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Un giardino è un luogo dove ritrovare se’ stessi, uno spazio dove perdere i propri pensieri e ritornare a respirare un’aria che ogni giorno pare sempre più rarefatta, pesante e soffocante.
Un luogo appunto. Un mondo a se’, importante e salvifico, soprattutto in un’epoca, come quella moderna, dove ormai siamo circondati dai “non luoghi”, quegli spazi immensi e umanamente vuoti come i rumorosi centri commerciali, le anonime zone residenziali o i brulicanti aeroporti che ci rendono tutti uguali, omogenei, omologati, fatti per essere e trasformarci unicamente in un consumatore di spazio e di cose. Uguali, tutti uguali, allineati e obbedienti. Ecco allora cosa ci spinge a fare giardini. La voglia di trovarci in un vero luogo, la percezione che quando entriamo in uno di essi accada qualcosa di speciale proprio in quell’istante, la sensazione che si stia entrando in un mondo con leggi diverse da quelle ordinarie. Un luogo chiuso con le sue regole. La stessa etimologia della parola “giardino” ricorda questo status: il germanico gart, il latino hortus, il persiano pairi-daeza (che i greci tradussero con paradeisos). E mentre questo luogo si chiude su se’ stesso, escludendo il territorio circostante, esso compie anche l’opposto, accogliendo nel suo seno lo spazio esterno, se non tutta la Terra. Sa anche di sacro, basti pensare agli antichi Romani, secondo i quali ogni angolo della terra era abitato da una divinità minore, un genius loci, con il quale bisognava dialogare e capirsi quando ci si insediava in un luogo da esso pre-abitato. Forse quelle sono le voci e i sussurri che sentiamo quando varchiamo la soglia di un giardino, rivelazioni improvvise di passati e storie che ci portano lontano. Forse quella la sensazione di abitare un luogo senza tempo, di ritrovare un ordine profondo che va aldilà della nostra comprensione, di sfiorare una storia accumulata in un angolino di terra, suoni e odori che stanno lì in attesa di parlarci. Veri luoghi che rapiscono e che sottraggono al quotidiano, almeno per un po’. D’altra parte, in questo caos contemporaneo, “un luogo sembra poter esistere solo ai margini della modernità, nell’elenco tante periferie del mondo, là dove l’oblio e l’incuria degli uomini gli hanno permesso di sopravvivere, dove crescono felicemente il muschio e le felci. Al punto che è lecito chiedersi se un luogo non sia altro, nel paesaggio contemporaneo, che il frutto di un caso, se la condizione della sua esistenza non sia l’abbandono”. Solo questi posti ci sottraggono al tempo ordinario e agli spazi neutri della vita contemporanea. Meglio trovarvici rifugio ogni tanto, allora, sedersi li’ e ascoltare. Torniamo al giardino, seguiamo gli echi dei geni che lo abitano, sentiamoci nomadi senza passato o avvenire, come le piante libere e rigogliose, abitiamo poeticamente questa terra. In un oltre-tempo che culla cuore e mente.

imageMarco Martella, Tornare al giardino, Ponte alle Grazie, 2016, 59 p.

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