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La guerra per la neutralità

NOTA A MARGINE
La guerra per la neutralità

Il 26 febbraio 2015 è stato un giorno importante per la vita e lo sviluppo della rete internet a livello mondiale, la FCC (Federal Communication Commission) americana ha infatti deciso che da ora in avanti nessun fornitore di servizi di rete potrà in alcun caso rallentare artificialmente l’accesso alla rete dei propri clienti, né potrà inibire l’accesso ad alcun sito. Si afferma cioè definitivamente il principio della cosiddetta “neutralità della rete” (Net Neutrality – NN). Ovviamente le decisioni di FCC riguardano esclusivamente gli Usa; tuttavia, stante il ruolo trainante di quel Paese nello sviluppo delle nuove tecnologie e servizi di rete, è del tutto prevedibile che influenzeranno anche altre parti del mondo, Europa compresa. Occorre ricordare che un dibattito analogo è in corso da tempo anche nel vecchio continente, nel quale il principio della NN era stato stabilito, almeno per le reti fisse, sin dall’inizio, ma che stava rischiando di venire pesantemente attenuato, sotto la spinta della lobby degli operatori di telecomunicazioni. Da tempo è infatti in atto una contrapposizione molto forte fra, appunto, chi fornisce l’accesso alla rete (gli Internet Service Provider – ISP) e le grandi aziende fornitrici di servizi, quali ad esempio Google, Amazon, YouTube, Apple, ecc., definite queste ultime collettivamente come OTT, acronimo che deriva dalla locuzione “Over the top”, inventata dagli operatori per rappresentare la collocazione, a loro dire strumentale e predatoria, di tali soggetti rispetto ai loro investimenti nella realizzazione delle infrastrutture. Poiché gli OTT sono sostanzialmente aziende americane, gli ISP europei si sono presto scoperti molto attenti e disinteressati difensori degli interessi del nostro continente ed anche su questo hanno fatto leva per convincere Parlamento e Commissione europea delle loro ragioni.
Alla radice della controversia c’è in realtà la definizione della catena del valore relativa ai servizi forniti sulla rete, soldi che provengono per ora in massima parte dalla pubblicità, ma in cui sta crescendo in modo vigoroso (almeno nei Paesi dotati di un’infrastruttura sufficientemente veloce) la quota derivante dai servizi in streaming a pagamento (ad esempio Netflix) e di cui sia gli ISP che gli OTT cercano di assicurarsi la parte maggiore. In particolare gli ISP vorrebbero poter proporre ad OTT ed ai propri clienti finali “canali trasmissivi” di qualità garantita e prioritari rispetto al resto del traffico internet, ovviamente chiedendo in cambio agli uni e agli altri un sovrapprezzo rispetto al semplice accesso alla rete, riuscendo in questo modo, a parità di investimenti nell’infrastruttura, a massimizzare i ritorni economici. Naturalmente a rimetterci sarebbero sia gli utenti finali non disposti a pagare il sovrapprezzo, che si ritroverebbero a disporre di un servizio pesantemente limitato, sia i fornitori di servizi di minori dimensioni, anche se capaci di offrire prodotti potenzialmente più innovativi ed interessanti rispetto ai big del settore, che non sarebbero in grado di accollarsi i maggiori costi. Gli OTT di dimensioni maggiori, anche in ragione del loro potere contrattuale nei confronti degli ISP e grazie alle loro economie di scala, vedrebbero invece rafforzata la loro posizione dominante. Il tutto a scapito dell’innovazione e della concorrenza e, non ultimo, dato il ruolo pervasivo della rete, della libera espressione delle idee e delle forme artistiche. Si tratta cioè di un problema che ha a che fare molto strettamente con il futuro della democrazia nei prossimi decenni. Il tutto è descritto molto bene in questo simpatico cartone animato in inglese [vedi], che invito tutti a guardare, scegliendo i sottotitoli nella lingua che meglio conoscono fra quelle disponibili, dato che purtroppo non c’è l’italiano.
Come accennato, la decisione americana, osteggiata ferocemente dai repubblicani, così come fortemente voluta da Obama, può spostare i rapporti di forza anche in Europa, per fare sì che anche le istituzioni dell’Unione definiscano una chiara posizione in favore della NN resistendo alle sirene della lobby degli ISP, che utilizzano la carota degli investimenti per influenzarne le decisioni e minacciano, nel caso che la NN venisse confermata, di non procedere alla realizzazione di nuove reti. L’argomento è in realtà privo di un reale fondamento, dato che lo sviluppo e la diffusione ulteriori della rete ad altissima velocità si tradurrebbe comunque in maggiori entrate per gli ISP, grazie alle quali sarebbe possibile finanziare gli investimenti necessari.
La decisione americana, oltre a quelli appena ricordati, è però importante anche per altri ordini di motivi, fra i quali:
1) L’accesso alla rete viene classificato alla stregua di quello telefonico tradizionale e la sua disponibilità ubiquitaria costituirà un diritto per i cittadini, mentre finora era esclusivamente legata alle valutazioni di convenienza economica degli ISP a volerlo fornire. Diventa cioè un servizio con caratteristiche universali, come lo sono ad esempio, oltre alla telefonia fissa, l’acqua, la corrente elettrica, la posta, ecc. Anche in Europa sarebbe necessario arrivare alla medesima determinazione.
2) Cade la distinzione fra reti fisse e reti mobili. Si tratta di una modifica epocale, perché sinora le reti mobili hanno goduto, sia negli Usa che in Europa, di un trattamento regolamentare diverso da quelle fisse, nei fatti sbilanciato a favore degli operatori ISP mobili. Ora invece la Net Neutrality dovrà essere garantita anche ai servizi mobili.

Tutto bene, quindi? La situazione è in realtà suscettibile di ulteriori evoluzioni, perché se anche la decisione di FCC è inappellabile (lì le autorità indipendenti lo sono sul serio) potrebbe comunque essere impugnata davanti alla Corte suprema. Soprattutto, con il congresso ed il senato in mano ai repubblicani, potrebbe essere approvata una legge ad hoc che, modificando i poteri di FCC, potrebbe vanificare la decisione appena assunta. Il rischio è che una parte dei democratici, sensibilizzati dalle lobby degli ISP, si uniscano alla maggioranza in modo tale da bypassare il prevedibile veto del Presidente. C’è da dire che la lobby contrapposta degli OTT, cioè quella dei vari Google, Amazon, Facebook, Apple, ecc. non è certamente meno agguerrita. In Europa, comunque vadano le cose oltreoceano, è importante che nell’opinione pubblica si intensifichi la richiesta della Net Neutrality, assieme a quella, soprattutto in un Paese arretrato come l’Italia, di adeguate infrastrutture di rete. Più in generale è indispensabile che cresca la consapevolezza che il superamento del divario digitale che ci vede agli ultimi posti in Europa rappresenta un elemento indispensabile non solo per uscire dalla crisi economica e per rendere il Paese più efficiente, ma anche per guidare lo sviluppo della nostra democrazia nel prossimo futuro.

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