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Pensieri a metà strada tra Ferrara e il resto

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Intro

Dei frammenti di attualità iperrealista da leggere al buio, lontani dai telegiornali. Un giro panoramico, in graziella, tra la via Emilia e la via Lattea. Una finestra sulla cantina di una multinazionale cinese o indiana.

1.

“In quel periodo scrivevo molto, credo di aver buttato giù un paio di romanzi e qualche racconto. Ovviamente mai pubblicati fortunatamente, facevano schifo. Non li ho più, li ho buttati via. Però non è stato lavoro inutile. Anche se non ho tenuto neppure un’idea di quel periodo, forse ho trovato una voce, mi sono progressivamente ripulito da tutti i modi scolastici e letterari di scrivere. Ho smesso di scrivere come ti insegnano che si deve scrivere.

Però mi sono allontanato anche da lì. Non riuscivo a stare ore sui quaderni e su un vecchio lentissimo computer usato. Un computer che era stato sicuramente di un fumatore accanito perché quando premevo sui tasti usciva odore di fumo, all’infinito, era incredibile. C’erano anche delle lettere che a volte non funzionavano e lasciavo gli spazi poi stampavo e le aggiungevo a penna. Non sopportavo stare in casa quando fuori immaginavo che si agitassero delle cose, c’erano delle città da vedere, delle ragazze che camminavano, Bologna a quaranta chilometri, e altre cose che da camera mia non passavano.

Non mi ricordo come e perché, ma sono arrivato ad una chitarra, non mi ricordo se avevo già una specie di telecaster, una sottomarca della squier che sarebbe la sottomarca della fender, acidissima. Oppure forse avevo ancora una chitarra classica ereditata dalla prima gioventù di mio fratello. Ho cominciato subito a cercare di scrivere canzoni mie, non sapevo fare niente degli altri e niente in generale. Avendo un po’ di amici che suonavano, il confronto è arrivato quasi subito, anche se erano sgomenti. Con la scrittura non trovavo mai confronti, non avevo nessuno a cui far leggere niente. Adesso era tutto molto più vicino alla realtà, suonare è un mezzo rumoroso che esce da te e porti in pubblico quasi subito. Scrivevo delle canzoni, con la stessa lentezza di adesso. Ho buttato via anche tutte quelle, ma sentivo che c’era qualcosa, che la realtà messa dentro una canzone diventava lirica. La roba normale mettendoci sotto degli accordi diventavano storie e atmosfere che avevano un’esistenza propria. Le cose che mi colpivano non c’era bisogno di abbellirle”. (Vasco Brondi, primi tempi)

“I computer conoscono un segreto molto sporco su di noi, ovvero che non siamo poi così diversi. Siamo incredibilmente simili. È per questo che possono gestirci in massa. Il sistema è stabile e benigno. Ma quello che mi chiedo è se, nell’amare tutti questi social network e l’idea di connettività, non stiamo forse barattando qualcosa: stiamo barattando la libertà per la stabilità. E quando il sistema andrà in tilt, avremo bisogno di qualcuno che venga a proporci una storia, un modo per tirarci fuori dal caos verso un mondo migliore. Questo è il ruolo della politica. Ma per il momento, viviamo in un periodo – per noi – stabile e relativamente pacifico, ce ne stiamo adagiati nelle nostre poltrone, vediamo la Siria in tv, e pensiamo: ‘poveretti, che disgrazia’. Ma non facciamo niente. Finché qualcosa non succederà a noi. A qual punto urleremo. E al quel punto i computer non potranno più fare niente. Avremo bisogno di una storia, e al momento nessuno ce l’ha”. (Prismomag, L’immaginario del presente)

Mi sono accorto all’improvviso di vivere in Emilia attraverso le cose che leggevo, le canzoni che ascoltavo, i film che guardavo. Sono cresciuto a Ferrara e sembrava normale tutta quella pianura attorno, il fiume enorme vicino alla città, l’accento, la simpatia, le lamentele, il dialetto, le strade strette, i campi arati, i cieli bianchi, i paesaggi geometrici, le bestemmie, le preghiere, il silenzio di mattina, di pomeriggio e di sera. Probabilmente da piccolo credevo che tutto il mondo fosse più o meno così. La mia cartina geografica dell’Emilia è stata disegnata dai libri, dai dischi e dai film che rendevano protagonisti quei posti che sembravano anonimi, sembravano luoghi in cui niente sarebbe potuto succedere.
Mi hanno fatto scoprire il posto in cui vivevo e da cui volevo ovviamente andarmene in fretta. Forse davvero non c’è niente di speciale, solo ottimi raccontatori che hanno reso epici dei posti minuscoli. Come quando ho sentito una canzone di Lucio Dalla che diceva ‘tra Ferrara e la luna’ e non ci potevo credere”. (Vasco Brondi, racconto)

2.

“Nel campo dei diritti civili e sociali, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e del matrimonio come pilastro fondante della società è stata per decenni una battaglia dei conservatori. Forse la battaglia centrale dei conservatori sui temi sociali. Al contrario, i progressisti si sono sempre battuti per un’organizzazione sociale più fluida, più libera e soprattutto meno imperniata sul matrimonio e sulla sua indissolubilità, vista come reazionaria, costrittiva, ipocritamente riparatrice di sottomissioni e violenze, che invece giustificava: lo hanno fatto prima lottando per il divorzio, poi lottando per accorciare il più possibile i tempi per il divorzio, poi battendosi per l’allargamento dei diritti alle coppie di fatto, tra le molte altre cose. Per dirla come l’ha detta David Cameron: «Io non sono a favore del matrimonio gay nonostante sia un conservatore; io sono a favore del matrimonio gay perché sono un conservatore”. (Francesco Costa, Per cosa vogliamo finire sui libri di storia)

“E che dire della distanza che passa tra il loro logo, un’enigmatica tartaruga che emerge da una geometria di bianchi e neri, e quella monotonia di fiamme tricolori che regna nel resto della destra estrema? Abbiamo davanti dei contemporanei che hanno fatto i conti con le più spregiudicate strategie visuali della contemporaneità, compresi i recuperi in chiave retropop di gente come Bukowski. Il patchwork di riferimenti culturali e iconografici presentato da questi nuovi fascisti, il loro flirt continuo con le sottoculture e i nuovi media, con il simbolismo sacro e il cinema di nicchia, l’autoironia goliardica e la sessualità trasgressiva… Tutto questo, nel 2015, più che punk possiamo quasi chiamarlo hipster”. (Prismomag, FascioFashion)

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Disegno di Gipi da “Unastoria”

“Non si può arrivare sulla Luna e sulle sue cianfrusaglie, da Ferrara: è una città ovattata che interroga chi la abita e chi la abita forse preferisce non rispondere e indaffararsi nelle sue consuetudini borghesi, lasciando alle mura il duro compito di reggere una prospettiva. Una provincia dove l’unica azienda locale quotata è una bonifica e in cui i rapinatori arrivano solo perché c’è l’autostrada comoda, coi mitra che, visto il clima, quasi quasi si potevano pure risparmiare”. (Listone Mag, Cos’è e cosa non è Ferrara agli occhi del lavoratore di passaggio)

3.

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Giuseppe Sala, vincitore delle primarie del Pd

“E’ nato a Milano, dopo una giornata di freddo e di pioggia: il ‘partito della nazione’ ha preso l’aspetto di Beppe Sala. Che da moderato ha vinto (non stravinto) le primarie del centrosinistra, è passato da Expo al Pd, ha incassato la benedizione di Renzi, ha superato la stagione arancione di Giuliano Pisapia, ha riproposto l’idea (controversa) della politica fatta dai manager.

Nascerà un gruppo di sinistra-sinistra e si presenterà al voto contro il Pd: non dispiacerà a Sala e neppure a Renzi, confermerà il famoso laboratorio”. (Corriere, I segnali che arrivano dalla città della nazione)

“Quando ho scritto il mio primo disco non avevo ancora deciso che nome usare ma c’erano un po’ di canzoni tra cui una intitolata Piromani che diceva ‘andiamo a vedere le luci della centrale elettrica’. Era una cosa che facevamo da ragazzini: qui a Ferrara c’è una fabbrica, la Montedison che, in realtà, non è una centrale elettrica ma ha delle luci incredibili. Andavamo a vederla come se fosse un grande spettacolo. Non vedevamo il degrado della periferia, ci sembrava un grande fuoco d’artificio. Era il posto che avevamo trovato per stare insieme, per bere, per parlare, per fumare. La notte stavamo lì a guardare questa cattedrale illuminatissima che per noi era come Las Vegas”. (Repubblica, intervista a Vasco Brondi)

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