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Per qualcuno è indigesto il premio McDonald’s alla scuola

IL FATTO
Per qualcuno è indigesto il premio McDonald’s alla scuola

Solo qualche giorno fa a Rabat, capitale del Marocco, migliaia di insegnanti, di tirocinanti e di studenti si sono riversati in piazza, protestando nei pressi del Parlamento per i continui tagli alla scuola. Una protesta che va avanti da mesi, i docenti di numerose città alzano la testa e tentano di difendere il diritto di istruire e di essere istruiti nel miglior modo possibile. Una storia che non ci riguarda direttamente, ma che richiama la triste realtà italiana: continui tagli programmati, supplenti che non possono essere assunti, strumentazioni di base assenti e una scuola che di “buono” ha ormai solo il corpo insegnanti. Le scuole del nostro Paese, con le dovute eccezioni, si ritrovano in situazioni precarie e spesso è solo la forza di volontà e il senso civico di famiglie ed insegnanti a far sì che i problemi quotidiani vengano risolti.

Qualche mese fa, ad esempio, i genitori, il preside ed il corpo docenti della scuola primaria “Biagio Rossetti” si autotassarono per rinfrescare gli ambienti scolastici (trovi l’articolo qui). A meno di un anno di distanza, l’Istituto comprensivo Statale Dante Alighieri si ritrova a doversi difendere dalle accuse di “istigazione a disvalori all’interno dell’istituzione pubblica scolastica”, come afferma il comunicato stampa diffuso dal Movimento Cinque Stelle.

La causa scatenante di queste affermazioni è stata la vittoria dell’Istituto a un concorso a premi a livello nazionale bandito dalla multinazionale McDonald’s chiamato, appunto, McDonald’s premia la scuola”. Partecipare era facile, infatti si chiedeva ai consumatori di conservare lo scontrino di un qualsiasi acquisto fatto in uno dei punti della catena che aderiva al concorso, per poi inserire un codice trovato su di esso sul portale online. Ogni euro speso sarebbe valso un punto da assegnare ad una scuola primaria o secondaria di primo grado a scelta. Scorrendo la classifica, si nota l’alto numero di scuole partecipanti, richiamati anche dal valore del premio in palio. I vincitori del concorso, infatti, sono stati due per ogni regione: i primi classificati  hanno avuto un premio di 8000 euro spendibili per acquistare tecnologia e supporti per la didattica, i secondi, sorteggiati tra tutte le scuole regionali, un premio minore ma ugualmente significativo di 2000 euro.

Dopo l’annuncio della scuola vincitrice, arriva l’accusa arrivata dal Movimento che segnala come “se ogni famiglia avesse versato direttamente come contributo volontario il costo di un paio di ‘Happy Meal’, si sarebbe arrivati allo stesso risultato senza regalare alla multinazionale 50mila euro a fronte di una donazione di 8mila! E con quella cifra si sarebbe potuto finanziare un bel progetto di educazione alimentare, al posto di materiale didattico e tecnologico che dovrebbe essere già in dotazione alla stessa scuola pubblica, se veramente fosse ‘Buona scuola’ “. La raccolta sarebbe stata in effetti assai più sostanziosa.

Il preside dell’Istituto, Massimiliano Urbinati, sottolinea che dalla scuola non è partita alcuna iniziativa né è stato incoraggiata la partecipazione al concorso, a cui hanno aderito alcuni genitori, nonni e amici degli studenti in maniera autonoma e personale.

“La nostra idea di scuola si ispira ad un altro genere di idee – afferma il preside durante la conferenza stampa – infatti il nostro motto è “prima i valori, poi il resto”, riscontrabile nel nostro progetto “Habitat”. Non avrei mai spinto i miei studenti o le loro famiglie a partecipare a questo concorso, chi ha deciso di farlo ha agito personalmente”. Genitori che si sentono parte di un progetto di sviluppo, che partecipano attivamente alla vita scolastica e che  puntano alla valorizzazione del rapporto scuola-famiglia. Un legame in cui in molti credono, tanto che i primi a rispondere alle accuse lanciate all’Istituto sono proprio i genitori e i nonni degli studenti, che sottolineano anche la natura del concorso, che non richiedeva la consumazione di un menù completo ma anche quella di un semplice caffè, o di una brioche. 

Il concorso non è stato pubblicizzato, contrariamente a quanto è stato detto, ma la sua esistenza è stata resa nota attraverso il passaparola, per chi avesse già l’abitudine di frequentare i punti di ristoro della catena e avesse voglia di partecipare al concorso.

Il premio ricevuto dall’Istituto Comprensivo 5 sarà investito per migliorare le strutture sportive utilizzate dai ragazzi, ai quali docenti e famiglie insegnano l’importanza di una corretta alimentazione e del movimento fisico, e per l’acquisto di materiale tecnologico. L’Istituto utilizza 52 Lim, lavagne interattive multimediali, e, come afferma il preside Urbinati, si vorrebbero acquistare dei tablet.

“Abbiamo già delle classi totalmente 2.0, in cui i ragazzi usano un device, il tablet, per interfacciarsi con la lavagna e per implementare le modalità attive di apprendimento. Vorremmo che tutte le classi avessero pari opportunità, in modo da sfruttare al massimo ciò che la scuola offre”.

Nessuna corsa all’ultimo panino, quindi, le famiglie hanno continuato ad insegnare ai loro bambini la corretta alimentazione permettendo uno strappo alla regola ogni tanto, senza trasformare il concorso nella disperata ricerca al “biglietto dorato” come nel “la fabbrica di cioccolato”. Certo, non possiamo negare che bandire un concorso del genere sia un’ottima pubblicità per una grande multinazionale come McDonald’s, che in numerose occasioni associa il brand a campagne per la salute e la salvaguardia dei più piccoli (basti pensare alla fondazione per l’infanzia nei pressi dei centri pediatrici italiani). Le scuole italiane, sempre più impoverite da uno Stato che non si cura della cultura e dell’istruzione dei suoi figli, sono probabilmente un bersaglio facile per una possibile campagna di Brand Reputation Washing, attuata in un momento particolarmente delicato per l’azienda, che ha visto la chiusura di 700 punti vendita solo durante lo scorso anno.

Che sia etico o meno mangiare da McDonald’s è ancora una questione ‘calda’, da discutere ed analizzare, inserendo il problema in contesti diversificati, che possono comprendere ambienti in cui esiste una cultura alimentare e una conoscenza adeguata dell’importanza di una buona nutrizione, ma anche ambienti in cui la disinformazione è ancora forte e l’obesità infantile un problema da combattere.

Quello che invece non si può più chiedere alle famiglie italiane è di contribuire alle spese dell’istruzione dei loro figli, iscritti in scuole statali che, in alcuni casi, non possono garantire neanche il corretto funzionamento dei termosifoni nei mesi più freddi. Come ha sottolineato Cristina Pellicioni, presidentessa del Consiglio d’Istituto e del Comitato genitori-insegnanti, ogni anno, oltre le tasse e le spese per libri e materiale didattico, i genitori dell’Istituto donano un contributo volontario aggiuntivo, così come avviene nelle altre scuole del territorio. In più, insieme a nonni e parenti, continuano a ideare progetti e a finanziarli, anche con l’aiuto del Comune di Ferrara, ‘sporcandosi’ le mani in prima persona, come sta accadendo per il progetto ambiente che permetterà l’istallazione di una serra. Non sarebbe stato corretto chiedere un ulteriore donazione alle famiglie per permettere ai ragazzi quello che la scuola statale dovrebbe, invece, garantire.

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