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Perchè il progetto Europa non decolla?

Tempo di lettura: 5 minuti

di Grazia Baroni

Uno dei problemi dell’Europa è che non si studia più la storia o meglio che non si considera più la storia come una esperienza su cui riflettere.
I destini dei diversi popoli europei travagliati dalle continue guerre che si sono succedute alla caduta dell’Impero Romano e alla sua disintegrazione sfociarono finalmente in un momento di maggiore stabilità sotto il governo di Carlo Magno.
Grazie al suo progetto unitario si elevò culturalmente il livello sociale nella vita pubblica dei singoli feudi della realtà europea perché si poterono unire e gestire le varie forze e ricchezze esistenti nel territorio, prima disperse dalle continue guerre, facendole convergere in un unico e pensato disegno sociale.
In questo modo le varie forze esistenti nel territorio prima disparate e in continua lotta tra loro si unificarono e così Carlo Magno poté eliminare il motivo delle divergenze e delle contrapposizioni tra i feudatari creando nell’Impero una prospettiva di società, sbocco comune di sviluppo a livello culturale, poi sociale ed economico, ponendo al centro il valore della vita degli esseri umani.
Facendosi incoronare dal Papa, Carlo Magno rese pubblica la qualità umanistica del suo progetto di governo, a cui tutti i feudatari dovettero adattarsi. Così poté dare quegli strumenti alla società perché si sviluppasse a partire dal livello culturale, istituendo scuole, inserendo servizi, riorganizzando una società pacifica e laboriosa, rivolta al proprio benessere.

Dalla morte di Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, l’Impero si divise in tre realtà distinte. Infatti Ludovico anziché adeguarsi al sistema di successione ereditaria della corona, divise l’eredità tra i suoi tre figli come era nella tradizione dei Franchi. Con tale scelta infelice ricreò le condizioni perché si facesse la guerra tra gli eredi, vanificando le conquiste del padre.
Da quel momento in avanti il problema dell’Europa è tornato a essere che i potenti continuano a difendere i loro privilegi, e ognuno in modo diverso.

Noi italiani ignoriamo più di tutti la storia del nostro paese: lo sviluppo sociale ed economico avvenne dopo che i vari Stati che componevano la penisola si unificarono in un unico Paese, nel 1861. E’ innegabile che dando a ciascuna parte un’unica prospettiva, gli sforzi di emancipazione, laddove ci sono stati, chiaramente funzionano di più e meglio perché le forze non si disperdono ma puntano a un unico fine.

In generale, si ha uno sviluppo armonico di una civiltà solo con quei governi che garantiscono la democrazia mettendo al centro la giustizia sociale e la qualità della vita come progetto di governo, perché così si pongono le condizioni della pace.

Invece, i governi che si basano solo sulla ricchezza materiale non creano vero sviluppo ma disuguaglianze e tensioni sociali (si veda l’Impero inglese che non ha portato sviluppo in India e nei territori che ha conquistato, ma solo privilegi per la corona).
Sicuramente il progresso di una società che pone al centro lo sviluppo della persona implica un processo più lento e non immediato, ma questo è duraturo ed efficace e meno doloroso per lo sviluppo dell’umanità.

Quindi, cosa aspettiamo a realizzare l’Europa come unica realtà quando sappiamo – poiché la storia ce lo insegna – che avere un progetto unico, comune, di giustizia sociale e di democrazia, è un passo avanti per tutti ed è la chiave per la realizzazione di qualsiasi progetto di futuro?
Il malessere che c’è oggi tra i giovani non è dovuto alla consapevolezza che la cultura occidentale è malata di supremazia, ma alla consapevolezza che molte scelte che i nostri governi stanno realizzando conducono ad una realtà che va contro la ragione, perché non ci può essere democrazia basata sui privilegi, non ci può essere sviluppo economico basato sul consumo, non ci può essere sviluppo culturale sulla privatizzazione della conoscenza e i territori si possono sviluppare avendo servizi pubblici che, per definizione, non abbiano  come scopo il profitto ma servire gli abitanti dei territori stessi.

Le civiltà, gli Imperi e le Nazioni non vengono sconfitte per cause esterne, ma per debolezza interna. La storia ci fa capire, così, che le civiltà muoiono perché rinnegano la qualità del loro fondamento e della loro origine.
Roma non cadde per l’invasione dei barbari, ma perché sacrificò la sua origine repubblicana e di giustizia sociale alla forma dell’impero. Per questo motivo Roma non fu più una realtà politica attraente e innovativa ma una tra le tante, un terreno di conquista e non più un progetto di vita e sviluppo da condividere.
Anche nella storia recente, i governi degli stati europei hanno dimenticato il motivo per cui avevano avuto l’urgenza di realizzare, negli anni quaranta, uno stato europeo.

Il fatto è che chi detiene oggi il potere e fa resistenza per difendere i propri privilegi non ha capito che o sceglie di evolversi in una dimensione più giusta rispetto ai valori attuali o verrà travolto dalla storia che comunque va avanti; l’umanità si riconosce come tale nella libertà e nel rispetto reciproco che portano al desiderio comune del vivere in pace e non nelle ingiustizie e nella sopraffazione.
E la pace non è una realtà di sospensione di guerre, una parentesi tra due momenti di conflitto, ma un progetto di giustizia sociale, di realizzazione della comunità umana.

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