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Anche oggi è tutto una palla e io ‘sta palla la prendo al balzo perchè il
9 aprile del 1932, a Tiptonville, Tennessee, si palesava su questo pianeta
il piccolo Carl Lee Perkins.
Carl Perkins è più o meno noto per essere stato l’uomo che scrisse “Blue
Suede Shoes”, il pezzo di cui Celentano non ha mai imparato il testo in
cinquant’anni.
Ma lungi da me ridurlo a questo.
Cito Sir Paul McCartney, il mio nobile preferito: “if there were no Carl
Perkins, there would be no Beatles.”
Forte e chiaro, direi.
Ma proseguiamo lasciando la parola a Charlie Daniels, noto buzzurro dalla
mente più o meno aperta: “Carl Perkins’ songs personified the rockabilly
era, and Carl Perkins’ sound personifies the rockabilly sound more so than
anybody involved in it, because he never changed.”
Adesso le cose sembrano più chiare.
Il giovane Carl Perkins cresce in una famiglia di campagna, nella Lake
County, in Tennessee.
E’ una zona di campi di cotone e si sa, dove c’è il bianco cotone ci sono
i neri raccoglicotone.

Brano: “Blue Suede Shoes” di Carl Perkins

Brano: “Blue Suede Shoes” di Carl Perkins

Quindi la famiglia di Perkins è l’unica bianca in tutta la zona e il
piccolo Carl là in mezzo cresce bene.
Perchè se la spassa coi suoi amichetti ascoltando la loro musica
fighissima, finché a un certo punto un misterioso Uncle John gli regala la
sua prima chitarra.
Inizia subito a impararsi un po’ di accordi ma ben presto si rompe e
sceglie un approccio più libero, a orecchio e senza menate teoriche, cosa
che lo porta ben presto verso il blues.
E siamo quasi arrivati alla sua grande intuizione.
Perchè anche se Nashville, il santuario del country, è vicinissima, Carl
Perkins cresce molto più immerso nel blues grezzone di campagna,
Cosa che lo porterà appunto a diventare il vero padrino del rockabilly ma
anche a definire con una frase chiarissima la sua intuizione di due righe
fa: “country music with a black beat”.
E quello era il momento giusto perchè nel 1954 Carl Perkins sente alla
radio il giovane Elvis, uno che a quell’intuizione c’è arrivato più o meno
nel suo stesso modo ma forse un pelino più tardi.
Perkins allora fa le valigie e parte per Memphis, dritto verso la Sun
Records del mai abbastanza lodato Sam Phillips.
E nel 1955, insieme a Elvis, Cash e Jerry Lee Lewis è già un membro di
quel “Million Dollar Quartet” che il furbissimo sig. Phillips strombazzò ai
giornalisti.
Il meglio però deve ancora arrivare.
E arriva nel dicembre di quel 1955, una sera, per caso, proprio come in
quella scena di “Ritorno al Futuro”.
Riporto testualmente le parole del sig. Perkins:
«Stavamo suonando, io e i miei fratelli, al Jackson club quando mi capitò
di ascoltare la conversazione di una coppia che stava ballando davanti al
palco: “Non calpestare le mie scarpe di camoscio blu!”, sbraitava il
ragazzo. Era un tipo coi capelli imbrillantinati, la giacca e tutte le
caratteristiche comuni alla nuova generazione del rock’n’roll. Ciò mi colpì
e la notte non riuscii a dormire. Così mi alzai, andai di sotto e cominciai
a scrivere, su un pezzo di carta nel quale erano avvolte delle patate, di
questo ragazzo e delle sue scarpe scamosciate, tenendo presente lo schema
di una vecchia canzone popolare: uno per i soldi, due per lo spettacolo,
tre per essere pronti, quattro per andare (che diventeranno poi i primi
versi della canzone). La mattina dopo andai in una cabina telefonica,
chiamai il signor Phillips e gliela cantai per telefono. Lui mi disse solo:
“quando arrivi?”»
E adesso c’è molto poco da dire.
Carl Perkins registrò “Blue Suede Shoes” ma è grazie alla successiva
versione di Elvis se riuscì a mangiare per tutta la vita.
Anche perchè all’inizio le radio gli preferirono “Honey Don’t”, il lato B.
Poi, nel 1956 un incidente stradale gli stroncò la carriera costringendolo
a una convalescenza che lo obbligò alla panchina per tutto il periodo d’oro
del r’n’r.
Nel 1958, dopo la convalescenza, fu scaricato dalla Sun Records e piano
piano iniziò ad attaccarsi alla bottiglia.
Come per tanti suoi eroi del blues, il colpo di fortuna arrivò da quella
manica di teppisti inglesi con il senso del sacro storicamente archiviati
al capitolo “British Invasion”.
Quei bravi ragazzi, nella fattispecie i Maronetti di Liverpool (cit.),
registrarono tre delle sue hit, garantendogli un bel po’ di soldini e un
nuovo status di leggenda nella gent.ma Albione.
E questa cosa gli portò un pubblico che lo trattava come un vero monarca.
Vedi quel bravo ragazzo di Ringo che non poteva fare a meno di chiamarlo
“Mr. Perkins”.
Successivamente suonò anche col suo compare di quartetto Johnny Cash ma la
sua carriera proseguì comunque con molti alti e bassi.
Nel 1998 Mr. Perkins lasciò questa palla rotonda da cui scrivo ma il suo
spirito aleggia ancora su di noi.
Aleggia adesso mentre lo sto ascoltando e, purtroppo per lui, aleggia ogni
volta che Celentano canta “Blue Suede Shoes” scazzando il testo.
Auguri, Mr. Perkins.

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

 


Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3

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