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Nove mesi di attesa. E la borsa di studio diventa un miraggio per settemila studenti

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Tempo di lettura: 8 minuti

di Emiliano Trovati

Sostenere economicamente gli studenti meritevoli, attraverso la messa al bando di borse di studio. L’Inpdap da anni, con il progetto #Homo Sapiens Sapiens, finanzia il percorso formativo di migliaia di giovani, rispondendo in maniera lodevole al precetto costituzionale “l’istruzione superiore deve essere accessibile sulle basi del merito”. Un’attività però, che, nonostante venga garantita in anni difficili, sconta il peso della macchina burocratica pubblica, abbandonando i beneficiari nel purgatorio delle borse di studio.

Sette mila sussidi per lo studio, una grossa opportunità offerta dall’Inpdap – oggi integrata nell’Inps – per altrettanti studenti universitari, masterizzandi, dottorandi e tirocinanti, figli di ex dipendenti pubblici oramai in pensione, che ne facciano richiesta. Si chiama #Homo_Sapiens_Sapiens ed è una delle iniziative welfare dell’ente di previdenza, per incentivare lo studio e la ricerca italiani. Il progetto esiste da diversi anni e anche se non ha mai brillato per velocità di lavorazione delle pratiche e liquidazione delle borse ai vincitori, quest’anno, a detta di molti studenti, che ne hanno fatto domanda, l’attesa è stata un vero e proprio “purgatorio”.
Sono passati oltre nove mesi dalla pubblicazione del bando sul sito dell’Inps – era il 21 ottobre scorso – ma a tutt’oggi le borse non sono ancora state pagate. Questa lunga attesa, fatta di graduatorie pubblicate in ritardo e richieste di documenti aggiuntivi da consegnare, si è nutrita per tutto questo tempo della speranza dei ragazzi ed è stata aggravata poi dalla scarsa informazione della pubblica amministrazione.
In questa storia sono due gli aspetti che catturano l’attenzione: la mancanza del principio di ‘giusta attesa’, quando a dover pagare è il pubblico, e la difficoltà dei beneficiari di ottenere informazioni chiare e puntuali riguardo l’iter della propria richiesta.
Parlando con alcuni dei protagonisti, quello che emerge è l’impotenza del singolo di fronte all’ente pubblico, come un novello Davide che, solo e senza alcuna speranza di riuscita, deve affrontare le lungaggini di un Golia troppo potente che lo sovrasta. Questa condizione è espressa in maniera lucida dall’esperienza di Lorenzo, trentenne della provincia di Bologna, che proprio quel 21 novembre ha fatto richiesta di borsa di studio per svolgere un tirocinio, in una importante impresa locale.
La sua domanda va a buon fine, a marzo escono gli esiti delle graduatorie e Lorenzo ci rientra a pieno, è ottantesimo. Quindi in breve si aspetta di ricevere il suo accredito, necessario per sostentarsi durante il periodo lavorativo che lo attende. Così non è però. Nonostante sia vincitore, infatti, il giovane deve fornire dei documenti aggiuntivi inerenti al suo tirocinio. Per tenersi aggiornato sulla situazione verifica costantemente l’iter della pratica dalla sua pagina personale all’interno del sito dell’Inps, da dove ha fatto domanda di borsa di studio. In una sezione dedicata, chiamata ‘iter personale’, l’ente informa sullo stato dei lavori. Nella sua, come in quella di molti altri, appare la scritta ‘Domanda approvata – attesa documentazione’. Nel frattempo si fa aprile e Lorenzo, come altri, si procura i documenti necessari da consegnare all’ufficio di competenza per territorio, quello di Bologna, in via Gramsci. Da allora, della documentazione consegnata, della borsa di studio e dei tempi per ottenerla, non se ne sa più nulla. Come lui stesso racconta: “Ho consegnato i miei documenti ad aprile, ancora prima che mi venissero richiesti per mail, non appena all’interno della mia pagina personale è apparve la dicitura ‘approvata – attesa documentazione’. Sono andato, ho consegnato i documenti e me li hanno anche protocollati. Da lì, dopo alcuni giorni, non vedendo modifiche, ho iniziato ad inviare alla responsabile dell’ufficio ogni lunedì una mail per avere informazioni. Fino al 3 giugno non ho avuto risposte. In quella data, poi, ho ricevuto una mail dall’ufficio provinciale, diciamo, poco garbata, in cui mi si chiedeva di smettere di continuare a mandare mail, perché intanto la mia pratica era in lavorazione”.
C’è un altro modo, però, per avere informazioni, e Lorenzo prova ripetutamente anche questa strada, chiamare il call center dell’Inps, al numero 06.164.164. Anche qui, però, non ottiene risposte migliori. Nessuno sa dirgli che fine abbia fatto la sua pratica e a che punto della lavorazione si trovi. “ Ho provato a chiamare il centralino – racconta – anche se avendo fatto il centralinista all’università, per pagarmi gli studi, so come funziona, i ragazzi che rispondono non ne sanno più di quelli che li chiamano. E difatti non hanno saputo dirmi nulla di più di quello che potevo vedere io a video all’interno della mia pagina personale: “Approvata – Attesa documentazione”.

Una situazione del tutto simile la vive Antonella, studentessa dell’università di Bologna, che frequenta un master presso la sede distaccata di Modena. La ragazza, a marzo, secondo la graduatoria, risulta vincitrice della borsa, quindi, come le viene chiesto da una mail, fornisce i documenti che attestano la sua frequenza al master. Porta il materiale alla sede Inps di riferimento e attende con calma l’erogazione della borsa. Per controllare l’avanzamento della pratica, si informa giornalmente dalla pagina Facebook ufficiale dell’Inps, all’interno della quale, con cadenza irregolare, l’ente dirama dei post che informano, in maniera generica, sul programma ‘#Homo_Sapiens_Sapiens’. Ogni post pubblicato viene commentato da centinaia di lamentele di giovani in attesa dei propri soldi. Uno di questi mette in allarme la ragazza. Il 10 giugno scorso, sulla pagina Facebook, appare questo comunicato: “#Homo_Sapiens_Sapiens. La procedura di pagamento per le borse di studio Homo Sapiens Sapiens è stata ultimata”. Antonella, entusiasta, controlla immediatamente il proprio conto corrente, accedendo dal sito della sua banca, ma con grande sorpresa scopre di non aver ricevuto nessun accredito del valore della borsa. “Preoccupata – racconta – ho chiamato immediatamente il call center per capire cosa fosse successo. Ho avuto paura di aver sbagliato qualcosa nel presentare i documenti. Ho temuto di aver perso la borsa. Dal centralino, invece, una ragazza evidentemente stressata e dal tono contrariato, mi ha risposto che a loro non risultava conclusa la procedura di pagamento e che sicuramente quel post era frutto della mancanza di senso dell’umorismo di qualcuno dell’ufficio stampa”. Chi sia a gestire il profilo Facebook dell’Inps non si sa, è certo, però, che lo dovrebbe fare diversamente e meglio. D’altronde basta guardare, come detto prima, ai commenti che seguono ogni post pubblicato, per leggere centinaia di imprecazioni, se non del tutto giuste, quasi nessuna sbagliata, fatte da giovani, spazientiti e in cerca di chiarimenti, e indirizzate al mittente.

L’avvocato Bruno Barbieri, presidente del Codacons per la regione Emilia Romagna, esperto di casi affini a questo, facendolo per lavoro, ha condiviso con noi parte della sua conoscenza professionale, dando alcuni consigli su cosa fare in situazioni simili. Sui due aspetti della vicenda (attesa interminabile e mancanza di informazioni chiare), l’avvocato spiega che, per il primo aspetto, c’è solo una cosa da fare. “Sulla tempistica – dice -, per chi non è addetto ai lavori, non la interpreta andando a leggere il bando, perché a volte alcune cose non sono scritte in maniera chiara. In questo caso specifico, non essendo indicate scadenze da rispettare, il beneficiario ben posizionato in graduatoria, che ne avesse l’esigenza, può forzare la mano promuovendo l’art.700 (un procedimento d’urgenza) davanti al Tar, dicendo, guardate a me i soldi servono adesso perché ne ho bisogno per pagare la rata del master per il quale ho fatto richiesta. In questo caso il Tar potrebbe dare ragione ed ordinare alla pubblica amministrazione di pagare subito”. Comunque, il primo passo da compiere per l’avvocato è la diffida, “un atto con cui la persona intima alla controparte, questa volta un ente pubblico, di adempiere ad un fare o dare entro un determinato termine, normalmente 30 giorni. Se questo non viene rispettato si va dal Tar, chiedendo al giudice di imporre, con un atto di autorità, di fare ciò che deve”. Un’ulteriore cosa da fare, secondo Barbieri, per spingere un ente a velocizzare le pratiche, può essere “prima dell’azione giudiziaria, affiancare a questa i mass media che danno forza all’azione, e a volte nel giro di poco si risolve, perché l’Ente non vuol fare brutta figura”. Nell’affrontare un ente pubblico, quindi, conoscere qualcuno a striscia la notizia aiuta.
Per il secondo aspetto, e cioè “sul problema della trasparenza dell’operato della pubblica amministrazione, così come degli istituti bancari e degli altri soggetti che fanno attività di pubblica utilità, va detto che l’operato di questo dovrebbe essere trasparente sin dall’inizio. Quando uno vede il bando, dovrebbero essere previste quante più possibili situazioni che si possono verificare in modo classico nello sviluppo della vita dello stesso. Se così non è, appunto, la bontà della pubblica amministrazione, piuttosto che una fondazione, si vede proprio dalla capacità di rispondere in maniera chiara alle domande degli utenti”. Anche in questo caso, però, l’utente ha le mani legate. “Essendo, gli enti pubblici, – conclude Barbieri – soggetti diretti da persone messe lì da politici, per legge, l’unico strumento che si ha, oltre l’autorità giudiziaria, è di dare un giudizio all’atto dell’esercizio del diritto di voto”.

[© www.lastefani.it]

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