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I commenti e i propositi dopo il voto europeo registrano un ritorno in scena della politica come protagonista a seguito di anni in cui è stata relegata, nella percezione generale, a ruolo di comparsa insignificante. Non ripropongo l’integralistico primato della politica in auge negli ultimi decenni del secolo scorso. Parlo del riemergere della necessità di pensare politicamente. La politica come pensiero, come cultura, come progetto, come un sapere e una prassi che sappiano dare un senso ad un’impresa collettiva del nostro tempo, che è il tempo della società degli individui e della domanda di più libertà e giustizia sociale. Nel mutamento profondo che la globalizzazione ha determinato della forma del mondo, la politica può diventare per ogni individuo ciò che scriveva Gramsci nel chiuso di una cella dei tragici anni trenta: la politica come cultura “…è organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri”.
Però, nel nostro tempo registriamo una novità sconvolgente rispetto al secolo scorso: il generale indebolimento di strutture forti che, dall’interno e dall’esterno, costituiscono la personalità dell’individuo. Al posto di moduli solidi e predeterminati come il lavoro, la famiglia, l’identità sessuale, l’appartenenza politica, si sta formando un pulviscolo di possibilità, forme provvisorie di aggregazione e disaggregazione. Nello stesso momento si avverte una sorta di inscalfibile e opaco dominio di un potere lontano verso cui l’individuo si sente impotente. La coscienza del singolo è tentata di rinchiudersi in sé, ridurre i tramiti che la mettono in rapporto con le grandi realtà collettive. Proviamo a fare questo esperimento. Se guardiamo alla nostra vita in modo ravvicinato, ricorrendo ad un microscopio, vediamo una serie di possibilità e di scelte prima sconosciute; se invece rovesciamo la visuale ricorrendo ad un telescopio, ci pare di scorgere una società immobile, priva di alternative e di obiettivi capaci di smuovere un eterno presente che ha paura del futuro. Questa divaricazione è alla base di un’angoscia collettiva che prende soprattutto il giovane (ma non solo…) che si trova solo di fronte al vertiginoso compito di definirsi da sé. E’ dentro questa angoscia (che Freud definisce “il sentimento che non mente”) che deve penetrare la speranza di una nuova politica.
L’alta e specifica moralità della grande politica, quando ha saputo essere all’altezza del compito del momento, è sempre consistita nel tentativo riuscito di guardare alla storia degli uomini e delle donne come a un mondo che può essere rappresentato e governato da un progetto e da idee come principi destinati a dare forma alla vita pubblica della società. Ecco, in conclusione, cosa significa pensare politicamente: salvare il nucleo fondamentale della politica come idea, in modo che la politica stessa possa ridiventare (con tutte le innovazioni necessarie di programma, organizzazione, personale politico) lavorio di critica e di penetrazione culturale che persuada aggregati di uomini e donne refrattari e solo preoccupati di risolvere giorno per giorno il proprio problema per se stessi, a ricostruire legami sociali di collaborazione e solidarietà con gli altri che si trovano nelle stesse condizioni. Questo è il compito di un partito e di un vero leader politico: risvegliare e mettere in movimento energie e nuove responsabilità. Una società in crisi e complessa si cambia con l’attività e l’intelligenza di molti, non con un uomo solo al comando e il resto a fare da spettatori che applaudono o fischiano.
Diceva Italo Calvino che i problemi che ci troveremo ad affrontare nel prossimo secolo saranno quelli che vi porteremo. Ora che siamo non solo nel nuovo secolo, ma anche nel nuovo millennio, l’identità pubblica e privata è al centro dei nostri interrogativi perché alla decostruzione del passato non ha ancora corrisposto una nuova ridefinizione di noi stessi sia come animali politici, sia come singoli individui. Per questo possiamo rispondere: ‘Nel nuovo secolo troveremo ciò che sapremo costruirvi’.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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