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Antropologi, urbanisti, ingegneri, architetti, sociologi per guarire le nostre città malate

NOTA A MARGINE
Antropologi, urbanisti, ingegneri, architetti, sociologi per guarire le nostre città malate

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Antropologia, urbanistica, ingegneria, architettura, sociologia: unirle, shakerarle, farle interagire per generare un buon distillato di città sostenibile. Non vi è un buon architetto se un antropologo non chiarisce prima le dinamiche sociali che si svolgono all’interno degli spazi comunitari, o un buon ingegnere senza l’urbanista che preliminarmente definisca il contesto e sviluppi un piano di riqualificazione territoriale; e non c’è sociologia che possa prescindere dall’intervento umano sul paesaggio artificiale generato dal homo faber. Ecco perché queste discipline nella complessa situazione odierna hanno il dovere di incontrarsi, integrarsi e dialogare tra loro sul governo e la gestione delle città. Ed ecco perché oggi si torna necessariamente a parlare di ‘urban studies’ e di come questo settore transdisciplinare abbia bisogno – soprattutto in Italia – di affermarsi. Transdisciplinare ma anche inter-dipartimentale, poiché i professionisti che nel Ferrarese operano in questi ambiti vogliono dedicare proprio agli urban studies un centro di ricerca che coinvolga, appunto, più dipartimenti accademici. La volontà c’è, il difficile arriva quando subentrano resistenze di varia natura che rendono difficile il riconoscimento istituzionale di questa materia.

Attorno a questa volontà e per fare il punto della situazione circa il dialogo sugli urban studies in Italia si è tenuta nel pomeriggio una department lecture, organizzata dal docente di Unife e direttore del laboratorio di Studi urbani Giuseppe Scandurra, il quale ha moderato gli interventi di Carlo Cellamare (ingegnere urbanista, docente all’Università di Roma), Romeo Farinella (architetto urbanista, docente all’Università di Bologna), Ferdinando Fava (antropologo e docente all’Università di Padova) e Alfredo Alietti (sociologo e docente all’Università di Ferrara). Una platea di ospiti eterogenea e adatta per gettare le basi verso un più ampio confronto tra le parti possibile, difficile ma quantomai necessario.

Ad analizzare il perché in alcuni Paesi si parla tranquillamente di urban studies mentre in altri ciò incontra molte più difficoltà è Farinella, affermando come “tra i vari Paesi dell’Occidente le tradizioni delle varie discipline sono sensibilmente diverse. Studiare architettura in Italia e in Francia per esempio è molto differente e questo fa sì che subentrino difficoltà nell’avere una visione condivisa. A differenza di altri infatti – ha continuato – gli architetti non amano la partecipazione”. Termine questo, ‘partecipazione’, che Cellamare considera “uno slogan pericolosissimo e da usare con attenzione, poiché per applicarla ci vuole una politica illuminata e per questo rimane cosa molto rara” e che fa segnare oggi, in Italia, una inesorabile inversione di tendenza tale che “se un tempo venivamo considerati all’avanguardia rispetto al resto d’Europa per quanto riguarda il tema della partecipazione, oggi l’interesse è veramente scarso mentre aumenta in quei Paesi dove sta avvenendo lo smantellamento del welfare state”.
Oggetti d’interesse, scale, temporalità e paradigmi di ricerca sono invece i punti di maggior distacco tra le discipline analizzati da Fava, convinto che “l’urbanista da per scontata la ricerca dell’ideale mentre l’antropologo non si pone così, ma come mero descrittore. Così facendo – ha proseguito – ci si è accorti che lo spazio costruito è stato quindi modificato e in questo modo sono nati interessi verso gli attori sociali”. Per Alietti invece “sociologia e urbanistica hanno sempre dialogato, si parlava di coesione sociale già negli anni ’30” e per questo afferma che “il problema non è il dialogo inesistente, è che il dialogo si è interrotto e da qui le difficoltà nell’istituzionalizzare i contesti e le discipline. Il dialogo quindi non deve essere solo accademico, la pluralità dei saperi tra le discipline devono convergere sugli interessi”.

Emerge chiaro e lampante che la difficoltà maggiore nell’attuazione pratica degli urban studies in Italia assume problematiche di tipo squisitamente politico: a questo proposito Farinella ricorda che “l’urbanistica è di per sé politica e applicarla in democrazia è difficile perché il ventaglio di soggetti è molto ampio, dobbiamo saper imparare a rispondere efficacemente alle domande”. A tal proposito, Cellamare parla di due problematiche principali, ovvero che “gli urbanisti stessi non sono disposti ad un dialogo e non hanno interesse ad iniziarlo ma, al contrario, ho sempre visto urbanisti avvicinarsi agli scienziati sociali ma mai viceversa”. In aggiunta Fava ricorda che “occorre spostarsi dal qui ed ora e stare molto più attenti a ciò che la città necessita davvero, poiché la complessità di quest’ultima non è riconducibile solamente ai propri interessi e per questo è necessario unire le forze”. Infine è stato Alietti ad affermare che “la politica ha perso la visione della città, impone il vuoto, il ghetto, l’esclusione” e la conferma di ciò è rappresentata dalla giunta Pisapia, la quale “non è mai stata in gradi di dare una indicazione, una idea su come riformulare la periferia”.

Innovazione, dialogo e buona politica: sono questi quindi gli ingredienti fondamentali per far (ri)emergere gli urban studies dalle difficoltà incontrate negli ultimi decenni e iniziare un nuovo corso, di sicuro lungo e non senza ostacoli. Le premesse tuttavia ci sono, e occasioni come questo seminario dimostrano che solamente unendo le forze la progettazione, l’amministrazione e la cura degli spazi urbani possono essere pensati, davvero, per il bene comune.

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