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Osa sapere è il libro che Ivano Dionigi, latinista e già Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, ha pubblicato nella primavera dell’anno scorso. Un libro premonitore, quasi fosse in grado di prevedere quello che sarebbe accaduto da lì a poco.
Osare di sapere per prendersi carico della complessità e delle incognite. E le incognite non hanno ritardato a comparire.

Il sapere è divenuto la linea di demarcazione tra noi e la pandemia. Il sapere della scienza ci ha illuminato la strada, ha reso meno dolorose le nostre clausure. La scienza che ci era sempre sembrata appartenere ad un altro mondo, distante da noi, è entrata nell’ordinarietà delle nostre vite quotidiane.

Nonostante i nostri apparati e le nostre protesi ipertecnologiche, ancora prevale nella cultura e nella formazione che frequentiamo la separazione tra cultura umanistica e cultura scientifica, tra cultura della mano e cultura del cervello. Nella scuola lo studio delle discipline umanistiche ancora soppianta di gran lunga lo studio di quelle scientifiche. Una incongruenza che resiste, che da sola avrebbe dovuto suggerire di rivedere alla radice il nostro sistema formativo, per cui le arti del trivio e quelle del quadrivio non hanno mai goduto di uguale dignità. Pare che non siamo ancora riusciti a pensionare né Gentile né Croce.

Sarebbe sufficiente riprendere in mano il De rerum natura di Lucrezio, per comprendere la nostra distanza dal saper coniugare umanesimo e scienza. Nel suo Come stanno le cose Piergiorgio Odifreddi ci spiega che tutte le grandi teorie scientifiche di oggi sono esposte e difese nei canti del poeta latino, come tutte le grandi superstizioni umanistiche di ieri sono criticate e attaccate nelle sue invettive.

La scienza è formulazione di ipotesi, è ricerca, confronto di dati, non è la certezza della verità, anzi la forza della scienza sta proprio nella sua provvisorietà, nel suo esporsi alla falsificazione, perché se così non fosse non potrebbe progredire, con notevole discapito per l’umanità.
Non fornisce le illusioni che accompagnano la cultura umanistica, la quale affonda le sue radici nella doxa, nell’opinione, nello sguardo altro che non pretende di essere dimostrato, perché, contrariamente alla scienza, ogni prodotto dell’estro umano non ha bisogno di prove ma solo di originalità e meraviglia.
Alla scienza si addice il silenzio, la scarsità di parole, il rigore nell’uso; alla cultura umanistica la parola pastosa, abbondante, il vociare della prolusione e della retorica.

Il villaggio globale è sopraffatto dalle parole, parole in ogni dove, ovunque si possa dire o scrivere. Le parole s’arrampicano sui muri, si esibiscono dai manifesti, abitano ogni nostro indumento, fino ai più intimi. Ora le parole si sono accomodate con un indiscusso diritto di cittadinanza, padrone di un porto franco, invasive come germi, negli sms, nei whatsapp, nei social, appropriandosi perfino dei cinguettii.

Come novelli Ciceroni di massa sperimentiamo quella che Ivano Dionigi definisce la duplicità della parola: dia-bolica e sim-bolica, la parola che divide e la parola che unisce.
Parole senza identità e padrone si precipitano con miliardi e miliardi di caratteri neri ad applaudire o a confutare, a sostenere o a condannare, è la retorica del logos, del pathos e dell’eros che si scatena nella pandemia dei social. Le parole si schiantano, si urtano, si frantumano in cascate di iperboli.
La globalizzazione dei nuovi sofisti, i maestri della retorica, gli illusionisti del discorso, i manipolatori dei significati nell’intento di far apparire più validi i ragionamenti meno validi, migliore il discorso peggiore.

Ci stiamo muovendo verso il progressivo abbattimento delle nostre impalcature mentali, se è vero che pensiero e linguaggio sono inseparabili. Non è che al moltiplicarsi delle parole corrisponde il moltiplicarsi dei pensieri, al contrario più le parole crescono più sono vuote di pensiero, anzi finiscono per deformarsi come giustamente osserva nel suo libro Dionigi.
Cita alcuni esempi. La parola ‘dignità’, confiscata da una maggioranza e tradotta in un decreto; la parola ‘politica’, derubricata a contratto tra due parti; la parola ‘pace’, confinata all’ambito fiscale e ridotta a sinonimo di condono; la parola ‘rifugiato’, identificata con clandestino; la parola ‘straniero’, deprivata della sua carica umana e sacra di ospite (hospes) e ridotta al nemico (hostis).

Stiamo rischiando l’incuria delle parole e il loro immiserimento. Ciò che è più pericoloso è l’uso ingannevole delle parole a cui la politica tende ad assuefarci, perché non potrà che produrre un sovvertimento della nostra vita civile. Lo tsunami potrebbe scatenarsi da un momento all’altro se si abbassa la guardia, se le parole dalle pagine di Zuckerberg esondassero nel paese.

“Osa sapere (sapere aude) è l’imperativo kantiano che comprende quello tecnico e scientifico. Quel sapere la cui importanza abbiamo appreso in questi mesi di lotta per la sopravvivenza, scoprendo che ci è indispensabile, ma nello stesso tempo che ci mancano le competenze per decifrarlo.
Nella sua opera principale l’antropologo Gregory Bateson invitava ad andare verso una ecologia della mente, è giunto il momento di praticarla, unitamente ad una ecologia della parola.

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