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Otto frammenti per comporre un ritratto di donna in fuga dall’infelicità

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Donne in fuga o, forse, donne alla ricerca. La raccolta “In fuga” (Einaudi) del premio Nobel per la letteratura 2013 Alice Munro parla di allontanamenti e ritorni, slanci di fuga e ricomposizioni, normalità della vita e pensieri di evasione. Tre degli otto racconti hanno la stessa protagonista, Juliet, e formano un romanzo breve all’interno di una carrellata che è panorama unico e composito.
Alice Munro costruisce le donne dei suoi racconti per piccoli pezzi, lasciati qua e là, per dettagli che parlano di loro e chi legge deve mettere insieme. Una caccia al tesoro di indizi e collegamenti, un lungo cammino dove la morte è un passaggio verso altre opportunità che verranno, altre persone, altra vita.
I racconti di Juliet sono la sua storia per grandi tappe, sono gli avvenimenti che accompagnano e cambiano la maggior parte delle donne che concludono gli studi, incontrano l’uomo con cui fare una famiglia e diventano madri. Capita anche a Juliet, giovane, una laurea in lettere classiche e un incontro casuale, durante un viaggio, con Eric l’uomo che sarà il suo compagno. Lui, a suo agio nel guardare le stelle, la invita a individuare il Grande Carro e da lì a cercare la Stella Polare, ne è certo che la troverà. E allora un giorno Juliet cercherà Eric e lo troverà. Nell’attimo dell’incontro, quello preceduto dall’incognita del non sapere come andranno le cose, Juliet si sente scrutata e capisce che così doveva essere, è “traboccante di sollievo, aggredita dalla felicità. Che cosa sbalorditiva. E quanto somiglia allo sgomento”.
Nasce una figlia, Penelope, Eric la tradisce una volta, o forse di più, non se lo ricorda nemmeno, e poi era stato tanto tempo prima, che importanza aveva ormai anche se l’aveva fatto quando Juliet si era allontanata per accudire la madre morente, quando Penelope aveva solo un anno, quando Juliet era molto innamorata e si struggeva di nostalgia per lui. Eric è così, gli basta una parvenza d’amore, una convivenza civile e bonaria, ma Juliet no, vuole risolvere, non vuole fare finta solo per il bene della figlia. La loro unione andrà avanti fino alla morte di Eric, ma il dolore non arriva subito, si fa attendere come le cose importanti, la aggredisce alla fermata dell’autobus, al calare del sole in un momento qualunque di una giornata come tante. Il dolore è come “un sacco di cemento armato a presa rapida” rovesciato dentro di lei, la paralizza, ma poi la apre del tutto. È il momento di raccontare a Penelope, di sdoganare quel peso che riguardava lei ed Eric, il tradimento, la loro unione.
Dopo la morte di Eric, Juliet ricomincia con altri lavori, riprende gli amati studi classici, ma se un tempo si appassionava a Briseide, Criseide e alla mitologia, finisce per dedicarsi al romanzo greco, a quella produzione tarda, più sentimentale e artificiosa. Penelope se n’è andata, per un po’ le scrive, poi più nulla, Juliet la cerca, ma non la trova. Saprà di lei per caso, da un’amica: Penelope ha cinque figli ed è probabilmente felice. Ma non è la Penelope che stava cercando, quella Penelope non c’era più, non esisteva.
Juliet ora lavora qualche ora al caffè, spera di ricevere una parola da sua figlia, ci spera “come la gente di buon senso può sperare in una felicità immeritata, un perdono spontaneo, roba così”.

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