8 Dicembre 2015

Natale a Ferrara fra tradizione e innovazione

Gianni Venturi

Tempo di lettura: 5 minuti

In città è tutto un fiorire di innovazioni quasi una gara compulsiva col selfie che le registra e le approva e, può anche succedere, le condanna. Ecco allora frasche di vetro costruiscono l’albero natalizio davanti alla Cattedrale che attira, ammirati e insultanti, non solo gli ‘umarel’ attenti analisti delle novità, aggirantesi inquieti tra piazza Trento Trieste e piazza Cattedrale in quanto spodestati dalle loro usuali postazioni da bancarelle incombenti di sciarpe, sciarpette, sciarpone, bensì il fior fiore degli esegeti dei fenomeni cittadini prontamente intercettati e intervistati dai giornali e dalle tv locali. S’alzano imperiose dita ripiegate a immortalare il momento dell’accensione della vetreria di Murano tra tributi di acque e getti musicali; s’alzano applausi convinti o esitanti per dichiarare il trionfo dell’albero innovativo. E come si modula la parlata locale! Ben consapevole, specie tra le jeunes filles en fleur, che è peccato mortale lasciarsi andare alla consueta e morbida ‘essce’ ferrarese; meglio trasformarla in una decisa ‘tz’ come insegna la trionfante modella, che nella pubblicità invita a cambiare ‘vertzo’. Finalmente una parità sociale raggiunta. La ‘tz’ non è più, come un tempo, prerogativa di esclusive scuole private, ma democraticamente si estende e prolifica in tutta la provincia. Così all’attento ascoltatore dei fatti altrui confidati, o meglio urlati, nella protesi mobile del telefonino o altro derivato è tutto un ‘zirlìo’, un trionfo di imitazioni delle zanzare da far impallidire il detentore della fortunata rubrica giornalistica di un quotidiano ferrarese, che aveva trovato nella zzz zanzariera un modo per castigare il pubblico di ‘Frara’ .
Moda che, immagino, sarebbe stata prontamente avversata da una meravigliosa creatura quale la Micòl del Giardino dei Finzi-Contini, che individuava nelle prerogative di una ferraresità fatta di buon gusto e buone maniere la possibilità di contrastare – fin nella sua citazione “l’adoro” riferita al pittore de Pisis, ma ora passata a individuare una marca di profumi francesi – banalità e massificazione.

Ma l’innovescion (prego, con ‘essce’ strascicata alla ferrarese) non si limita alla presenza dell’inquietante albero di Natale che, purtroppo, anche acceso mi ricorda nella mia fantasia, probabilmente distorta, uno scovolino – tanto che gli invidi padovani hanno pensato bene di proiettare immagini luminosamente natalizie sul Palazzo della Ragione. Si estende ed esorbita nella vicenda di Carife. Qui, all’assemblea indetta da Federconsumatori, con l’affannato Trefiletti (nome non è mai apparso simbolicamente più inappropriato) un pubblico di delusi e gabbati azionisti e sottoscrittori Carife si presentava in quella situazione che solo Dante ha saputo esprimere:
“Se tu se’ accorto come suoli,/ non vedi tu ch’e’ digrignan li denti,/ e con le ciglia ne minaccian duoli?” (Inferno, XX, 130-133).
Purtroppo il digrignare dei denti arriva tardi, tardissimo, dopo le orrende vicende che hanno caratterizzato la banca cittadina prima, mentre e dopo il commissariamento. Frutto dell’innovescion, ma anche dell’impreparazione dei sottoscrittori, del loro lungo mormorio che non è mai esploso in “digrignar di denti”; così fallisce la banca e lascia sul terreno scorie pericolose: come l’amianto, come la terra dei fuochi dove andranno sepolti i danni provocati.
Tra questi due poli dell’innovescion ci si appresta a consumare il Natale debitamente condito di salama e caplitt, di panpepato e zampone. Le invitanti bancarelle del Listone sono percorse e accostate a passo di marcia da folle – per fortuna! – di eventuali compratori attirati da profumi e sapori. L’indimenticabile odore delle mandorle caramellate prerogativa della memoria più antica, quando lo si andava a comprare da “German” in via Saraceno. O il lussuoso acquisto del caviale del Po nel negozio a un passo dalla Sinagoga di via Mazzini. Sì! Proprio da “Penna”.
Altro che innovescion! Bisogna invece ricordare la Storia delle piccole cose, che hanno rimbalzato poi nelle pagine di Bassani e nei quadri di de Chirico o nelle prose di Savinio.
E i giocattoli di De Marco e la carta e i biglietti di Finzi o della Sociale e i libri di favole comprati da Taddei o dalle Paoline. Poi, più grandi, i dischi 78 o 45 giri nel negozio all’angolo dei 4esse.
L’innovazione è valida solo se la si aggancia alla memoria, non alla sua cancellazione.
Tristi e turbative vicende affannano i ferraresi.
La Carife, la sorte del patrimonio artistico dalla banca posseduto, le stridenti esternazioni di un vescovo che sembra non essere in sintonia col suo gregge, la cancellazione di risparmi sudati e improvvidamente affidati a chi, forse, non ne aveva capacità, la tardiva confessione dei politici che ammettono ora che ‘forse’ non si è tutelato a sufficienza l’investitore. Ma il Natale sta arrivando e miserabili appaiono le polemiche su presepi negati o portati, sulle vicende del sindaco di Pietrasanta, amatissimo paese dove ho trascorso anni felici d’estate.
Se il Natale sempre più assomiglia alla fiera del regalo si cerchi almeno d’individuarne le cause e non solamente parlare d’innovescion.
Così, quando l’Epifania che tutte le feste porta via arriverà, cerchiamo di limitare l’innovazione e non creare più i presupposti di una grande offesa come quella delle tele che risplendono nella loro bellezza (parola non innovativa, ma eterna) costrette a sloggiare dalla loro casa per ‘incendiare’ il Castello del Wor Bas: “sempre avanti”!



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L’autore

Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.
Gianni Venturi

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