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Patrizio Bianchi su ‘Democrazia senza’: “Un libro ricco di spunti che non banalizza i problemi”

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Tempo di lettura: 4 minuti

di Patrizio Bianchi*

“Democrazia senza” è un libro di notevole spessore che dà conto di una ampia letteratura e che ci offre un’idea della quantità di dibattito e di ricerca che sul tema della democrazia si è andata accumulando nelle più diverse prospettive. Il libro offre molteplici piani di lettura e non solo diversi argomenti, ma indica anche un taglio e una prospettiva originale.
L’analisi non assume un concetto astratto di democrazia, ma parte dall’idea di democrazia che compare alla fine del Settecento e coincide con la nascita dello stato moderno e del capitalismo industriali.
Abbiamo della democrazia una versione storicizzata, che emerge in un certo contesto storico, culturale, contesto che per certi versi ne rappresenta le condizioni di base senza le quali la democrazia, nel significato pieno che ad essa attribuiamo, non si realizza. Non a caso, abbiamo visto quanto siano stati fallimentari i tentativi di esportare la democrazia, anzi abbiamo visto quali disastri abbia compiuto l’esportazione della democrazia in contesti diversi e con una cultura diversa.
Alla base della nostra lettura della democrazia sta un’idea di individualismo etico, l’idea di un individuo che ha un valore a prescindere dalla struttura sociale a cui appartiene.
Il titolo del libro (“Democrazia senza”) propone una sorta di ossimoro; siamo infatti abituati a pensare alla democrazia come un insieme di attributi: lavoro, uguaglianza, sovranità, fiducia, politica, appunto, tutti gli attributi che gli autori considerano oggi “in questione”, sfidati da una serie di cambiamenti.
Il primo aspetto riguarda la coincidenza tra democrazia e Stato nazionale, la sussistenza di una sovranità per cui il governo nazionale è in grado di controllare tutti gli elementi di decisione al suo interno. Si tratta di un’assunzione molto forte. Il passaggio alla globalizzazione, al contrario, propone un modello organizzativo e condizioni diverse e ci induce a considerare che i fenomeni economici sono più forti di ogni altra condizione nazionale. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: se aumenta il prezzo del petrolio, i riflessi non li possiamo governare in un solo paese, analogamente l’inquinamento non si può affrontare a livello locale. Su molti piani è difficile, se non impossibile, assumere l’idea che ci possa essere un livello ultimo che esprima il potere legittimo e che ci consenta di governare in modo autonomo una certa situazione. Questa constatazione produce talvolta l’illusione che si possa talvolta tornare indietro, a condizioni di piena sovranità nazionale.
Insieme all’idea di sovranità, un’idea altrettanto fondata assumeva che le scelte dovessero essere regolate da una volontà legittimata dal popolo che si esprimeva attraverso forme intermedie di rappresentanza. La questione della rappresentanza era alla base della fiducia che non era data ad una singola persona (a questo o quel leader), ma al sistema istituzionale. Risulta oggi evidente che i sistemi di rappresentanza possono essere variegati, ma laddove vi è un riferimento unico si va in una forma di autorità che si legittima in via plebiscitaria e autoritaria.
Un ulteriore blocco di ragionamenti riguarda lo snodo lavoro-eguaglianza, che ha un’origine storica anch’esso: nel passaggio tra l’Inghilterra e la Francia tra il 1776 e il 1779, vale a dire tra “La ricchezza delle nazioni” di Adam Smith e la rivoluzione francese. Adam Smith aveva chiarissima l’idea che la forza di un paese era espressa dalla capacità produttiva del lavoro, intendendo per lavoro la forma organizzata nelle imprese. Da qui il concetto di bene comune fondato proprio sul lavoro.
Siamo passati oggi alla globalizzazione e ad una democrazia che ha assunto una forma mediatica; e a una ricchezza delle nazioni che si è andata poggiando sulla dimensione speculativa dell’attività finanziaria. Il legame tra lavoro ed eguaglianza diventa implicito in tutta la nostra tradizione fino al punto in cui la finanziarizzazione lo spezza.
Se si spezza il legame tra lavoro e ricchezza si mette in questione anche quello tra crescita e sviluppo: lo sviluppo non è solo una questione di Pil, è l’idea che più il mondo è partecipato migliore può essere la qualità dello sviluppo.
Una lettura finalmente complessa è la chiave fondamentale del libro. La conclusione può essere sintetizzata nei seguenti termini “pensatela come volete ma non banalizzate i problemi, perché è con la banalizzazione che la democrazia viene ridotta”. Un libro – quindi – finalmente complesso, scritto con grande attenzione alle parole, che ha il notevole pregio di presentarsi non come l’ultimo al mondo.

*Assessore alla Regione dell’Emilia Romagna

 

Augusto Schianchi, Maura Franchi; Democrazia senza, Diabasis, 2016

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