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Questo periodo natalizio di fine anno ci pone in una condizione cotraddittoria: se da un lato vale sempre la retorica festosa e coinvolgente che accompagna queste giornate con luminarie, addobbi, jingles, shopping troppo affollati e atmosfere inconfondibili, dall’altro ci costringe amaramente a confrontarci con una realtà che conduce a tutt’altri pensieri.
La voglia di abbandonarci alla festosità e leggerezza delle feste si scontra con il disincanto e tutto sembra stravolto, straniante, irreale. Strade deserte scintillanti di luci, serrande abbassate su vetrine popolate da ogni bendiddio, tristi tavolini spogli e sedie impilate davanti a locali che azzardano decorazioni natalizie che nessuno noterà.
E’ come calare il sipario pesante, severo, definitivo, sullo spettacolo movimentato, vivace, istrionico e colorato appena concluso, quando si ingenera quel senso di tristezza, rimpianto, voglia di continuare, e diventa difficile andarsene, riappropriarsi della propria vita e della propria realtà lontano dalle finzioni, dalle illusioni e dai diversivi delle scene.

Ma è comunque Natale, quella ricorrenza che si ripresenta puntuale ogni anno a bussare alle nostre porte, e merita l’accoglienza che le compete: un momento di raccoglimento con noi stessi e con coloro che ci è dato e permesso incontrare con una modalità o l’altra, grati che questa festa ci permetta una sospensione dagli affanni, le difficoltà e la fatica di vivere i nostri tempi. Siamo tutti piccole fiammiferaie, in questo momento, evocando la celebre fiaba di Hans Christian Andersen scritta nel 1848, che racconta  di una bambina che vendeva fiammiferi nella fredda notte di San Silvestro, tra i cumuli di neve delle strade di Copenhagen, per portare al patrigno qualche soldo ed evitare le botte. Nell’indifferenza dei passanti, la povera creatura decise di accendere i cerini per scaldarsi: nelle  fiammelle apparvero una stufa, una tavola imbandita, un albero di Natale e poi la sua nonna. Per prolungare quel senso di appagamento e felicità nel vedere l’anziana, la piccola fiammiferaia esaurì tutti i cerini. La ritrovarono senza vita accanto ai cerini bruciacchiati, vittima del gelo, degli stenti e di quei passanti indifferenti non disposti a sprecare nemmeno un penny in aiuto alla piccola.

Rischiamo anche noi il congelamento dei sentimenti, la perdita della speranza e delle nostre energie che stanno diventando ghiaccio, permettendo che le nostre esistenze raffreddino pericolosamente nella rassegnazione, vittime di un momento drammatico come questo, dove l’indifferenza e l’individualismo hanno gioco fin troppo facile. Non dobbiamo permettere che le nostre risorse vadano sprecate nelle fantasticherie, le sterili prese di posizione e le reazioni irrazionali, anziché agire per realizzarle; non sprechiamo i nostri cerini crogiolandoci nell’autocommiserazione e nell’isolamento esistenziale ma orientiamo e valorizziamo le nostre forze laddove sono accolte e valorizzate. Impegniamoci con fiducia – atteggiamento affatto facile – affinchè ristrettezze, sacrifici, precarietà, contraddizioni, incognite del presente si trasformino nel nostro momento significativo per arrivare a giorni più degni di essere vissuti, più forti e più umani. Entriamo nell’atmosfera del Natale e del Capodanno leggeri, spogliati della rabbia, l’acidità, la ciecità, l’intolleranza e l’indifferenza che ci pesano addosso, pur riconoscendo che è dura per tutti, consapevoli che tutti siamo chiamati ad assumerci la nostra parte di impegno e responsabilità  nel carosello di luci e ombre che ci avvolge. Allora sì, sarà davvero un Natale da citare e ricordare con emozione.

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