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Se quel “cambiare verso” delle forze politiche si soffermasse anche sui collateralismi, in ispecie quelli legati agli interessi e ai business, forse i sentieri di un Paese che sceglie veramente di cambiare, sarebbero meno difficoltosi e senza pesi da portare sulle spalle.
Siamo di fronte ad una forma di partecipazione politica indiretta che nulla ha da spartire con quel pacchetto di valori e programmi dei dna dei partiti, anzi ne turba il significato dei contenuti e ne inquina i percorsi.

Voler trasportare il sistema del noto e tradizionale collateralismo, o crearne di nuovi, più occulti e per questo anche più pericolosi, nella nuova situazione, apre una concreta possibilità che all’interno di queste “relazioni speciali” si sviluppino operazioni di potere, con effetti distorsivi della dialettica politica e, per certi versi, di quella del mercato.
Questo, naturalmente, vale per tutti, ed in particolare, per una netta discontinuità nelle pratiche del collateralismo da parte di alcuni soggetti che recentemente ‘si sono fatti sentire’ per alcune vicende, come ad esempio quella delle slot machine.

Se si prova a leggere i momenti preparatori del libro più famoso sulle “classi sociali”, a partire dagli anni ’70, che ha visto lunghe riunioni di Paolo Sylos Labini con i ricercatori del Censis, emerge il forte rilievo della composizione sociale del nostro Paese dove cresceva, a dismisura, il suo conglomerato sociale dei ceti medi.
In questo fenomeno incidevano grandi processi.
La crescita dell’associazionismo categoriale dei lavoratori individuali (ed anche di quelli dipendenti, se si pensa al pubblico impiego); un associazionismo che impose il suo potere attraverso quel collateralismo politico che fu coltivato principalmente dalla Dc ma anche dal Pci.

Oggi se dobbiamo fare i conti con i corporativismi di ogni tipo, lo dobbiamo a quell’antica indulgenza alla logica del collateralismo categoriale.
Una sorta di indulgenza per chi stava al governo (Dc) con atti di generosità solidaristica, per altri, che stavano all’opposizione (Pci), per una loro lettura marxiana, egemone e centralistica delle istituzioni.
Ad entrambi veniva imputato, soprattutto ai primi, dalla letteratura degli economisti francesi, una sorta di sotterranea concessione nell’evasione e nell’elusione fiscale (anni ’60 e ’70 ), come l’accompagnamento di una forma di detassazione degli utili, purché reinvestiti, per ricreare anche un circuito virtuoso nelle imprese, facendo crescere il Pil a ritmi esponenziali.

Ora che quel ceto medio si sta sciogliendo e diventa precariato diffuso e ai confini della povertà relativa, l’analisi ci dice che restano, ancora, forti le pressioni e i condizionamenti di alcuni settori protetti (municipalizzate e alta burocrazia), delle grandi imprese, di particolari oligopoli e di noti gruppi sociali.

Tutto questo, ci porta a sottolineare che c’è, ormai, un neocorporativismo ben marcato e che fa resistenza alla nuova politica.
Ma come è possibile farsi interesse generale del Paese se lasciamo alle ormai note lobbies il sottile ruolo di condizionamento sulla politica e i partiti, concedendo alla corruzione il terreno fertile che non fa crescere l’intero tessuto sociale di una nazione?
Chi vuol capire, capisca. E comunque sappia che è finito un ciclo perché il paese non è più in condizione di sostenere né di tollerare i privilegi delle oligarchie.

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Enzo Barboni


PAESE REALE

di Piermaria Romani

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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