Home > IL QUOTIDIANO > Piccole e grandi attese

Aspettiamo nelle stazioni, negli aeroporti, alla cassa del supermercato, dal dentista. Aspettiamo la persona giusta, il lavoro ideale, l’esito di un esame, anche solo una telefonata, ma non aspettiamo più come prima. La contemporaneità ha cambiato la concezione del tempo, in cui non c’è più posto per l’attesa.
Oggi l’attesa diventa una falla nel nostro sistema perché siamo fagocitati dalla fretta e dall’irrequietezza, che ci impongono uno sguardo futuro-centrico, che porta immancabilmente all’accelerazione. E’ l’epoca del real time, del tutto e subito, dove competizione e agonismo impediscono di fermarsi e attribuiscono al tempo una dimensione frenetica, congestionata.

L’attesa è diventata un gesto ripudiato, da evitare, obsoleto, inutile, ostacolante e soprattutto improduttivo.
L’attesa di un incontro, tessuta attorno all’aspettativa, la tensione emotiva, la sorpresa, la gioia del momento finale, nel corollario di luoghi e momenti, viene sostituita dal rapporto virtuale, nell’unico luogo in cui il tempo non sussiste: la rete. E quello che in epoche passate era un tempo dilatato o sospeso, una condizione superiore a qualunque altra che ci permetteva di elaborare pensieri, sperimentare emozioni vive, gioiose o dolorose che potessero essere, fletterci su noi stessi in un dialogo intimo per conoscerci meglio e vedere più chiaramente, ora si traduce in un’unica azione fatta di impazienza, ansia, noia, disorientamento. Riempiamo il tempo dell’attesa con le dita impegnate a compiere geroglifici sul cellulare, cercare affannosamente post e mail, semmai qualcuno ci avesse nel frattempo contattati, ci guardiamo attorno assetati di distrazione; a volte, nelle attese drammatiche, ci ricordiamo di Dio, scomodiamo Santi, ci appelliamo a quella che non è altro, in questi termini, che una fede di circostanza e comodo, senza pregressi e senza conseguenti. Pur di riempire quel lasso di tempo in cui abbiamo paura di parlare, per prima cosa e profondamente, con noi stessi.

In letteratura l’attesa è spesso legata alle grandi storie d’amore. Penelope domina il tempo dell’attesa tessendo la sua tela di giorno per disfarla la notte e quindi ricominciare, prendere tempo. Preda ambita degli invasori Proci, nei vent’anni di lontananza da suo marito Ulisse, diventa emblema di pazienza, tenacia, destrezza nell’attendere l’unico epilogo che riesce a concepire: il ricongiungimento. E una grande storia d’amore è anche quella tra la scrittrice Isabel Allende e sua figlia. Ne nasce un grande libro, ‘Paula’, (1994), il più significativo, commovente, viscerale, della scrittrice cilena, perché quando si parla di figli, malattia e morte, non ci può essere niente di più intimo, toccante e memorabile. La Allende attende al capezzale della figlia in coma, colpita da una grave e lunga malattia che non lascia scampo; speranza, rassegnazione, dolore, rimpianto, ma quello che domina prevalentemente quei momenti è il nulla, l’assenza del tempo, la sospensione di ogni riferimento spazio-temporale. Ma è proprio questa condizione che favorisce il recupero del ricordo col supporto della memoria, per contrastare frustrazione, rabbia, scoraggiamento e percezione del vuoto. Scrive: “Questa è una strana esperienza di immobilità. I giorni passano granello dopo l’altro. Ho passato quarantanove anni correndo, nell’azione e nella lotta, dietro mete che non ricordo, inseguendo qualcosa senza nome che era sempre più in là. Ora sono costretta a rimanere ferma e silenziosa; per quanto corra non arrivo da nessuna parte, se grido nessuno mi sente. Mi hai dato il silenzio per riflettere sul mio passaggio per questo mondo, Paula, per tornare al passato vero e al passato fantastico, recuperare la memoria che altri hanno dimenticato, ricordare ciò che mai accadde e forse accadrà. Assente, muta, paralizzata, tu sei la mia guida. Il tempo passa lentissimo. O forse siamo noi che passiamo attraverso il tempo”. Le ultime parole del libro di Isabel Allende, sono un saluto a Paula che orami non c’è più: Adiós, Paula, mujer. Bienvenida, Paula, espíritu.
Nel racconto ‘La camera in attesa’ (1916) di Luigi Pirandello, l’attesa si declina attraverso gli oggetti e le azioni in un luogo sospeso, familiare: una camera piena di ricordi e appartenenze. Tre sorelle e una madre aspettano il ritorno del fratello e figlio Cesarino Monchi, sottotenente del 25° fanteria, partito per la Tripolitania e di stanza a Fezzan. Ogni 15 giorni le sorelle entrano in quella stanza, tra il silenzio sospeso sui mobili e gli oggetti, il calendario a muro aggiornato con lo strappo dei fogli, il vecchio orologio di bronzo a forma di anfora, una scatola di fiammiferi di 14 mesi prima, perché sia pronta al bisogno, ad accendere una candela, anch’essa di 14 mesi prima, conficcata nella bugia di ferro smaltato a forma di trifoglio. Speranza di un improbabile ritorno, tacita convinzione che quel soldato, definito ‘disperso’, che non compare né tra i vivi né tra i morti, ritorni. I vicini che prima provavano pietà, ora sono irritati per quella che viene definita ‘commedia’ delle quattro donne. La madre, prima dell’ultimo respiro, dice: “Glielo direte che l’ho tanto aspettato…”. Un attendere che fonda sulla pura illusione di vita.

E attorno al tema dell’attesa gravita il dramma del teatro dell’assurdo ‘Aspettando Godot’ di Samuel Beckett, del 1953. Due vagabondi, Vladimiro ed Estragone, stanno aspettando un certo ‘signor Godot’ su una desolata strada di campagna, dove soltanto la caduta delle foglie dall’unico albero presente sulla scena, testimonia il trascorrere del tempo. Il ragazzo che il fantomatico ‘Mr Godot’ – il quale non appare mai, non arriva mai, non si materializza mai sulla scena – invia ai due vagabondi, riferisce che “Oggi non verrà, ma verrà domani”. E loro ritornano, ritornano puntualmente sul luogo in cui attendere. Una situazione soffocante che rappresenta l’attesa che non avrà mai fine, una stagnazione in cui nulla si muove e nulla subisce mutamenti, perché staticità e immobilismo accompagnano un’aspettativa che man mano si svuota del suo significato. Attesa e senso di inutilità e frustrazione emergono anche dalle pagine del romanzo ‘Il deserto dei Tartari’, scritto da Dino Buzzati nel 1940. L’ufficiale Giovanni Drogo è di stanza presso la Fortezza Bastiani, una tetra costruzione difensiva in una grande landa desolata, ultimo avamposto ai confini con il Regno del Nord. I militari aspettano perennemente di veder sbucare “il nemico” per dare senso all’esistenza in quel posto e alla fortezza stessa, ma il nemico non compare mai. Dopo quattro anni Drogo torna a casa ma prova un senso di smarrimento ed estraneità; gli manca il luogo desolato che ormai esercitava su di lui una specie di malìa, gli manca l’attesa. Rientrerà nella fortificazione e la vita dei soldati della guarnigione, consumata aspettando ‘la grande occasione’ subirà una drastica interruzione con l’inizio della guerra con il Nord. Drogo, che nel frattempo si ammala seriamente, viene allontanato, vanificando tutti gli anni spesi ad attendere di poter dimostrare il suo valore, consapevole però di aver vinto la sua battaglia personale affrontando la morte con dignità.

In fondo, le nostre esistenze si compongono di piccole e gradi attese nella speranza che accada qualcosa e dovremmo essere capaci di affrontarle attribuendo valore al presente, assaporando con consapevolezza ogni singolo momento, ponendoci obiettivi realistici, concedendoci una seconda possibilità, allenandoci alla calma, pianificando ciò che è possibile.

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