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Muri e sbarramenti: monumenti alla paura

Trent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino, costruito il 3 agosto 1961. Con quel muro si sgretolava, idealmente e materialmente, il confine che segnava la cortina di ferro tra est Europa e ovest, tra le zone di influenza americana e quella sovietica, finiva anche la grande illusione del comunismo. Quella di un nuovo ordine liberale sta finendo adesso. Quando quel muro veniva abbattuto, nel mondo ce n’erano altri sedici. Oggi i muri e le barriere sono settanta.
Da sempre nella storia le opere murarie delle civiltà umane costituiscono un potente codice dai contenuti politici e programmatici e diventano chiaro simbolo di progresso, accoglienza e positività oppure chiusura e respingimento. Fino al 1989 l’Occidente voleva abbattere le barriere e oggi, 2019, vuole innalzarle per allontanare chi vuole entrare. Muri che fanno capire come sia cambiata la storia dei popoli in soli tre decenni. Tra Stati Uniti e Messico, una recinzione di più di mille chilometri, munita di sensori elettronici e visori notturni, è diventata la struttura di contenimento per quei messicani che aspirano al varco del confine e non è ancora finita. A loro volta i messicani ne hanno creata una per non permettere ai guatemaltechi di entrare nel loro Paese. E quell’Ungheria che durante la Guerra Fredda aveva aperto un varco nella frontiera con l’Austria, neutralizzando il filo spinato elettrificato e permettendo a molti transfughi dell’Est di raggiungere l’Ovest, ora costruisce una barriera di 175 km, tre metri e mezzo di altezza , sul confine con la Serbia per arrestare gli immigrati. Muri, barriere, sbarramenti, blocchi, ghetti sono testimonianze fisiche di una volontà precisa: fermare, escludere, negare. E dove c’è il mare e non si possono costruire i muri, si chiudono le frontiere o i porti.

Si dice che “Chi ha paura costruisce muri, chi ha fiducia costruisce ponti, chi ha speranza costruisce strade” e niente di più vero e corrispondente è accaduto nella storia. Sulle strade dell’Impero romano hanno viaggiato culture e civiltà, popoli e idee, merci e soldati, pellegrini e viandanti di ogni dove. Una rete di vie lastricate che si dipanava per 100.000 km e univa tra loro territori che corrispondono a trentadue nazioni dei nostri giorni, sistema viario che ha posto le basi per l’Europa di oggi. Tra i grandi esempi di muri eretti a difesa, spiccano sempre la Grande muraglia cinese e il Vallo di Adriano. La prima, oggi patrimonio Unesco, venne costruita nel lunghissimo periodo tra il 215 a.C. e il secolo XIV; conta su una lunghezza stimata 21.196 km e la sua edificazione iniziò sotto la dinastia Quin, dopo la conquista di tutti gli Stati avversari da parte di Quin Shi Huang. Un’opera mastodontica che alla fine si rivelò inutile perché Pechino, capitale da difendere, cadde non già per mano dei tartari, ma per insurrezioni interne. Il Vallo di Adriano è il secondo significativo esempio di muro fortificato nella storia: un’imponente fortificazione in pietra che correva per 117 km sul confine tra la provincia romana della Britannia e la Caledonia, nell’Inghilterra del nord, corrispondente grossomodo all’attuale Scozia. Venne eretto dall’imperatore Adriano nella metà del II secolo e percorreva il nord dell’isola da costa a costa, baluardo contro i Pitti. Diventò nel tempo un confine doganale e linea di controllo, perdendo il suo valore militare e strategico. Vecchi muri della storia che hanno assistito agli avvicendamenti e resistono nel tempo, simbolo di imponenti icone di controllo dei territori, strategia deterrente e minaccia. Caratteristiche che riguardano sempre e ancora gli attuali sbarramenti di ora, ipertecnologici o spartani che possano essere a seconda delle zone.

Nell’Europa dell’area Schengen si contano tredici sbarramenti o muri, tra cui quello tra Grecia e Turchia, tra Belfast cattolica e Belfast protestante in Irlanda, tra l’enclave spagnola di Ceuta e il resto del Marocco, tra la popolazione greca e quella turca a Nicosia, capitale di Cipro, tra Ungheria e Croazia, Bulgaria e Turchia e addirittura attorno al porto di Calais in Francia. Perfino i Norvegesi non hanno resistito alla loro modestissima barriera di 200 m al confine con la Russia presso Storskog, costruita nel 2016. Anche tra Austria e Slovenia corrono dal 2015, 3 km di filo spinato, in Stiria, nella zona di Spielfeld – piccola frazione di 968 abitanti – nome che, ironia della sorte, significa ‘campo da gioco’. Tra i muri nel resto del mondo si contano quello tra le due Coree, tra Cisgiordania e Israele, tra India e Pakistan, Arabia e Yemen, Kuwait e Iraq, Botswana e Zimbabwe, e molti altri. Un mondo recintato da costruzioni di paura, creature di regimi dittatoriali ma anche democratici che si blindano per arginare i flussi migratori e proteggere i territori, generando spesso ulteriore xenofobia. Globalizzazione e guerre hanno messo in movimento milioni di esseri umani, cambiando i termini e le convenzioni della convivenza dei popoli. La risposta sempre più frequente è ‘il muro’, la chiusura in se stessi e l’autodifesa estrema senza appelli: la negazione del cosmopolitismo e il rischio di mettere in crisi permanente i valori dello scambio umano di culture ed esperienze, della solidarietà e della comprensione.

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