Home > IL DOSSIER SETTIMANALE > SPECIFICO FEMMINILE - n. 3 del 19/06/17 > C2_3 > I DIALOGHI DELLA VAGINA
Nate libere

Piccole libertà, dicevamo. Nella prima puntata de I dialoghi della vagina, abbiamo chiesto alle lettrici di farci conoscere il coraggio di quelle azioni che hanno comportato un cambiamento e che sono diventate abitudine. Qualcosa di minimo, ma di significativo per chi lo fa: piccoli passi, grandi conquiste.
Ecco le lettere arrivate alla redazione di Ferraraitalia.

La libertà di Vanessa

Cara Riccarda,
Non mi sono presa una libertà, sono nata libera.
I miei fratelli, i miei amici, i miei bambini, mio marito, la mia mamma, le mie amiche: non ho dovuto combattere, non ho fatto fatica.
Non mi sono arrabbiata, non mi hanno offesa.
Mio padre mi ha amato di più, mi ha protetto di più: ero la sua bambina.
Non ho dovuto difendermi.
Poi ci sono gli altri. Quelli poveri dentro. Con loro è una guerra persa.
Non mi sono presa una libertà.
Sono nata libera.
Mi è andata bene.

Vanessa

Cara Vanessa,
essere libera per natura è prezioso e quasi rivoluzionario. Non credo che ti sia solo ‘andata bene’, penso che tu, questa libertà, l’abbia riconosciuta e praticata, facendola tua ogni giorno. Leggendo ciò che scrivi mi viene questa domanda: e se libertà fosse anche rinunciare alla lotta contro i ‘poveri dentro’ e magari, poi, imparare a lasciare andare tanti altri conflitti inutili?
Riccarda

Correre libera, correre dove?

Cara Riccarda,
la mia libertà, a cui non rinuncerei mai e che mi ha cambiata, è correre.
Il mio è anche un correre via, nella quotidianità, dalla pesantezza e da ciò che non mi soddisfa abbastanza per ritrovare me stessa. Lo consiglio a tutti.

Debora

Cara Debora,
la tua libertà è addirittura doppia, fisica e mentale. E se anzichè correre via, fosse un correre verso?
Riccarda

Liberarsi dalle proprie catene… si può!

Cara Riccarda,
la violenza più grande che abbia mai subito me la sono inflitta da sola. Mi sono accontentata. Mi sono spaventata. Mi sono sminuita.
Non ho proseguito gli studi, nonostante mi piacesse molto studiare, ufficialmente per non gravare economicamente sulla mia famiglia. In realtà, per la paura del fallimento.
Ho sposato un uomo che non era il mio ideale ma che, allora, mi amava più di quanto lo amassi io e questo mi garantiva, secondo i miei assurdi calcoli, stabilità e tranquillità.
Desideravo amore, passione, condivisione, affiatamento. Ho avuto noia, indifferenza e rancore.
Ho cercato di soffocare ciò che sono ma ciò che sono è sempre lì, sotto i chili di troppo accumulati per riempire vuoti che non si riempiono con il cibo.
Cosa sono esattamente in realtà non lo so bene. Non mi sono mai cercata a fondo per non rimanere delusa da ciò che avrei potuto scoprire. So per certo, però, che io non sono questa perché altrimenti sarei felice.

M.

Cara M.,
quando ho deciso di fare coincidere l’esordio della rubrica con la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, non avevo riflettuto, lo ammetto, sul tipo di violenza di cui parli tu: quella autoinflitta. Quella che fa sentire responsabili dell’accaduto e un po’ incastrati negli anni a venire. Nel tuo caso, mi pare di capire, un gioco al ribasso che ti ha indotto a determinate scelte di vita.
La lucida consapevolezza che però hai raggiunto, credo ti dia il vantaggio di renderti libera dalle maschere dell’autoinganno. E non è poco.
Quanto alle deviazioni al corso delle cose che non sono state, tempo per recuperare ne hai ancora: riprendere a studiare si può, credimi. Lo studio potrebbe aiutarti a ritrovare quella te che stai cercando, una te che potrebbe piacerti.
Riccarda

La libertà negata: dal piedestallo alla gabbia

Cara Riccarda,
ho capito tardi che la violenza non è solo quella fisica, ma anche quella psicologica. Pensavo che se un uomo non alza le mani, un modo per difenderti e per tenergli testa ce l’hai sempre, si gioca alla pari, se si tratta di cervello.
Non è così. Lo stesso uomo che inizialmente ti corteggia facendoti sentire la più bella del reame e che ti illude di essere invincibile al suo fianco, può trasformarsi in un aguzzino.
Non ti accorgi come accade, ma il piedistallo su cui vieni posta, si trasforma in una gabbia. Mentre all’inizio ti senti ammirata e sei contenta che i suoi occhi si inorgogliscano nel guardarti, pian piano ti accorgi che quello non è orgoglio, ma senso di possesso e controllo.
Queste cose velocemente scivolano in gelosia, e la gelosia in rabbia, sospetto e mancanza di fiducia. Per arginare la tempesta e calmare le acque, tenti di assecondare le sue richieste di attenzione, anche le più assurde e bieche, allontanando familiari e amici. Ti si forma il vuoto attorno, così tanto che anche quando vorresti chiedere aiuto, non sai più a chi rivolgerti.
Paradossalmente ti attacchi ancora di più a lui, perchè credi che sia l’unico che ti sia veramente vicino e che ti ami sul serio, che ti possa resituire serenità. Ed è proprio in quel momento che lui, invece, sferza il colpo finale: non sei più una regina, non sei più niente, se non un grave errore vivente causa di tutte le sue frustrazioni. Nasce in te il senso di colpa per ogni cosa, anche indossare un tacco o prendere un caffè con un’amica diventa un oltraggio.
La violenza è anche questo: l’annientamento della tua persona, della tua libertà, l’uccisione dell’autostima.
Un uomo che ti ama, ti esalta e ti fa sentire fortissima, ti sta a fianco, senza nasconderti al mondo e senza isolarti.
Per fortuna l’ho imparato.

S.

Cara S.,
ora che ne sei uscita (brava!), riconosci come paradossale quell’attaccamento che, finchè ti stava stritolando, sentivi come necessario, conseguente a tutto quell’amore che credevi fosse. Hai descritto una parabola che solo chi l’ha vissuta può capire fino in fondo, una degenerazione quasi impercettibile che ti fa trovare, un giorno, dal piedistallo alla gabbia.
Hai ragione, la violenza è anche questa, feroce come le botte che ti lasciano un livido sulla pelle. È una violenza che ti riduce impotente soprattutto su quel piano, quello del cervello che dicevi, in cui pensavi di muoverti alla pari. Tu e quell’uomo non siete alla pari, tu sei di più: ti sei salvata.
Riccarda

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