquillizzante di artista nel panorama italiano, fino qualche tempo fa ma anche in tempi più recenti.
“In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po’ le teste. Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa”, ebbe a dire l’artista.

Le celebrazioni, i mea culpa, il revisionismo, le riabilitazioni e le liberatorie dell’ultima ora? No, grazie. Noi ricorderemo Dario Fo per la sua statura artistica, Mistero Buffo, Morte accidentale di un anarchico e moltissimo altro, un pezzo di storia italiana controversa e coraggiosa, colui che su Wikipedia, la vetrina del mondo, è stato un drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore, illustratore, pittore, scenografo, attivista italiano. In un aggiornamento futuro, vorrei che comparisse anche formatore di giovani generazioni di artisti.

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