27 Luglio 2018

Pensioni e migrazioni

Bruno Vigilio Turra

Tempo di lettura: 10 minuti

Che lo stato sociale (welfare) versi in una situazione di drammatica crisi è fatto acclarato da tempo; per molti osservatori lo è soprattutto per effetto delle vaste problematiche che si manifestano nel sistema pensionistico pubblico.
Semplificando al massimo possiamo dire che il sistema pensionistico, che dovrebbe garantire il patto tra le generazioni, si regge su uno schema dove la possibilità di erogare i contributi pensionistici a chi ne ha diritto dipende quasi esclusivamente dal reclutamento di nuovi soggetti che versano denaro nelle casse dell’Ente.
La possibilità di funzionamento del sistema previdenziale nato ed affermatosi nel secolo scorso si fonda in sostanza su tre assunti taciti. Il primo prevede in linea di principio la crescita costante della popolazione per avere un rapporto sempre positivo tra popolazione in età produttiva e popolazione anziana uscita dal ciclo del lavoro; il secondo assunto ipotizza la crescita economica continua come condizione per la piena occupazione della forza lavoro, che ovviamente, deve lavorare in condizione di regolarità contributiva; il terzo assunto richiede che le pensioni vengano assegnate giustamente ovvero a chi ha lavorato per un congruo numero di tempo versando i contributi durante la sua vita lavorativa.
I primi due assunti sono oggi venuti a mancare: il primo perché l’Italia e tutto l’occidente sono caratterizzati da una forte decrescita demografica unità ad un allungamento sensibile dell’aspettativa di vita. Il secondo perché la natura stessa del lavoro è venuta profondamente cambiando con gli sconvolgimenti indotti dalla globalizzazione neoliberista e dall’avvento di nuove tecnologie che sostituiscono lavoro ad un ritmo molto superiore a quello nuovo che viene creato; oggi vi può essere crescita senza corrispondente aumento di occupazione e il lavoro, per inseguire le regole del mercato, è sempre più flessibile, meno tutelato, più insicuro, precarizzato e incerto.
Quanto al terzo assunto, i critici affermano che l’Italia sembra essere un paese decisamente generoso con gli anziani”: il reddito pensionistico in italia vale – secondo le dichiarazioni del presidente INPS Boeri, un buon 83% della retribuzione media contro il 60% della media europea; a ciò si aggiungono certi problemi endemici in Italia come il gran numero di pensioni sociali, le pensioni d’oro, le baby pensioni, le false pensioni, l’ampia diffusione del lavoro nero, la presenza degli evasori totali e così via.
Le tre condizioni, sommandosi, gettano in drammatica crisi l’intero sistema previdenziale italiano, mettendo a rischio l’erogazione delle pensioni nel prossimo futuro.
La coperta è insomma troppo corta e a poco sembra siano servite finora le strategie messe in campo per regolare un ambito davvero complesso e difficile: dall’allungamento dell’età pensionabile ai prepensionamenti, dalla riduzione dell’orario di lavoro alle liberalizzazioni, sembra quasi che le varie misure messe in campo favoriscano di volta in volta qualche settore o qualche strato sociale, ma non riescano ad incidere fortemente sul sistema generale.
Stante l’attuale struttura del sistema previdenziale dunque, servono più persone che entrano nel circuito del lavoro regolare e ci rimangono, pagano le tasse e pagano i contributi all’Ente previdenziale. Una simile esigenza va comunque pensata e implementata all’interno di un contesto che pone vincoli e risorse, in un’ottica che deve abbracciare, contemporaneamente, le dimensioni locali e globali, la compresenza di interessi oggi contrapposti, la dimensione temporale che, tenendo conto del presente, deve spingersi anche nel futuro a medio e lungo periodo.
Innanzitutto, in una prospettiva ecologica generale la diminuzione di popolazione e la probabile tendenza ad una futura stabilizzazione su soglie inferiori alle attuali, non è affatto una disgrazia, almeno se diamo per scontato che viviamo in un ambiente finito e dalle risorse limitate all’interno del quale una crescita infinita è impossibile. Gravissima è invece l’esplosione demografica di paesi “poveri”, la cui popolazione cresce al ritmo annuale di 2-3%, incapaci di garantire condizioni di vita dignitose alle proprie popolazioni. Paradossalmente, lo schema pensionistico classico che da noi è in crisi profonda, potrebbe funzionare magnificamente in questi paesi caratterizzati da una popolazione molto giovane, se solo essi disponessero di apparati statali efficienti ed autonomi, capaci di garantire la pace interna e fondati su un economia ad alta intensità di lavoro.
Secondariamente, se si osserva il saldo migratorio, notiamo che l’Italia, secondo i dati Ocse, sia all’ottava posizione mondiale tra i paesi di provenienza dei nuovi immigrati. Nel Belpaese dunque, entrano migranti ma anche escono italiani in numero tale da avvicinarsi ai flussi del primo dopoguerra; gente che dopo essersi formata in italia (molti sono i laureati e diplomati) se ne va in cerca di nuove opportunità e migliori condizioni all’estero. A fronte di questo fenomeno non ci si può non interrogare sulle capacità dell’ambiente Italia di attrarre (o respingere) specifici target di persone, una scelta questa, che dovrebbe essere in testa all’agenda politica nazionale. Accanto a tali uscite, che attestano comunque un dinamismo lodevole delle generazioni più giovani (il cui tasso di disoccupazione sfiora comunque il 33%), esiste poi l’inquietante fenomeno opposto dei Neet, soggetti scoraggiati di età compresa tra i 15 e i 29 anni, che non studiano, non lavorano e neppure cercano occupazione; un esercito che alcune stime Istat quantificano in circa 2,2 milioni.
Ciò detto, e senza dimenticare l’alto tasso di disoccupazione (quasi 11%), resta essenziale per l’Inps, trovare meccanismi di reclutamento che consentano di aumentare le entrate (diminuendo se possibile le uscite). Considerata l’attuale impossibilità a mantenere i talenti in Italia, tenuto conto dell’incapacità di abbassare drasticamente il tasso di disoccupazione e il numero di Neet – a parità di altre condizioni – diventa allora indispensabile – da un punto di vista puramente contabile – attrarre più lavoratori stranieri in Italia, sotto l’ovvia condizione che essi lavorino con regolare contratto. Tale esigenza implica la presenza di un mercato del lavoro florido e ben regolato, ovvero di una domanda reale e di un offerta fondata su disponibilità, flessibilità, conoscenza e competenze.
Sotto tale profilo, l’asserto corretto dal punto di vista della contabilità pensionistica, non è dunque “servono più migranti” ma “servono più lavoratori regolari che pagano i contributi all’Inps”, da qualsiasi parte essi provengono, a prescindere da religione, etnia, nazionalità, genere e preferenze di vita. Poiché anche in questo caso, pecunia non olet, poco importa che essi scaturiscano dall’emersione del lavoro nero, dalle file dei Neet diventati improvvisamente lavoratori indefessi, o da stranieri attratti in Italia dalla speranza di trovare lavoro.
Al di là di una prospettiva demografica e politica che vede l’ingresso massiccio di migranti (caratterizzati da un più alto tasso di natalità) come condizione indispensabile per mantenere il saldo demografico attivo – ovvero garantire nel medio-lungo periodo la permanenza di quella mitica condizione di crescita demografica a cui sembra non si riesca proprio a rinunciare malgrado la sua evidente problematicità – il problema centrale, oggi, resta quello della presenza di una quantità adeguata di lavoro e di lavoratori regolari, sufficiente a coprire le uscite determinate dalle pensioni. La prospettiva puramente demografica, basata sull’esigenza di mantenere un equilibrio da società industriale, lascia intendere invece la volontà di voler mantenere quello schema originario fondato sulla crescita continua della popolazione a prescindere dalle mutate condizioni e delle conseguenze che esso potrebbe comportare nel lungo periodo.
Come noto, in Italia oggi ci sono oltre 5 milioni di stranieri residenti ed è fuor di discussione che molti di essi contribuiscono con il loro lavoro a sostenere le casse dell’Inps. Ma non solo: si deve al loro lavoro se alcuni settori produttivi completamente abbandonati dagli italiani (malgrado l’alto tasso di disoccupazione) continuano a funzionare. Dalla pastorizia alla zootecnia, dall’edilizia all’agricoltura, dalle badanti ai piccoli commercianti, il contributo di 2.400.000 lavoratori stranieri e di quasi 600.000 imprese con titolare straniero, che versano quasi 11 miliardi di euro di contributi all’Inps, è diventato imprescindibile. Una situazione chiarissimamente e giustamente raccontata anche dal presidente Boeri.
In Italia però, ci sono anche gli stranieri improduttivi che dipendono largamente dalle sovvenzioni pubbliche (esattamente come i nativi), ci sono i criminali che hanno in mano lo spaccio e la prostituzione, gli stranieri regolari disoccupati; ci sono i 650.000 arrivati per mare negli ultimi 4 anni, ci sono tantissimi irregolari (sul numero dei quali vi è una incredibile guerra di cifre: una stima ragionevole potrebbe essere 500.000) e c’è una popolazione carceraria composta per oltre il 30% da stranieri; ci sono coloro che, per scelta o necessità, lavorano in nero. Ed è altrettanto fuor di dubbio che costoro non contribuiscano affatto alle casse dell’Inps e rappresentino anzi un costo pesante per la collettività nel suo insieme.
Ora, piaccia o meno, quando il presidente dell’Ente dichiara sic et simpliciter che servono più migranti, l’attenzione di buona parte dei cittadini va a questi (irregolari) piuttosto che a quelli (regolari e produttivi), contribuendo ad agitare ulteriormente acque già torbide ed alimentando suo malgrado una contrapposizione fin troppo carica di ostilità. Inoltre il reiterato uso degli interventi del presidente Inps da parte dei media mainstream schierati (contro l’opposta fazione) a favore dei grandi movimenti migratori e della cosiddetta accoglienza, non può che mostrare ulteriormente la pochezza di una classe politica incapace di pensare a soluzioni alternative e ridotta a dipendere dal parere di un ottimo tecnico espresso però in forma politica.
In tale situazione la strada non è certo quella di generare ostilità generalizzata verso gli stranieri che vengono o risiedono in Italia; ma non può essere neppure quelle di far entrare chiunque a prescindere dalle reali possibilità di occupazione, posto che, nella pratica, il lavoro (regolare) è la chiave prioritaria per l’integrazione, oltre che la fonte delle entrate dell’Inps.
Lo spinoso problema delle pensioni si colloca allora in un crocevia dove convergono problematiche assolutamente complesse e diversificate, aggravate dal fatto che ci troviamo all’interno di un turbolento processo di cambiamento globale. La sfida vera diventa – non quella di mantenere ad ogni costo il sistema se vengono a mancare i presupposti del suo funzionamento – ma quella di prendersi carico seriamente della complessità ed inventare nuove soluzioni istituzionali e sociali capaci di rispondere alle mutate condizioni attuali. La richiesta di flessibilità delle pensioni più volte avanzata da Boeri e l’avvio della comunicazione ai cittadini tramite le “buste arancioni”, rappresentano certo passi importanti verso una maggiore chiarezza e responsabilizzazione sia dell’Ente che dei contribuenti. Altrettanto vale per i recenti tentativi del governo di porre mano ad un ridimensionamento degli scandalosi privilegi che si celano nel sistema delle pensioni. Ma per sostenere i cambiamenti indispensabili è necessaria anche molta onestà intellettuale e molta chiarezza nell’uso del linguaggio e dei numeri da parte di chi fa informazione.
Altra cosa invece, è usare il nodo delle pensioni come leva per giustificare la politica del “libero sbarco” e sostenere le tesi dell’accoglienza illimitata a prescindere dalle reali condizioni che il Paese Italia è in grado di garantire ai nuovi arrivati in termini di possibilità reale di lavoro regolare e di tenuta sociale: si tratta di prospettive lecite su cui bisogna lavorare seriamente, ma che, con il nodo attuale delle pensioni e i relativi problemi di cassa dell’Inps, hanno davvero poco a che fare.



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L’autore

Bruno Vigilio Turra

È sociologo laureato a Trento. Per lavoro e per passione è consulente strategico e valutatore di piani, programmi e progetti; è stato partner di imprese di ricerca e consulenza e segretario della Associazione italiana di valutazione. A Bolzano ha avuto la fortuna di sviluppare il primo progetto di miglioramento organizzativo di una Procura della Repubblica in Italia. Attualmente libero professionista è particolarmente interessato alle dinamiche di apprendimento, all’innovazione sociale, alle nuove tecnologie e al loro impatto sulla società. Lavora in tutta Italia e per scelta vive tra Ferrara e le Dolomiti trentine.
Bruno Vigilio Turra

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