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Perché è inevitabile l’ascesa di Draghi al Quirinale

uovo di drago
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Si legge che Serena Cappello, consorte di Mario Draghi, avrebbe confidato al barista sotto casa che il marito andrà al Quirinale. Naturalmente, non sappiamo quanto di vero ci sia nei fatti narrati dai giornalisti, né in quelli raccontati dal barista. Ma appare in ogni caso verosimile che per Super Mario la strada del Quirinale è pressoché obbligata.

Obbligata due volte. Da una parte, per la forza indiscutibile che gli proviene dalla sua collocazione nelle gerarchie sovranazionali e nazionali e per le frequentazioni che ne discendono. Dall’altra, per la strana debolezza che sta caratterizzando la sua azione di governo.

Non credo sia necessario entrare nel merito della prima obbligazione, noto ai più e accessibile agli altri attraverso le varie pubblicazioni esistenti (anche se, probabilmente, esse non sono molte in rapporto alla caratura del personaggio, il che dà da pensare).

Vale, piuttosto, la pena di riflettere sulla seconda.

Draghi sta svolgendo le sue funzioni di presidenza in una condizione del tutto diversa da quella in cui le hanno svolte i suoi predecessori, almeno da quando il Paese ha dei vincoli di bilancio stabiliti in sede sovranazionale: con ampia elasticità appunto su quei vincoli e con una quantità enorme di danaro – ovviamente quella del PNRR – da distribuire.

Il merito del fatto che l’Italia possa approfittare di tanta elasticità e di una provvista di danaro a tal punto consistente viene di norma ascritto proprio al credito di cui il Presidente del Consiglio gode.

Ma il problema è: qual è il pegno del credito di Draghi? Di cosa esso è in grado di porsi a garanzia?

Fino a prova contraria, infatti, la Costituzione è in vigore, i governi cadono e le attuali schermaglie sulla legge di bilancio dimostrano che il Presidente del Consiglio, almeno in teoria, potrebbe ben presto trovarsi disoccupato.
Non sarà, dunque, proprio il fatto che l’Italia precipiti entusiasticamente in una situazione di ulteriore sovraindebitamento – senza che le regole di fondo dei Trattati siano ammorbidite – la vera garanzia che Draghi può dare?

La garanzia che a lui non possa succedere che egli stesso, o qualcuno di altrettanto cauto nella difesa dell’interesse nazionale? Pena, appunto, l’immediato passaggio dal guanto di velluto al pugno di ferro su un’esposizione debitoria che nessun avanzo primario potrà mai, ragionevolmente, riequilibrare.

Provvedimenti a orologeria come la riforma del catasto innescata dal governo per il 2026 non aiutano, anche simbolicamente, a esorcizzare il fantasma di una sorta di iscrizione ipotecaria sul futuro politico del Paese.

Proprio per questo, l’interrogativo che oggi ha preso ad affiorare appare quanto mai critico: quanto può durare davvero Draghi nel suo attuale mandato? Se osserviamo i due principali assi dell’azione di governo – la gestione della pandemia e la legge di bilancio – notiamo infatti più di un segnale preoccupante.

Dal primo punto di vista, il governo ha adottato una strategia di accompagnamento dei cittadini non ancora vaccinati agli hub da una parte piuttosto forte, dall’altra evidentemente debole. Debole, perché non si è avuta e non si ha la determinazione lineare di procedere verso l’obbligo vaccinale. Forte, perché le misure alternative hanno introdotto forme di coercizione piuttosto energiche, che hanno esasperato i destinatari e polarizzato la pubblica opinione.

L’impatto sul numero dei vaccinati, come si sa, è stato piuttosto deludente e in ogni caso non risolutivo  [Vedi qui], ma si è in compenso infiammata la piazza, come da decenni non si vedeva, e si sono alimentate drammatiche spaccature nel corpo sociale (vedi l’interessante confronto con i dati ISTAT 2020  nel recente articolo di Giovanni Fioravanti su questo giornale [Qui] .

Ora si parla di nuove e ancor più decise restrizioni riservate ai cittadini non vaccinati, dei quali però entrerà a far parte una certa quota – si dice non marginale – degli attuali vaccinati: ovvero quelli che hanno delle resistenze verso la famosa terza dose e che potrebbero confluire nel fiume della piazza.

Il potenziale esito è facilmente immaginabile. Questa seconda celebrazione di un decisionismo senza decisioni – questa sorta di whatever it takes in salsa pandemica – potrebbe mostrare a tutti come la calzamaglia di Super Mario non protegga dagli schizzi, dalle lacrime e dal sangue dei concreti rapporti sociali e politici.

Per quanto riguarda invece la legge di bilancio, basti pensare al caos che sta caratterizzando la gestione dei bonus nel settore edilizio.

Il grande nemico di Draghi, qui, non sono i bonus in quanto tali, ma la cessione del credito, o l’equivalente sconto in fattura. Ovvero le misure che hanno consentito e stanno consentendo a tante famiglie prive di grandi disponibilità immediate di valorizzare comunque i propri immobili abbattendone nel contempo l’impatto ambientale. Misure che hanno certamente contribuito in modo significativo al buon rimbalzo del Pil nel 2021, che il governo non ha ovviamente evitato di intestarsi.

All’inizio sembrava che cessione e sconto sarebbero rimasti solo per il cavallo di battaglia M5S del ‘superbonus’, ma in seguito, alle fondate rimostranze di intere categorie, il governo ha fatto marcia indietro, prolungandone apparentemente l’esistenza anche per le altre agevolazioni.

Tuttavia, utilizzando l’argomento sempreverde del contrasto agli abusi, a queste agevolazioni minori sono anche stati estesi i gravosi adempimenti prima previsti solo per il  110%. Ciò renderà l’accesso a quegli strumenti più complesso e meno conveniente, costituendo in molti casi l’abolizione di fatto di ciò che è stato reintrodotto sul piano del diritto.

Qual è la ragione che spinge il governo a osteggiare così violentemente – con mezzi diretti e, ancora una volta, indiretti – non i bonus in se stessi ma la possibilità di cessione dei relativi crediti d’imposta?
Naturalmente, essa non è dichiarata, ma appare verosimile che dipenda dal fatto che, mentre i crediti d’imposta sono ancora una volta tacche sui futuri bilanci, i crediti ceduti fungono da moneta fiscale parallela, ovvero da strumento del diavolo per l’establishment cui Draghi fa da garante.

La diretta conseguenza di tutto ciò è l’incertezza paralizzante che ha improvvisamente pervaso il settore, il possibile blackout di migliaia di contratti già stipulati, la prevedibile apertura di innumerevoli contenziosi, con tutte le inevitabili ricadute sulla ripresa e sul Pil.

La possibilità dei due scenari negativi, nonché della loro saldatura, indurrebbe chiunque alla prudenza. Non Super Mario, però.

Certo, è possibile che diversi fattori rendano ‘unfit’ Draghi a governare a lungo. Ma a volte sembra quasi che egli tema che non lo si capisca abbastanza e si sforzi di rimarcarlo in ogni modo. Anche platealmente, come quando abbandona le riunioni con i sindacati o diserta le interlocuzioni del governo con la stampa.

Insomma, anche se Draghi non venisse collocato, all’inizio del 2022, al Quirinale, non è affatto detto che vorrebbe o potrebbe continuare a governare fino alla scadenza della legislatura. Figuriamoci oltre.

Si può correre il rischio di ritrovarsi con il ‘garante’ Draghi fuori dal Quirinale e bruciato per il governo? Non credo sia immaginabile.

Dunque Draghi sarà eletto Presidente. La recente sentenza del Consiglio di garanzia di Camera e Senato che assicura a deputati e senatori il diritto al vitalizio anche se la legislatura non durasse quattro anni, sei mesi e un giorno, spiana gli ultimi ostacoli.

Scommetterei su un’elezione al primo scrutinio, come fu per il suo vecchio nemico Cossiga e per il suo mentore Carlo Azeglio Ciampi. Eserciterà lì le sue nuove funzioni istituzionali, armonizzandole con il suo ruolo consolidato.

Il barista avrà ancora da raccontarne.

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