6 Febbraio 2014

Per uno studente su quattro il futuro è nell’agricoltura e nel cibo italiano. Purchè sostenibili

COLDIRETTI

Tempo di lettura: 4 minuti

da: ufficio stampa Coldiretti
Uno studente italiano su quattro vede una prospettiva di lavoro legato allo sviluppo delle filiere dell’agricoltura e del cibo italiano, purchè si comprenda il valore della sostenibilità e dell’originalità dell’autentica italianità.

In Italia vedono una prospettiva di lavoro futuro nell’agricoltura e nel cibo quasi uno studente su quattro con ben il 23 per cento degli iscritti al primo anno delle scuole secondarie superiori tecniche e professionali che ha scelto per il 2013/2014 un indirizzo legato all’agricoltura e all’enogastronomia. E’ quanto afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo in occasione della giornata inaugurale di Fieragricola di Verona che ospita nello stand della Coldiretti, nel padiglione 2, uno spazio dedicato alle idee geniali proposte dalle nuove generazioni in agricoltura, dal vino di giuggiole dell’Odissea agli agrocosmetici alle stelle alpine, dai mobili rivestiti da fibra di fico d’India alle mozzarelle con latte di capra, dal ragu’ di trota al latte a lunga conservazione 100 per 100 italiano.
Nell’anno scolastico 2013/2014 si sono iscritti al primo anno degli istituti tecnici e professionali della scuola secondaria di secondo grado, statali e paritarie 262.716 giovani e tra questi ben il 23 per cento ha optato per l’agricoltura, l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera, che complessivamente hanno registrato 60.017 nuovi iscritti. Una tendenza che si sta accentuando negli ultimi anni nelle scuole superiori che è confermata anche dai livelli superiori di istruzione, secondo un’analisi della Coldiretti sulla base di una ricerca Datagiovani relativa agli effetti della recessione sugli Atenei italiani nel periodo dal 2008 ad oggi. Le iscrizioni alle Facoltà di scienze agrarie, forestali ed alimentari hanno fatto registrare la crescita piu’ alta nel periodo considerato con un aumento del 45 per cento.
Numeri che testimoniano una vera rivoluzione culturale, confermata anche dai risultati di un sondaggio Coldiretti/Ixe’ secondo il quale il 54 per cento dei giovani oggi preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in una multinazionale (21 per cento) o fare l’impiegato in banca (13 per cento). Ed anche che il 50 per cento degli italiani ritiene che cuoco e agricoltore siano le professioni con la maggiore possibilità di lavoro mentre solo l’11 per cento ritiene che l’operaio possa avere sbocchi occupazionali. D’altra parte, secondo l’indagine, il 79 per cento degli Italiani sostiene che in futuro in Italia ci sarà un numero minore di fabbriche. Per questo – continua la Coldiretti – l’88 per cento degli italiani afferma che il sistema di formazione nazionale andrebbe riqualificato anche con un corso specializzato all’Università sulla valorizzazione del Made in Italy.
“I giovani hanno visto prima e meglio di altri dove ci sono reali prospettive e di fiducia per far tornare a crescere l’Italia”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “è in atto una rivoluzione generazionale che punta su quegli asset di distintività nazionale che garantiscono un valore aggiunto nella competizione globale come il territorio, il turismo, la cultura, l’arte, il cibo e la cucina”.
“Occorre comunque – commenta ancora il presidente nazionale di Coldiretti – che si costruisca un modello di sviluppo sostenibile con il territorio, con l’ambiente, con le nostre peculiarità, secondo gli stimoli e le idee dal basso, rafforzando a tutti i livelli le filiere autenticamente italiane, in uno sforzo che non è solo per l’agricoltura ma per l’intero Paese. In giro c’è cattiva industria, cattiva cooperazione, che non fanno il bene dei soci e dei territori, una rincorsa a chimere come l’OGM, che i consumatori non vogliono e e molta incoerenza che non aiuta lo sviluppo. Noi vogliamo rafforzare il nostro progetto, dargli ancora più corpo, collaborando con tutti quelli che credono nell’autentico made in Italy e che hanno compreso che la nostra mobilitazione, ad esempio al Brennero non vuole essere la causa dell’affossamento dell’industria alimentare italiana, ma proprio l’esatto contrario, introducendo quegli elementi di conoscenza e trasparenza che fanno bene alla comunicazioni sui mercati, che valorizzano i nostri prodotti, che fanno vendere di più se davvero c’è dentro la nostra italianità. Non svendiamo il nostro patrimonio di conoscenze, di capacità produttive, di marchi, ma neppure di prodotti che nascono nelle nostre aziende e che devono essere utilizzati per primi negli alimenti italiani”.



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