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Era il 1969 e avevo cinque anni.
Ero troppo piccolo per capire cosa volesse dire vivere in quell’anno, probabilmente nemmeno mio padre lo sapeva, probabilmente nessuno. Ma dopo lo capimmo tutti quanti, io compreso.
Quell’anno la contestazione giovanile iniziata nel gennaio del ‘68 si allargò a macchia d’olio in tutto l’Occidente. Quell’anno fu l’anno di Woodstock e della rivoluzione non violenta della cultura hippie. Quell’anno un uomo posò piede sulla Luna, e quell’anno David Bowie scrisse una canzone che parlava proprio di quello: di un uomo nello spazio!
La cosa curiosa fu che il disco uscì appena qualche giorno prima dell’allunaggio di Armstrong e soci…

Cosa c’è di più sublime di perdersi nello spazio? Le note della canzone mi accompagnano oggi, come sempre, nei miei viaggi interstellari. E non occorrono complicate e costose astronavi, basta chiudere gli occhi e si apre il sipario del buio cosmico, infinitamente grande come può essere un desiderio, un sogno ricorrente. Il mio è sempre stato questo: partire!
Partire per andare dove? No… nello spazio l’importante non è arrivare. L’importante è perdersi per poi farne parte, una minuscola parte d’infinito. E guardarsi indietro e vedere la Terra rimpicciolirsi: una splendida sfera azzurra nel nero più assoluto, sempre più piccola e sempre più bella.
Finché il puntino blu scomparirà per sempre dalla vista… un’ultima scintilla di luce persa nelle lacrime.

Space Oddity (David Bowie, 1969)

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