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Osservazioni sulla poesia dialettale: ‘Scartablar int i casit’ di Edoardo Penoncini

Il Penoncini che scrive in dialetto ferrarese, il suo vernacolo la sua lingua madre, mi pare un po’ distante dal solingo, architettonico poeta in lingua, appartato ma vicino a tutte le cose, che ho introdotto e recensito. Dove si trova questa distanza si chiederanno i lettori e me lo chiedo anch’io tanto da farne la chiave interpretativa di questo scritto. Credo stia nell’essenzialità e nell’esistenzialità. Dunque per definizione i “nostri” dialetti (io sono bolognese ma non cambia moltissimo) sono “secchi”, tronchi e, dunque, portati per natura e per struttura all’essenzialità. Il Penoncini però ci mette del suo e accentua tale innata caratteristica del vernacolo ferrarese concedendo un’asciuttezza tale da occhi che non lacrimano andando diritto al cuore delle cose con una modestia tale che si fa semplicità pura, non certo posa: «Io parlo come mi viene/ non conosco nemmeno le lingue… Mi a ciàcar còm am càpita/ an sò gnanch ill lingv». Infatti non occorre sapere le lingue pàr ciàcarar… (non era forse una bella sezione di uno splendido libro di Raffaello Baldini, grande poeta romagnolo dialettale? Penoncini ama i grandi poeti romagnoli, e giustamente aggiungerei io. As ciàmeva Ciacri cla paert che dgeva prema, ovvero: Si chiamava Ciacri quella sezione di cui dicevo prima detta in bolognese… Le chiacchiere appunto. Esattamente tutto il contrario di quello che il filosofo Heidegger intendeva per tali. Egli pensava alla dimensione della inautenticità del dominio del Sì sull’Esserci cioè sull’uomo, una dimensione della quotidianità opaca dove la “vita non vive” per citare un altro grande nome: Th. Adorno. Ove si è dominati da un linguaggio che non è nostro, quello della chiacchiera appunto. Ma qui è esattamente il contrario. È nelle chiacchiere che appare improvvisamente la vita, la sua stoffa etica ed estetica, il suo trambusto, il suo gioire, il suo passare grandi eterni temi della poesia e anche di quella del Nostro che ascolta il cuore e le sue ragioni e le sue stagioni, la sua semenza diremmo con il friulano Leonardo Zanier.
Penoncini, in questo libro davvero bello e robusto quanto sottile, coltiva la semenza, la sa gettare, in molti anni ha covato in silenzio questa sua Arte e poi è uscito allo scoperto, una volta sentito che il terreno fosse quello giusto per gettare la semenza e sul come fare a gettarla, quale codice linguistico scegliere: «…Noi abbiamo bisogno del tempo/ è come gli amici/ più ce ne sono e meglio è… Nu a gh’én biso’gn dal témp/ l’è cmè j’amigh/ più agh n’è mèj l’è…». A conferma della mia tesi vanno anche gli Haiku in dialetto ferrarese che vantano passaggi non certo secondari e sono una vera e propria novità per quanto concerne la scrittura e la produzione del poeta Penoncini. Ne propongo uno citato dall’ottimo poeta Giuseppe Ferrara che nel testo ivi recensito ha scritto una nota in specifico riferimento agli Haiku: «l’àn ch’l’è pasà/ l’à lasà int al mè cuór/ muć ad but nóv… l’anno che è passato/ ha depositato nel mio cuore/ tanti nuovi germogli». Questa scelta mi permette di introdurre l’altro grande tema della poesia di Edoardo: la sua dimensione esistenziale.
Oltre alla essenzialità si diceva infatti del tono esistenziale di queste liriche. Anche in questo caso il Penoncini in lingua non è certo estraneo a tale cifra tematica. Ma nelle liriche in dialetto il poeta si lascia come andare ad una rivalutazione del “tempo del consistere” rubo un’espressione a Gianfranco Fabbri, poeta tosco-romagnolo, del tempo del quale noi consistiamo e che è depositato nei giacimenti infiniti di “una volta”, del mondo di ieri e dell’altro ieri al quale Edoardo Penoncini attinge con sagacia ed acutezza a piene mani. Ritrovo qui una poetica quasi Morettiana delle poesie scritte col lapis, delle piccole cose di un crepuscolarismo tutto padano che non fa sorprendere che l’autore abbia vinto in passato il premio Gozzano. I campanili, il Po, il suo scorrere, i paesini che lo costellano, Ferrara nei giorni spenti quasi morti, la veglia, i camini e le stufe, la lentezza, insomma la vita e l’amore. Certo l’amore e perché no? È uno dei temi eterni della poesia e dell’esistenza e Penoncini da vero poeta non vi ci si sottrae. A tutto questo, direi questi, mondo e mondi fa da seguito il nostro tempo dell’inconsistenza della fretta della mancanza di pensiero poetante piuttosto che di pensiero irriflesso, impulsivo adatto e adattatosi alle macchine, ai cellulari sempre in connessione. Si avverte in Penoncini non la paura per tale dimensione che non gli appartiene per generazione e per cultura, ma una sofferenza per quello che l’uomo potrebbe diventare abusando di tale sistema dei social e informatico. Vale forse sempre il detto di Epitteto : “Il bene e il male non stanno nelle cose, ma nell’uso che di esse se ne fa”? Ai posteri…

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