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La rimozione della morte e l’illusione dell’eterna giovinezza

NOTA A MARGINE
La rimozione della morte e l’illusione dell’eterna giovinezza

Una società che trascura o ignora il culto dei morti è essa stessa morta. Ci siamo avviati già da tempo verso l’indifferenza davanti alla morte e sentiamo la necessità di rimuovere, accantonare, cancellare le tracce di chi ci ha preceduto, come se le pietre tombali, le lapidi e tutti i segni che ne onorano la memoria siano fastidiosi obblighi, ingombranti fardelli che appesantiscono la nostra quotidianità scandita e organizzata, che non contempla il rispetto del passato né tantomeno l’elaborazione del dolore della perdita. Non sempre le “Urne dei forti” nei Sepolcri di foscoliana memoria accendono “L’animo dei forti”. La ritualizzazione della morte ci trova impreparati perché abbiamo difficoltà a condividere il dolore, il lutto, la commemorazione dei nostri defunti: lo ‘spettacolo della morte’ è concepito come impossibile da sostenere e preferiamo rimuovere, trovare scorciatoie e vie di fuga per non affrontarlo. Un grande paradosso, se pensiamo alle immagini di morte veicolate dai media che ogni giorno siamo costretti ad ingoiare e che ci hanno condotti all’assuefazione totale, perché in fondo non ci riguardano in modo ravvicinato.

La frammentazione sociale, i martellanti messaggi valoriali di benessere, dinamismo, prestanza, giovinezza, salute, spensieratezza, benessere ci hanno indotti a perdere il senso dei nostri limiti terreni, cadendo nell’inganno della pseudo-eternità. Si elabora la morte e si ricordano i propri defunti attraverso i social network, e sullo schermo del computer e dello smartphone scorrono foto nostalgiche, dediche, epitaffi, massime e aforismi, emoji che rappresentano stati d’animo e sentimenti, messaggi di cordoglio, che non potranno mai sostituire il supporto che una reale vicinanza può offrire. Un’esternazione del dolore fine a se stessa che ci lascia inevitabilmente soli. Occorre infrangere l’idea che la morte e il ricordo dei propri cari creino una sofferenza insormontabile; occorrono più che mai momenti comunitari – proprio come il Giorno dei Morti – dove riesumare modalità comunicative autentiche, che permettano all’individuo di relazionarsi in un destino comune, trovando sostegno l’un l’altro, come richiede la nostra stressa storia evolutiva.
Trovarsi nei cimiteri, il Giorno di commemorazione dei defunti, è un rituale socialmente condiviso che permette di dare un ordine e un contenimento all’angoscia e al dolore della perdita. E’ un modo di riconoscere anche il valore e l’identità di chi non c’è più, la sua presenza nel passato, il suo essere stato, malgrado la sua scomparsa fisica. Molti aderiscono alla cerimonia, altri respingono l’idea di presenziare. Alcuni non ci vanno mai perché sentono i propri cari in ambiente diverso, altri non ammettono forme di celebrazione perché ritengono che ‘tutto sia finito’. C’è chi definisce quest’usanza come occasione ipocrita destinata all’apparenza di facciata, all’ostentazione dei vivi, piuttosto che sincero raccoglimento nel pensiero dei propri defunti.
Qualcuno preferisce visitare il cimitero soltanto in giorni più discreti, lontano da liturgie e appuntamenti ufficiali. Il cimitero è un luogo fisicamente ben definito con connotazione sociale chiara e condivisa. Permette di rimanere in contatto con i propri defunti, ricordarli ed essere di sostegno agli altri. Recarsi in quel luogo significa andare in un posto che ha una sua sacralità e richiede tanti piccoli rituali, piccole azioni, piccoli impegni – percorrere i vialetti tra le tombe, portare i fiori, accendere un lume, recitare una preghiera, rimanere in un silenzioso dialogo con se stessi e il defunto – che ci permettono di dare una sorta di sede al nostro dolore, alleggerendo il peso delle emozioni forti, rendendo meno pervasiva la sofferenza, riducendo l’angoscia, facendoci sentire meno soli.
Sono gli stessi gesti, le stesse modalità compiute nei secoli da chi c’era prima di noi, con caratteristiche diverse a seconda dell’epoca e civiltà, ma con lo stesso senso profondo. In alcune aree del mondo la commemorazione dei defunti assume un’importanza che supera per quel giorno le esigenze dei vivi. In Messico il Dia de Muertos, di origini preispaniche, diventa una festa di due giorni che coinvolge l’intera popolazione: l’1 novembre festeggiato dai bambini e il 2 dagli adulti. Si preparano gli altari dei morti attorno alla sede tombale, un arco addobbato con fiori, foto del defunto, incensi, per favorire il ritorno del caro estinto almeno per quei giorni. Vengono distribuiti dolci e pan de muerto ricoperti da zucchero colorato. La glassa di colore rosso, si narra, fu un’idea dei colonizzatori spagnoli per dissuadere simbolicamente la popolazione dalle pratiche dei sacrifici umani ai loro dei. Il colore dominante della giornata dei morti è il giallo, che domina la scena con le composizioni di cempasùchil, dei garofani particolari. File interminabili e suggestive di candele accese segnano il cammino che i defunti dovrebbero percorrere, mentre le famiglie rimangono riunite in cimitero per tutta la notte, con gruppi musicali che suonano le canzoni e melodie che piacevano ai loro cari. Una grande festa sentita che trae le sue radici nell’antichità, mantenendone tutta l’intensità, non solo folklore. Nel 2008 l’Unesco ne ha riconosciuto il valore, dichiarandola ‘Patrimonio immateriale dell’Umanità’.
Ci ha esortato anche Papa Francesco a fare visita ai nostri defunti oltre il Giorno dei Morti, onorarli, ricordarli per chi e ciò che sono stati e non soltanto per colmare il divario che ci separa dalla perdita. Disertare una visita ai nostri cari scomparsi significa privarsi di un momento dedicato esclusivamente al loro ricordo in un luogo a loro riservato. E se ci imbattiamo in qualche epigrafe spoglia, qualche tomba abbandonata, qualche sede sepolcrale davanti a cui nessuno si ferma, depositiamoci un fiore.

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