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Politicamente scorretto, eticamente appassionato

NOTA A MARGINE
Politicamente scorretto, eticamente appassionato

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È iniziata ieri in viale Alfonso I d’Este, nel verde vicino ai Bagni Ducali la cinque giorni di incontri e musica organizzata dal gruppo di Emergency di Ferrara per raccogliere fondi per il Centro chirurgico e pediatrico di Goderich in Sierra Leone (vedi). Ed è iniziata con un incontro dal titolo e dall’argomento piuttosto impegnativi, “Resistenza e resistenze”; ospiti: Anselmo Cervi, figlio di Aldo, partigiano torturato e fucilato dai fascisti insieme ai suoi sei fratelli il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia; Ezio Bertok, del movimento No Tav, e Lorenzo Guadagnucci, giornalista che si occupa di altreconomie e fra i promotori del Comitato Verità e Giustizia per Genova e del gruppo Giornalisti contro il razzismo.

È proprio Anselmo il primo a parlare ed è come un fiume in piena, tanto che Checchino Antonini, studioso di sociologia e giornalista che ha il compito di moderatore, farà fatica a trovare uno spazio per intromettersi e dare la parola agli altri ospiti. Parla della “storia pesante che ha dietro le spalle”, lui che ha perso il padre a pochi mesi di vita a causa degli ideali in cui credeva e che gli ha lasciato in eredità, racconta di casa Cervi, con un fienile pieno di fieno e antifascisti e una stalla nella quale le mangiatoie delle bestie nascondevano le armi dei partigiani. Nello stesso tempo però usa parole non scontate: in occasioni così bisogna parlare “di questa società ingiusta e di come viviamo in una società ingiusta nonostante l’antifascismo e la lotta partigiana”, perché “parlare dell’antifascismo senza legarlo a ciò che dobbiamo fare oggi diventa fare della retorica”. E poi rincara la dose: “non possiamo dire che i nostri sono morti per la libertà in generale, sono morti per creare un mondo di giustizia, nel quale il Ministero dell’agricoltura fosse affidato a un contadino e il Ministero della Cultura a un poeta”. Secondo Anselmo è un rischio pensare nostalgicamente alla Resistenza come a un “periodo eroico”: “sono stati costretti ad andarsene in montagna, perché con il Fascismo e poi con la guerra non c’erano più alternative”. Nessuna epopea, la semplice verità è che “ci sono periodi in cui c’è gente che si impegna per un mondo di giustizia, e tempi in cui la gente parla e basta”, o peggio ancora: oggi c’è “un ragazzino” che “fa le cene da mille euro con gli industriali e bastona gli operai”. Per concludere, come se avesse di fronte i giovani con cui ama stare e che incontra nelle scuole, ammonisce: “la rivoluzione non è aspettare l’ora x, ma fare qualcosa di concreto tutti i giorni per cambiare le cose, questo è anche il modo migliore di ricordare la nostra gente – come lui chiama i partigiani – e le loro storie”.

A questo punto Antonini riesce a fermare l’impeto di Anselmo e passare la parola a Bertok, più compassato, ma altrettanto netto nelle sue posizioni: “c’è un filo rosso che lega la Resistenza con la R maiuscola e la resistenza in Val di Susa, quella Costituzione che è nata dalla prima e alla quale la seconda si richiama”. Anche Bertok racconta di una lunga storia: quella dei No Tav, iniziata venticinque anni fa in Val di Susa, che nel tempo grazie alla sua “inclusività” ha dato vita a “un movimento popolare di massa” per “la lotta in difesa dei beni comuni”, capace di “radunare sensibilità diverse, accettando le differenze reciproche su alcuni temi e chi non aveva un’esperienza di militanza politica alle spalle”. Per questo oggi riunisce tre componenti: i comitati diffusi sul territorio, gli esperti (medici, professori e persino economisti) e amministratori locali. L’altra peculiarità è la “non delega” che comporta la necessità di informarsi e di impegnarsi in prima persona: “oggi non c’è un valsusino che non si sia informato sul progetto Tav” e, a quanto pare, in tanti hanno deciso che le sue caratteristiche e le sue ripercussioni “non vanno bene, perciò hanno deciso di mettersi di traverso”.

Guadagnucci ha invece provato a fare “un bilancio del G8 di Genova” anche alla luce della recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo sugli eventi della Diaz. A suo parere il passaggio più sconvolgente non è il riconoscimento che per la Diaz si possa parlare di reato di tortura, ma il fatto che “Strasburgo è dovuta intervenire perché in Italia non c’è stata giustizia per quel caso di tortura”. Per Guadagnucci, infatti, nella sentenza si dice che “l’Italia è strutturalmente incapace di garantire i diritti fondamentali dei propri cittadini”, per esempio perché “le forze dell’ordine hanno ostacolato la magistratura”, oppure perché “non sono stati individuati i responsabili e non ci sono i mezzi per farlo”, o ancora perché “non è stato fatto nulla per prevenire il ripetersi di abusi”, infine per “l’inesistenza di una legge sulla tortura”.

Anselmo, Enzo e Lorenzo: forse le loro parole sono state politicamente scorrette, ma sicuramente sono state eticamente appassionate. Ci hanno lasciato con un articolo che Dossetti avrebbe voluto inserire nella nostra Costituzione, ma che alla fine non passò: “La resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino”. Ecco il filo rosso che unisce resistenze di ieri e di oggi: la Costituzione e il diritto e dovere di ogni cittadino di impegnarsi per l’applicazione e la difesa dei diritti che vi sono garantiti.

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