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Francesco D’Angiò: “Il fotografo del campo” e altre poesie

Parole a capo
Francesco D’Angiò: “Il fotografo del campo” e altre poesie

chiodo dolore
Tempo di lettura: 3 minuti

“La poesia non è fatta di queste lettere che pianto come chiodi, ma del bianco che resta sulla carta.”
(Paul Claudel)

Il passamano

Del freddo che io sento
non ti rammaricare,
a quest’ora è dolente anche il sole.
Mi aggrappo ad un vecchio passamano
che conosce tutte le mie ossa,
e vacillo quel che basta a ricordare una carezza.
Erano i giorni agguantati,
dove tu giungevi a sorprendermi di tenerezza
sul sottile confine
tra le promesse ed i fallimenti,
nell’attesa di un continuo congedarsi.
Avrei dovuto leggere di più,
ma vorrei che mi parlassero ancora
di quanta gioia c’è nelle rinascite
che tardano ad arrivare,
ora che ho denti poco curati
e cianfrusaglie in cassetti chiusi.

L’attesa

Sono più spesso in attesa
che mi torni l’infanzia
caduta dal nido,
la vecchia data che scrivo
su per la cicatrice rimarginata.
Ho contato tante madri,
ed una la mia, che ancora
mi perdona.
Nei tanti cieli
che sono come gli anni,
si aprono e chiudono i giorni,
e faccio ritorno dopo aver riposto le mani
poco prima di dormire,
mani che hanno accarezzato i sogni
che ho lasciato partire.
Ma ancora alcuni soggiornano
davanti ad una porta
difettosa di serratura,
e con la coperta sulle spalle ad agosto,
riportano una fantasia non reperibile
all’indirizzo normalità.
Porrei sulla mia testa anche l’attesa del nulla,
la più puntuale di tutte.

Il fotografo del campo

Mi fischia un orecchio
ed il nome non è
sulla scatola dei biscotti,
ma nel dito sottratto
all’indicazione del cielo,
nella foto ufficiale
senza carne,
nel gruppo sanguigno
del dolore.
Il compito svolto
è dimenticare.
Allo scatto, ci fanno la fossa
che non occupa spazio,
andremo diretti dalla colpa
al monumento che ci solleva tutti.
Siamo finiti per caso
nel turno che ci espande
fino alle risposte che vi darete,
chiedete pure senza fare domande.
Prendete pure, i chiodi sono già
negli assi, e non c’è farina
che alteri il vento,
mi metterò in posa
fino a che non svengo,
verrò bene nell’aria
somigliando alla consistenza di Dio,
nella quiete dell’orto,
inutile quanto basta.

Testo N.18

Ci sono cancelli che non voglio aprire
come foglie che voglio far risalire,
come molliche da dare ai piccioni
che non mi fanno sentire triste,
che non esistono nelle mie tasche.
Ogni passata stagione
è vestita con gambe accavallate
e pomeriggi lunghi
mischiati al sole alto delle finestre,
con cantilene senza memoria,
con la frutta fresca nella cesta
ed i sentiti omaggi
alle visioni di pochi,
quando volano fin dove
le risposte restano personali.
Toglieteci ogni strumento
che possa ferirci,
e noi ci faremo trovare
pronti lo stesso,
a farci benedire con la pelle d’argento
che sostituisce la luna.

Francesco D’Angiò, nato a San Vitaliano (Na) nel 1968, sposato e residente a Matera. Nell’ottobre 2020 pubblica per la casa editrice Planet Book il romanzo dal titolo Lo sconosciuto. È in attesa di pubblicazione la sua prima raccolta di poesie a cura della casa editrice “Edizioni tripla EEE”.

La rubrica di poesia Parole a capo esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. 
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