25 Gennaio 2018

Parole da abbandonare e parole da salvare

Maura Franchi

Tempo di lettura: 7 minuti

Le parole parlano di noi e ci parlano. Danno forma alla nostra mente e ritagliano la realtà intorno a noi, dandole una forma. Se siamo abituati a scrivere, sappiamo che le parole che usiamo nei nostri lavori continuano a mandarci messaggi e dopo molti anni ci svelano significati che non avevamo colto.
Alcune parole ci hanno folgorato, altre ce le siamo portate dietro come zavorra, abbiamo cercato di liberarcene, le abbiamo da sempre percepite come i tic espressivi di un’epoca. Ricordo “nella misura in cui” nelle assemblee universitarie, o l’espressione “delle due l’una” che intercalava interventi intrisi di molte certezze. Espressioni di un pensiero dicotomico – vecchi/giovani, giusto/sbagliato, destra/sinistra, buoni/cattivi come nei film western – un pensiero povero sostenuto da molte certezze: le locuzioni diffuse segnalavano un’arrogante pretesa di verità.

Abbiamo faticosamente cercato di liberarci delle mode linguistiche, ma quasi mai ci siamo riusciti completamente, se non quando un’altra fase ce ne proponeva di nuove. La politica propone oggi molte parole brutte, perché gergali, destinate a coprire il vuoto di analisi e di proposta. Pensiamo all’inflazione del termine “populismo”, associato alle più diverse espressioni di crisi di fiducia verso la politica e i partiti e proteso a ridurre a forma comunicativa ogni segno della stessa crisi.
Nel tempo della comunicazione che rimbalza sui social media, il linguaggio tende a essere ancora più uniforme che in passato: assunto e usato per esprimere pareri schierati, opinioni inconsistenti quanto sicure, modellate sul punto di vista inconfutabile del soggetto che le esprime. Non è cambiato molto, in fondo, circa la pretesa di verità che attribuiamo alle nostre opinioni. E’ cambiato il fatto che lo sgretolamento delle cornici ideologiche ha lasciato al “soggetto che parla” una sorta di diritto/dovere a esprimere il proprio punto di vista soggettivo. Un parere che fa supplenza a una cittadinanza negata, a una vita sociale compressa, all’oggettiva difficoltà di comprendere un mondo che cambia e che ci lascia senza categorie per interpretarlo.
Così noi restiamo senza parole, carenti di termini pregnanti, distintivi e in grado di schiudere significati. Da questa crisi di categorie nascono le locuzioni stereotipate che rappresentano gli odierni tic espressivi. L’elenco delle espressioni fastidiose è troppo lungo, basta citarne alcuni: “assolutamente”, tanto più se declinato con un’affermazione o una negazione, “assolutamente sì” e “assolutamente no”, “per essere sincero”, attitudine che non dovrebbe essere giustificata; “ragionare a 360 gradi”, orribile locuzione per segnalare un’ampiezza di vedute, quando non si ha idea di dove indirizzare lo sguardo, né ancora meno di cosa significhi ragionare.

Lo scenario del talk show è l’apoteosi del punto di vista, di posizioni che non si confrontano. Nella vita quotidiana tutto ciò si traduce nella locuzione “secondo me”, espressione che mi suscita fastidio, non perché consideri illegittimo esprimere il proprio punto di vista sulle cose e sui fatti, ma perché il “secondo me” nega che il pensiero costa fatica, impone una riflessione non improvvisata, nasce dal dubbio e resta aperto al dubbio. Non è il “secondo me” modesto e pronunciato a bassa voce che vorrei abolire, ma l’uso facile delle opinioni non supportate da conoscenza che imperversa in rete e sui palinsesti televisivi. Un succedaneo di democrazia. Un pensiero forte e debole al tempo stesso, forte perché urlato e usato in termini divisivi, debole perché non fondato su analisi adeguate alla straordinaria accelerazione del mondo. Il pensiero è fatica, questa fatica deve essere onorata ed è quindi colpevole generare l’impressione che ogni punto di osservazione sulla realtà abbia la stessa capacità di catturarne una verità, sia pure parziale. La parola “post-verità” dice questa separazione tra i fatti e le parole. Le parole possono essere svuotate di senso quando diventano stereotipi, quando sono buone per tutti gli usi.

Noi siamo le parole che usiamo. Le parole sono strumenti espressivi e, sono la forma del pensiero. Delle parole che amiamo, apprezziamo i contenuti, il loro stesso suono ci fa conforta, ci porta in un mondo in cui ci sentiamo bene. Vorre cancellare le parole che suonano come gusci secchi, come paraventi del vuoto che cerchiamo di occultare, quando non sappiamo dare un nome a cose che non conosciamo.
Amo le parole che segnalano ricerca, apertura, quelle che ci consentono di costruire ponti (connessioni, ibridazioni, ricomposizioni). Di fronte all’imperante potere delle emozioni, vorrei tornare a rilegittimare il termine razionalità, divenuto impropriamente sinonimo di freddo, insignificante, povero, in contrapposizione alla capacità di calore, senso, ricchezza proposta dalla via breve della nostra mente. Vorrei che la parola razionale riacquistasse reputazione come espressione di un pensiero argomentato, fondato. Ognuno di noi vive le proprie tensioni tra razionalità e irrazionalità, ci nutriamo talvolta di emozioni che spesso sono associate alla paura. Ma una singola idea sbagliata genera molte idee sbagliate, le credenze sono in grado di influenzare le opinioni con esiti anche gravi. Vorrei anche che salvassimo la parola ragionevolezza, intesa come capacità di mediazione, opposta al conflitto come scorciatoia del pensiero e dell’azione. Vorrei che non parlassimo troppo delle nostre passioni e che le facessimo vivere negli interessi coltivati ogni giorno. Propongo di allargare il significato della parola lavoro, associata oggi a parole come vincolo, precarietà, stabilità, obbligo, condanna (dal sudore biblico alla rivoluzione post industriale), ma questo è certo un vezzo dettato dal privilegio di un mestiere che amo.

Scrivendo questi appunti, mi accorgo di quante parole siano logorate e di come sia difficile evitarle. Ragionando sulle parole facciamo esperienza della forza della semplicità: semplici sono le parole che non appartengono solo ad una stagione. Semplice è una parola che mi piace. Semplice è (almeno nella rappresentazione) la formula della relatività di Einstein. E da quella semplicità ha preso forma un modo nuovo di pensare l’universo. Ma anche la parola complessità mi piace. Non allude a complicazione o a difficoltà, termini impropriamente associati alla complessità, ma alle interconnessioni tra i fenomeni e all’impossibilità di previsioni lineari e sequenziali.
Due parole soprattutto credo che dovrebbero essere oggetto di attenzione: immaginazione e futuro. Abbiamo bisogno di immaginazione, in un tempo in cui gli accadimenti sono più veloci del pensiero che dovrebbe comprenderli. Un esempio di immaginazione necessaria è la capacità di fare i conti con lo scenario ampio della globalizzazione, con le tecnologie digitali e le loro implicazioni e con l’intelligenza artificiale. Dovremo immaginare come vivremo in un tempo senza lavoro, come vivremo in una contiguità solitaria, sospesi in un mondo frastornante di comunicazioni.
Dovremo immaginare il futuro in un tempo in cui non sono possibili previsioni, perché sono troppe e troppo fluttuanti le variabili in gioco. In un tempo in cui le previsioni sono affidate ai big data, immaginazione e futuro mi sembrano parole da salvare.
In sostanza amo le parole che allargano la mente, preferisco un tema che fatico a dipanare a qualcosa che mi fa battere il cuore un istante, qualcosa da imparare piuttosto che qualcosa da rimpiangere. Per questo considero la nostalgia, applicata alla vita pubblica, un inutile spreco di energie.



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L’autore

Maura Franchi

È laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del Prodotto Tipico. Tra i temi di ricerca: le dinamiche della scelta, i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
Maura Franchi

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