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Il Colosseo: uno scontro colossale

NOTA A MARGINE
Il Colosseo: uno scontro colossale

Adolfo_Brunacci_colosseo
Tempo di lettura: 5 minuti

Non siamo gli unici, ma siamo come al solito differenti. Il 16 gennaio 2008 con una schiera numerosa di Amici dei Musei ci recammo alla National Gallery di Londra dove, con l’amico carissimo editore dell’Orlando Furioso del 1516, Marco Dorigatti, avremmo presentato la conferenza, “Ludovico Ariosto (1474-1533).Portrait of a Poet in Literature and Art”. Devotamente in ammirazione davanti al più famoso ritratto di Tiziano del gentiluomo in robone azzurro, erroneamente catalogato come il ritratto di Ludovico, venimmo avvicinati da cortesissimi addetti che ci spiegarono – mirabile auditu – che un improvviso sciopero del personale rendeva necessaria la chiusura delle sale. Sconcerto generale. Ma come? A Londra! Alla National Gallery! E la conferenza? Immediatamente venimmo confortati: finissimo pure la spiegazione del quadro di Tiziano, avrebbero atteso la conclusione. Inoltre non c’era da temere, dato che l’Auditorium sarebbe rimasto aperto. Cosa che accadde e a sentirci accorsero in massa fino a riempire tutti i 400 posti.

Rientriamo in “Itaglia” e vediamo come l’inaudito scontro fra sindacato e governo sulla liceità o meno dello sciopero indetto, con conseguente chiusura per tre ore del Colosseo, ci rende nello stesso tempo vittime e oppressori di decisioni che non ci fanno per niente onore. Francesco Merlo, un principe della penna e della satira, su “La Repubblica” del 19 settembre impietosamente chiarisce il pasticcio che non rende onore né ai sindacati né al governo, che introduce la nuova legge che fa dei siti culturali un “servizio essenziale”, come se anche nei servizi essenziali lo sciopero non fosse non solo praticato, ma reso tanto più efficace quanto più colpisce l’agibilità dei servizi. Una lotta tra le due sinistre come rileva Merlo? E qui ritorna la questione eterna di provvedimenti che vorrebbero, per dirlo con una metafora, far le nozze coi fichi secchi, la moglie ubriaca  e la botte piena: preservare i diritti inviolabili dei sindacati e garantire la fruizione di quello che è considerato con metafora ancor più stupida “il giacimento del petrolio” nascosto dei nostri beni culturali. Che miseria. Perché interrompere il servizio? Perché non accordarsi sui tavoli di confronto preservando l’immagine di un’Italia non solo e non sempre “Itaglia”, che sa gestire l’immagine del Paese che ha più bellezze al mondo, comunque vadano le cose? Non è limitazione di diritti acquisiti e non corrisposti, ma danno, e danno grave, a chi, nonostante le risoluzioni adottate dal Mibact in fatto di potenziamento dei musei, a volte sbagliate e irricevibili, crede ancora nell’uso civile e non politico delle nostre risorse culturali.
L’uovo di Colombo – si sa – non sta tanto nel cambiare i direttori dei musei o nel cercare di abolire la funzione delle soprintendenze, ma nel versare risorse decenti per far funzionare la delicatissima macchina dei siti culturali, né strangolati dalla necessità di produrre né abbandonati al loro destino di luoghi obsoleti.
Qualcuno, che sa pensare, e a cui mi dichiaro obbligato, con amarezza mi dice che bisogna pensare a un nuovo tipo di umanesimo culturale. Quando sarà, come sarà? Come si diceva nella retorica di qualche decennio fa la risposta è in mano degli dei. E a me spiace che non sia nelle mani della politica, come espressione delle nostre esigenze ed espressione etica oltre che attuazione della prassi.

Quanto poi alle contestazioni degli insegnanti, che non hanno permesso al ministro Giannini di parlare a Ferrara, ancora una volta la vicenda mi procura un torcibudella. E pesante.
Negli anni che ho attraversato e che coincidono con il momento cruciale del secolo breve, dal Sessanta in poi, ho sempre ritenuto che anche al più acerrimo nemico vada lasciata la facoltà di  esporre le proprie ragioni. E intavolare con lui un dialogo, che non vuol dire acquiescenza. D’altra parte, chi vuole e può esercitare un ruolo come quello del ministro non deve mai sottrarsi alle proprie responsabilità, il che significa anche sopportare il dissenso. Tuttavia sembra che questa prerogativa sia poco usata. Ricordo ancora una risposta che mi dette l’ex ministro Letizia Moratti quando ci recammo a Roma per invitarla, nell’anno lucreziano, ad assistere alla ripresa dell’“Orlando furioso” di Ronconi. Si negò perché, disse, non voleva essere contestata; sarebbe venuta se le fosse stata assicurata una visione “nascosta”, come quella del romanzo bassaniano “Dietro la porta”. Cosa che poi avvenne.
E non ha ragione Calvano quando rimprovera i dissidenti di non aver voluto far parlare la ministra. Sicuro che il dialogo – non posso controllare perché non c’ero – non potesse essere cercato con altre forme? In ogni caso dovere del ministro era quello di non abbandonare il campo.

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