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Mentre il Censis racconta la crescente sfiducia degli italiani nella scuola, c’è ancora chi si balocca a ragionare dell’utilità dei voti.

Quando la scuola chiude e l’estate inizia, da alcuni anni torna il tormentone dei voti. I numeri con cui le scuole di mezzo mondo classificano il rendimento dei loro utenti o ne decretano la somarità.
Ora ci si mette la Francia e un gruppo di intellettuali, tra cui Daniel Pennac, perché è brutto umiliare i bambini piccoli. Per la verità brutto lo è sempre stato, ora come prima. Forse, questo dovrebbe far capire che il ragionamento andrebbe articolato meglio. Perché è chiaro a tutti che il voto è funzionale ad un certo sistema ed a una certa idea di scuola, quella stessa verso cui, ci segnalano i dati del Censis, la fiducia dei nostri giovani va sempre più scemando.
Non voglio addentrami in ragionamenti troppo complessi, poco adatti alle calure estive, di voti, del resto, ho avuto modo di scrivere altre volte. Mi piacerebbe però che il pentimento degli adulti, in materia, fosse autentico e vaccinato da possibili ricadute.
Perché questo accada, io ritengo che sia il pensiero della scuola, quello che ci portiamo appresso da generazioni, a dover mutare. Se no, avremo la solita Mastrocola di turno a ricordarci con un ossimoro che i voti sono democratici.
Non ignoro che è difficile da comprendere l’idea di spostare la lente valutativa dai ragazzi agli adulti, è come ribaltare il tavolo su cui posano, come i pezzi di un gioco, i principi dell’educazione.
Per me le gerarchie, le graduatorie non vanno compilate tra gli alunni, ma tra la qualità delle opportunità formative, formali e informali, che offriamo alle generazioni che si preparano a governare il futuro.
Quanto il successo formativo dei nostri ragazzi dipende dalla qualità del sistema scolastico che offriamo loro? È a questo che dobbiamo assegnare i voti, è questo che dobbiamo valutare rigorosamente in tutte le sue componenti, è questo che dobbiamo promuovere o bocciare se necessario.
Perché mai del rendimento scolastico dovrebbe essere responsabile il più debole, chi fatica, chi ancora sta crescendo, con la sua storia che non è quella degli altri?
Sarebbe ben altra cosa, un altro modo di ragionare e di guardare all’istruzione, assumere come prospettiva l’obbligo della Scuola e dello Stato di rendere conto di come effettivamente consentono, dalla scuola dell’infanzia all’università, ad ogni alunna e ad ogni alunno di capitalizzare saperi e competenze necessari alla propria formazione, di coniugare il proprio tempo quotidiano al futuro.
Il diritto allo studio non ha tempo e non ha tempi, non ha sbarramenti, è alimento naturale di ogni persona e su ogni persona va ritagliato, confezionato, non come bisogno educativo speciale (ultima farisaica invenzione della scuola italiana), ma come diritto che è speciale per il fatto che il suo esercizio, da parte di ognuno, richiede tutta l’attenzione, tutta la cura e tutto l’impegno dello Stato nei confronti di ogni singolo, grande e piccolo, né più né meno come il diritto alla salute e alla vita.
A questo punto, si è in grado di comprendere, io mi auguro da parte di tutti, che sulla scuola, sull’istruzione, sul sapere non si possono più giocare gare e competizioni sociali, compilare classifiche e graduatorie, selezioni, vite perse allo studio, ai saperi, vite di scarto lungo i percorsi scolastici.
Basterebbe misurarsi seriamente con simili riflessioni, per capire che è necessario mettere mano ad un’idea di scuola che non ha più nulla a che vedere con categorie che appartengono al passato. Soprattutto, abbiamo bisogno di smettere di dare i numeri, a partire dai voti, dobbiamo ragionare con una testa del tutto rinnovata nei pensieri. Se per prime sono le teste degli adulti a non essere ben fatte, sarà difficile poter contare che tali escano, come suggerisce Morin, le menti dei nostri fanciulli da questa scuola così come continuiamo a tenercela.

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