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La canzone del Principe /2
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Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

LA CANZONE DEL PRINCIPE (seconda parte)

felicissimo sonno
che giungi da Dio
dal fondo della quiete
appaghi la sete
di ogni bruciante pena
dammi la tua morte apparente
una radura di luce
felicissimo sonno
portami con te
alla fine delle cose
ignota all’intelletto
dove ogni fuoco terreno
si spegne
al soffio del buio
impenetrabile
felicissimo sonno
placa le voci
della morte data
*
Gesualdo tremava
nel suo canto
che si posava
su ogni cosa di lei
macigno d’ali
volava cadendo
cadeva volando
grifone giovane
inabile al volo
*
udiva i passi
della donna
amata
dentro il vetro
fuso
con la fiamma dell’amore
lacerato
dai rimorsi
*
sentiva il suo profumo
marcire nella memoria
salendo rancido
verso le meningi
e poi aprirsi
nei suoi occhi
in un’alba
di fiori
martiri dei prati
il mare gli succhiava
le pareti della mente
le onde
come mascelle
del destino
lo frantumavano
nei ricordi
che lo inseguivano
sul pentagramma
*
la stirpe gli imponeva
un’ altra donna
Eleonora
della città estense
un grande onore
un banchetto enorme
un palazzo per lui
la sua musica
avrebbe voluto morire
doveva vivere
*

Ferrara

vide la città ideale
dell’architetto che pensava
l’utopia
senza il tremore
che tutto disgrega
che getta il senno
nella follia
*
vide una corte seducente
vide Eleonora
ma vide anche Maria
fu festa e sfarzo
bevve molto
Gesualdo
poco mangiò
Maria
lo guardava
negli occhi dell’altra
sua sposa
*
sazio di vino
lo scrutavano incubi
di crollo lungo le mura
mentre sbandava tra le vie
una donna bellissima
lo traeva a sé
una maga forse
un inganno
appena sposato vacillava
gli uomini accanto
che lo scortavano
giacquero tutti
con la ninfa infida
dietro le mura
lui barcollava e sognava
non si fermò
vedeva sangue
lavare le strade
e seccare le sue vene
gli apparve il Tasso
che gli parlava di Armida…
furtiva una Lince
passava
*
tu sei una lince
che vive in pianura
sbocchi dai
giardini
scivoli tra le case
annusi l’aria
spiriti affini
cercando
dai la stura
alla tua leggenda
nella bruma oscura
dei tuoi segreti
a meno che
non mulini neve
la buriana
*
hai la tenerezza
dei felini
coi loro cuccioli
la dolcezza letale
nei giochi disarmati
da rifinire
sulla neve
hai la freddezza mortale
dei gatti
la cautela
di chi vede lontano
coi nervi accesi
dal tuo istinto
di fretta
e i gesti bianchi
per scomparire
*
A Ferrara
Gesualdo visse chiuso nelle stanze
del palazzo
dove la noia schifa
cercò armonie e versi
che lo tingessero
di bianco
sentì la luce
ormai lugubre
radergli la faccia
sanguinare il mento
*
il secolo voltava
tutto era caduco
tutto era marcio
la luce urinava
pece
*
era la notte
sgonfia di luce
Maria cadeva
sollevando la neve
in un nugolo di piume
lui lungo il fiume
vide
le imbiancate torri
Castore e Polluce
sentiva l’anima di lei
con un cenno
salire da uccello
le rotte
degli Alisei
nel cielo che pendeva
forse verso la luna
senza senno
*

EPILOGO

addio Ferrara
addio Eleonora
addio
matrimonio
senza amore
noioso e affetto
da insensata banalità
addio corte morente
nelle nebbie
Gesualdo partiva
spoglio dell’armatura lucente
*
tornava
alla sua luce
al suo elemento
al chiarore
dei monti ventosi
visse il suo enigma
udiva
tra le pietre
della sua terra
udiva ancora
di lei le voci
*
luci serene e chiare
forse in fondo al cuore
erano accese
quando
morte
colpì
il figlio suo
l’unico
dono
di Maria
*
nessuna voce
nessun suono
non disse più nulla
bevve solo il calice
dei Gesualdo
e il vento tacque
con lui

2/fine

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