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Le favole di Dente: splendide macabre (pre)visioni per non addormentarsi

NOTA A MARGINE
Le favole di Dente: splendide macabre (pre)visioni per non addormentarsi

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Dente, all’anagrafe Giuseppe Peveri, è anacronistico e ama la fine delle cose, ma spesso finisce per sorridere. Ospite del Puedes Summer Night in occasione del ciclo Libri da bere – Autori a Corte Outside, presenta la sua opera prima “Favole per bambini molto stanchi” (Bompiani, 2015) e dice di sé: “Ho una parte infantile molto sviluppata, faccio cose che solo un bambino farebbe. Amo comprare le bolle di sapone, le stelle filanti per srotolarle fuori dalla finestra. Non guardo televisione; mi piace ascoltare la radio, i programmi dove la gente parla e si impara qualcosa di nuovo. Compro dischi, soprattutto di musica italiana. Le filastrocche di Gianni Rodari le ho scoperte tardi, amo i loro livelli di lettura, proposte sempre intelligenti. Ho cominciato a scrivere a quattordici anni, le cose che si scrivono da adolescenti. A venti sono arrivate le canzoni. Dello scrivere amo tutto, compreso il fatto di non esserci obbligato. Non straccio né rivedo nulla di ciò che ho scritto. Se l’ho scritto, è perché mi piace.”

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Favole o forse poesie si specchiano nude ma non imbarazzate di un linguaggio semplice, di una sintassi scarna ed eloquente ma che si fa capire senza urlare. Figure retoriche senza l’omonima, scomoda sorellastra, tra significati spezzati da enjambement o esplosi da ellissi insolenti, educate sinestesie e poliptoti che estendono tentacoli di radici su ignare desinenze.
Perdenti sono i suoi personaggi, e rassegnati a esserlo. Mai idioti. Stanchi, forse per la giornata appena passata o forse di come il mondo gira. In giro se ne vanno con un cuscino, piumato, ignaro capro espiatorio di una grande stanchezza, dietro alla testa. Sono quelli che da bambini imbrattavano di chewingum masticato il banco di scuola e sporcavano di gesso la giacca scura dell’insegnante più odiata; ma anche quelli che si rinchiudevano in bagno all’intervallo a mangiare da soli, lontani dalle chiacchiere finte dei finti amici. Sono teneri e bizzarri, maligni e fragili, vomitano parole senza filtri e riflettono senza censure, mentre le loro voci si srotolano senza impudicizia tra le pagine illustrate ad arte da Franco Matticchio, pittore che descrive ognuna delle dodici sezioni senza mai svelare troppo, minimale e tra un Garibaldi di pietra che prende il volo in sella al suo destriero e due paia di dita che si fanno le fusa, tra un uccellino che gorgheggia parole appollaiato su una matita-albero e bimbe sedute su una altalena immobile, senza altro che un muro a ricordare loro che sono sole.
Qualcuno li osserva dall’alto, persone e animali e sentimenti e cose: c’è un narratore onnisciente e imparziale che racconta quello che vede senza buttarsi nella mischia. Si ride e si riflette e ci si immalinconisce, che sia Dente di leone o di pecora.
Prende in prestito la magia della fiaba (Grimm sorpassa in curva Esopo) e la manipola a modo suo, creando mondi eccentrici in cui l’appello delle leggi cui rispondiamo compitamente non valga, tra i suoi fogli stampati. Capita quindi che apostrofi cadano dal soffitto conficcandosi nella cervicale di un povero cristo, e pelucchi che se ne vanno a spasso per il mondo; favole infinite che continuano chissà come, ippopotami canterini che mascherano fauci momentaneamente assenti e problemi irrisolvibili. Parlano di storia mettendo i puntini sulle “i”, di amore, quello vero, facendo arrossire di tenerezza, di stagioni che i bambini amano per un motivo e gli adulti odiano, sempre per quello stesso motivo. I significati altalenano, sono doppi e tripli e non si stancano di mostrarci il lato oscuro della luna senza miele di due sposini litigiosi, la scoperta “gravità” di Newton, la ragazza tutto pepe che starnutisce sempre e il turbolento studente del Conservatorio che prende una nota sul registro basso. Di morale, come in ogni favola che si rispetti, ce n’è come il pane; mai buonista, palleggia senza fretta tra detti popolari e raccomandazioni, quelle noiose che i genitori fanno ai figli – non si devono accettare caramelle da sconosciuti – e quelle da tenere a mente anche da adulti, come tentare di aggirare i treni della vita perché qualcuno alla fine perde sempre, che sia treno, la donna della propria vita, o un’occasione per (sor)ridere. Riso amaro come quello della perfida Lucy van Pelt, che eternamente tiranneggia Charlie Brown senza però rinunciare a volergli un bene distorto, chiusa nel delirio onnipotente dell’ennesima perdente senza testa e senza cuore, ma comunque una vera regina sulla carta.

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