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Nel 2016, Oxford Dictionaries proclamò post-truth (“post-verità”) parola dell’anno; il termine infatti ebbe un boom a causa soprattutto di due eventi di quell’anno: la Brexit e le elezioni presidenziali statunitensi, che hanno visto Trump come vincitore. Oxford Dictionaries definisce “post-verità” in questo modo: «relazione o denotazione di circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica rispetto agli appelli all’emotività e al credo personale».
Secondo il sito di fact-checking Politifact, il 70% delle dichiarazioni di Trump in periodo elettorale è da ritenersi parzialmente o totalmente falso, e solo il 4% completamente vero. Trump ha spesso attaccato gli esperti, aderito a teorie del complotto e sostenuto tesi antiscientifiche. In un’intervista per il Time afferma: «ho predetto molte cose che hanno richiesto un po’ di tempo. […] Sono una persona molto istintiva, ma il mio istinto si rivela essere giusto». Sembra dire che il suo credere in qualcosa in qualche modo lo renda vero. E se afferma qualcosa di falso, cercherà un modo per confermare che esso sia vero.
Come durante un comizio dell’11 febbraio 2017: Trump fece un oscuro riferimento a «quello che è successo ieri in Svezia». Il popolo svedese rimase perplesso poiché, per quanto si sapeva, non era accaduto nulla. Poi si scoprì che Trump si riferiva ad una storia che aveva visto su Fox News sugli immigrati in Svezia, ma di fatto non era accaduto nessun incidente. Due giorni dopo la sua dichiarazione, forse come risultato dell’amplificazione di Trump della questione, scoppiarono delle rivolte in un quartiere di immigrati a Stoccolma. Nell’intervista al Time, Trump si prende il merito di aver avuto ragione: «Svezia. Faccio la dichiarazione, tutti danno di matto. Il giorno dopo hanno una rivolta massiccia, morte e problemi. […] Un giorno più tardi hanno avuto un tumulto terribile, terribile in Svezia, e si è visto cosa è successo». Ma ciò non significa che aveva ragione. La sommossa non era stata “ieri sera”, non era massiccia e non c’erano stati morti; ma secondo il presidente era «esattamente ciò di cui stavo parlando, avevo ragione su questo».
Questa fiducia nei propri poteri e capacità potrebbe essere ricondotta al suo interesse per una complessa filosofia conosciuta come New thought, Mental Science o “potere del pensiero positivo”. Il mentore di Trump è stato infatti l’uomo che ha reso popolare il “pensiero positivo”, ovvero il reverendo Norman Vincent Peale. Pubblicato per la prima volta nel 1952, il suo libro The Power of Positive Thinking riscosse un grande successo grazie ai suoi racconti su come ottenere il meglio dalla vita, ed è ancora oggi un caposaldo nel settore del self-help. Già da bambino, negli anni Cinquanta, Trump iniziò a frequentare i sermoni di Peale; è stato infatti per più di cinquant’anni un volto familiare nella comunità del Marble Collegiate Church di New York, di cui Peale era il pastore. Questa chiesa era un luogo di culto, ma anche una vetrina per gli imprenditori, l’alta società, i politici e la famiglia Trump.
Secondo Peale, è possibile raggiungere sia il successo spirituale sia quello materiale. Egli condensò gli insegnamenti del New thought in una semplice formula; oltre alla regola generale che prevedeva di tenere sempre a mente pensieri buoni, sani e orientati al successo, propose anche una strategia precisa composta da tre passaggi: “Preghierizzare”, “Visualizzare” e “Realizzare”. Per il reverendo, “Preghierizzare” significa avere costantemente in mente il problema e discuterne con Dio durante tutta la giornata. “Visualizzare” significa farsi un’immagine mentale del risultato desiderato, così da farlo sprofondare nell’inconscio e raggiungere la “Presenza” di Dio; visualizzare qualcosa di palesemente impossibile non serve, è di aiuto invece raffigurarsi qualcosa che Dio approverebbe. L’ultimo passaggio, “Realizzare”, avviene in maniera imperscrutabile; bisogna agire considerando ciò che hai affermato e visualizzato come vero: verrà da sé.
Trump apprese dal suo maestro il focalizzarsi sul successo e applicò a modo suo le lezioni ricevute. Senza modestia, ha sostenuto che Peale lo ritenesse «il suo miglior allievo di tutti i tempi». Il tycoon gli ha attribuito il merito di avergli insegnato a vincere pensando solo ai risultati migliori; come viene riportato nel libro Trump Revealed (Kranish e Fisher, 2016), egli afferma: «La mente è in grado di superare qualsiasi ostacolo. Non penso mai agli aspetti negativi».

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