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Sergio Gnudi: “Ora è il tempo” e altre poesie

PAROLE A CAPO
Sergio Gnudi: “Ora è il tempo” e altre poesie

Tempo di lettura: 5 minuti

“Ogni poesia è misteriosa: nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere.”
(Jorge Luis Borges)

 

Ora è il tempo

Ora è il tempo infinito del basta
ora è il tempo di alzare la testa
ora è il tempo di chiedere il conto
ora è il tempo che il tempo è finito.

Lasciamo che vadano i giovanetti
lasciamo che gli eroi siano eroi
e innoviamo i sacri miti del dunque
e abbracciamo le steli pulsanti.

D’italica porpora ammantato
il nume grida il sacro percorso
sul niente della strada indicata
e noi seguiamo ossequiosi il vessillo.

Ora è il tempo di scordare l’augurio
quello che fece felice Cirene dell’Ade
e se nessuno piange d’Eurialo la morte
è chiaro che la tragedia sia pretesto.

Nel passo tacito dei giovanetti solerti
non resta che offrire fiducia al domani
nella vita che forse sarà il credere è pegno
di un mondo futuro uguale al sacro passato.

Ascoltiamo le forti grida di inni al futuro
offriamo agli dei l’altare abbondante di beni
e come Agamennone aspettiamo Ifigenia
e il destino ci colga con il sangue vermiglio.

 

Ti ho vista raccogliere

Ti ho vista raccogliere paurosa le carte,
ti ho osservata nascondere il viso fugace,
ho seguito il tuo sguardo fuggire la vista,
ho preso la misera moneta e te l’ho offerta.

Mi hai guardato con sospetto e timore,
ho sorriso con vergogna appena celata,
il tuo viso si è sciolto in un timido sole,
hai preso il soldino allungando la mano.

Le colpe di uomini e donne in quel gesto,
le tristi storie di noi tutti in quell’atto,
di chi si erge a credersi il vero e il giusto,
di chi pensa all’altro come al nemico.

Veloce il colosso superbo potrebbe crollare
e perdersi nella brina dell’inverno gelato
o nell’afa assolata del deserto giallastro
o peggio nella siccità di anima e cuore.

Hai messo nella logora tasca il dio blasfemo,
avresti dovuto dirmi che ti è dovuta la vita,
che nessuno di noi, saccenti, può negarla,
che la fortuna ci arrise per un semplice caso.

Invece hai ringraziato coprendoti il viso,
te ne sei andata veloce a cercar altre carte,
a cercare altri oboli da aggiungere al pranzo
e io sono rimasto a guardare triste e sconfitto.

 

Lascia infine

Lascia infine i vecchi libri
lascia quell’odore stantio
che non offre che ricordi
che non mostra che passato.

Spalanca le finestre al futuro
ascolta i pensieri ridondanti
di chi urla sberleffi all’antico
di chi mostra le vesti luminose.

Vieni e usciamo a ballare nel sole
ad annusarne il morbido odore
a salutare la gente sicura di vita
a offrire il sorriso al semplice passo.

Nessuno deve più capire l’umano
nulla sarà da studiare dell’animo
di bambini e musica sarà il cielo
e di innocue carezze sopra il capo.

Rinuncia a studiose e ombrose giornate
a ricordare poeti e scrittori già morti
lascia quel pernicioso desiderio di vero
e accogli nel cuore l’oblio della storia.

Questo è il grido ammagliante che giunge
questa è l’agonizzante speranza che spegne
troppo debole è l’ anelito di umana virtù
e forse questo è il destino finale che ci attende.

 

Quel poeta

Eccolo lì all’angolo dei pensieri
eccolo lì un poco macilento
e un poco orgoglioso di penare
e anche impettito nel dolore.

Quel suo canto che tra gioie e pene
si libra dal petto mai invecchiato
si dissolve in piccole lacrimevoli scintille
che suonano di vita, di cuori e d’amore.

Ti racconta che tutto gli hanno rubato
anche la morte che vorrebbe compagna
e che i teneri amici gli cadono attorno
con quella testa nelle spalle incassata.

Tu lo guardi e sorridi con compiacenza
ma sai quanto il suo mondo sia lontano
quanto sia strascicato il suo narcisismo
lui il Poeta che al martirio è votato.

Poi mi accorgo di cose che ho fatto
ho colto i fiori e ora tocca alle erbe
poi mi accorgo dei magri bottini
e dei grigi capelli sulle tempie.

Lui mi è fratello nelle tetre nebbie
di questo lento tramonto senza sole
e rimango a contare fredde le sillabe
di un poema che non vuole finire.

Quel poeta a cui freddi giorni fanno eco
quell’illuso dell’ingannevole salvezza
quel facitore di versi che porgono la mano
quel triste lamento mi guarda allo specchio.

 

Sergio Gnudi, ha pubblicato nove opere poetiche. L’ultima nel 2019 è stata Ballate del tempo che fu. In poesia ha scritto d’amore, con la trilogia A Cinzia, Raccontami o Dea e Il filo d’Afrodite e poesia civile con Incitamento alla politica del 2015. Due sono il libri per ragazzi pubblicati: La mamma racconta gli eroi e Le storie di Antonio. Con il musicista astigiano Beppe Giampà ha creato reading musicali: Era febbraio, Le stagioni in città e la Storia delle Storie, sull’epica del Torino calcio. Tra poesia e narrativa è il volume Sensazioni del 2017, dal quale è stato realizzato un film presentato alla fiera del cinema di Venezia del 2018. E’ del 2018 il romanzo La statua del potere, che si rivolge a un pubblico giovane. Del 2019 la raccolta di racconti Il gioco di Diana, storie di streghe e povere donne. Attualmente sta collaborando con Sergio Altafini a Eridanea: un progetto multimediale sui miti greci nel Basso Po. Ha infine realizzato la scrittura filmica del nuovo lungometraggio La vita che verrà, che è stato presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. 
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