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Politica e biologia: la logica del clan

Con questo ‘provocatorio’ intervento il nostro Jonatas Di Sabato si cimenta nell’analisi politica scardinando le ortodosse logiche interpretative. Confidiamo che lo stimolo induca altri a prendere parola e intervenire nel merito del dibattito relativo alle strategie comunicative che caratterizzano il panorama politico attuale

 

Nelle ultime settimane la scena mediatica è stata dominata dalle analisi post elettorali. La sconfitta della sinistra, a tutti i livelli, ha acceso una forte discussione che, nella maggior parte dei casi, porta però sempre verso risposte in qualche misura genericamente rassicuranti, del tipo “bisogna cambiare”. Ma cambiare come? La politica è molto simile a un sistema ecologico, con le sue nicchie occupate dalle varie ‘specie’ che possiamo chiamare partiti. Proprio come un organismo, un partito politico subisce evoluzioni, anche se, in questo campo, sembra che più che Darwin sia Lamarck ad avere la meglio: un partito viene modellato rispondendo agli stimoli che provengono dall’esterno, dal proprio elettorato. Anche la sinistra ha provato a farlo. Basti pensare a come, durante gli anni Settanta, parlare di droga o divorzio fosse considerato un tema ‘borghese’, e infatti le battaglie su quei temi furono portate avanti non dal Pci, ma dal Partito Radicale. Oggi, lo vediamo, la sinistra si è assunta quasi la paternità o comunque la tutela di queste conquiste. Il problema di questi cambiamenti, però, sta nel fatto che, dopo la rivoluzione di internet, la risposta deve essere sempre più immediata. E questo favorisce, per sua natura, chi ha nel proprio ‘dna’ politico delle risposte strutturate ed efficaci. In questo la destra non ha rivali, per un motivo fondamentale: è naturale. Spiegare cosa voglia dire è molto semplice: la destra, e non mi riferisco a quella liberale, risponde a una logica ‘naturale’, quasi biologica, quella del branco: difende ciò che è vicino, simile, familiare. E la sinistra? Oramai è chiaro che l’arrancare dei partiti progressisti non può trovare una giustificazione solamente nel candidato sbagliato o nella gestione dei migranti fatta male. La risposta, questa volta, non può darla neppure l’economia o la politologia. No. Credo a ragion veduta che l’unica spiegazione si possa trovare nella ‘biologia politica‘.

  • Le estinzioni di massa

Quello delle estinzioni è un capitolo ciclico che vede il ripetersi con un ritmo più o meno regolare di scomparse traumatiche di specie viventi. Questo fatto così catastrofico, in realtà, porta con sé un fattore positivo: nuove nicchie ecologiche, accelerazione dei processi evolutivi. Ma cosa c’entra tutto questo con la politica? Ciclicamente anche in politica ci sono delle trasformazioni, delle estinzioni traumatiche. Un esempio potrebbe essere la scomparsa dei partiti d’elité agli inizi del Novecento per dare campo ai partiti di massa. E ora proprio i partiti che hanno fatto la storia del Novecento si trovano in un “collo di bottiglia evolutivo”. In pratica, qualsiasi cosa si tenti di fare, il loro destino è evoluzionisticamente segnato: devono estinguersi perché non hanno saputo adattarsi ai cambiamenti del loro ambiente e Darwin è stato molto chiaro: in natura, come in politica, non vince il più forte, ma chi si adatta meglio. E la sinistra non può adattarsi in un periodo di crisi perché, nel suo Dna, non ha i geni per farlo.

  • Forze centrifughe, forze centripete ed entropia

Per spiegare questa differenza, prenderò per buona l’esistenza in natura della forza centrifuga, anche se, in realtà, non lo è. Ogni forma di aggregazione umana ha al suo interno delle forze che tendono alla disgregazione. Qualunque sia la vostra opinione politica, non si può sfuggire alle leggi della chimica e della fisica. Prendendo come esempio una nazione, all’interno di questo insieme ci sono delle forze che mirano a separare, ad atomizzare, frammentare le componenti interne. Ci vuole molta più forza e quindi energia a far restare uniti invece che distruggere e creare un ambiente caotico. Banale termodinamica. Le forze che disgregano, all’interno degli agglomerati umani, sono essenzialmente due: l’individualità o, meglio nella sua accezione degradante, l’egoismo e la violenza intrinseca. Su quest’ultimo punto tornerò più avanti. Sta di fatto che, quindi, per mantenere un ordine delle cose, un’unione all’interno del sistema nazione, le energie da spendere sono direttamente proporzionate alla sua grandezza. Con energia, naturalmente, in questo contesto, intendo risorse economiche. Quindi, se prendiamo ad esempio un sistema chiuso, l’Italia, ci sono delle forze centrifughe che tendono alla disgregazione: campanilismi, individualismi, scissionisti, indipendentisti, localismi ecc. Per far sì che queste forze non trionfino ci vuole un’immissione di forze contrarie, forze che tendano verso l’unità della nazione e, sia chiaro, non parlo di nazionalismi, ma bensì di costrutti che vadano contro le elencate forze. La sola forza finanziaria non basta, perché eliminerebbe solo il primo fattore e cioè l’egoismo, per creare una vera unità deve essere proiettata verso l’esterno la forza più distruttiva del sistema umano e ovvero la violenza intra-clan. Ma come farlo?

  • Nemici immaginari e nemici reali

Una delle più grandi sfide è proprio quella del saper gestire ogni forma di forza distruttrice interna al gruppo e proiettarla verso l’esterno. Qualsiasi tipo di società, da quelle di stampo egualitario ‘primitivo’ fino alle società complesse, deve affrontare questa problematica. Chi governa, quindi, ha dalla sua due possibilità: avere un nemico o creare un nemico. Nei secoli si sono avuti entrambi gli esempi, ma per restare agli ultimi decenni trascorsi si potrebbe pensare alla seconda guerra mondiale. Un nemico reale, il nazi-fascismo, fa unire gruppi altrimenti lontani da ogni logica alleanza: ed ecco i cattolici con i comunisti, liberali con anarchici. Nonostante alcune problematiche, il riuscire ad incanalare la violenza verso un nemico esterno fa in modo che quella interna al gruppo sia limitata e gestibile. In fin dei conti anche la scelta biologica della sessualità secondaria da parte del genere sapiens ha avuto come fine anche quello di limitare questo genere di problematica. Rapportato in politica chi è avvantaggiato, in questo momento storico, è sicuramente chi propone un nemico, anche artefatto, ma assolutamente percepibile. In questo caso le forze sovraniste hanno fatto un lavoro eccellente. Un esempio è la Lega di Salvini. Quest’ultimo, incanalando verso forze esterne le problematiche italiane, ha riversato tutta la rabbia verso di loro. Così da nord saremmo, nella sua logica, attaccati dai burocrati di Bruxelles, e da sud dall’invasione dei migranti africani. Ma ha fatto un passo in più. Issandosi come cavalleresco paladino della difesa dei valori tradizionali cattolici, combatte anche il nemico interno di una islamizzazione a suo dire sempre più evidente e di una degenerazione dei costumi. Tralasciando se le sue affermazioni siano vere o false, il nocciolo della questione e l’aver saputo creare più nemici e incanalare verso di loro la violenza. È stato talmente abile da aver trasformato un partito di stampo territoriale e federalista, in un partito nazionalista unionista.

  • La crisi perfetta

Durante una crisi le visioni della società si polarizzano e si estremizzano. Vince chi fornisce la risposta migliore, immediata e in grado di creare consenso. Ecco perché, a parer mio, la sinistra fatica a riformarsi e rischia di estinguersi: il motivo risiede proprio nel non riuscire a dare risposte ‘naturali’. Uno dei capisaldi della sinistra fu enunciato da Pietro Nenni: “L’essere socialista vuol dire portare avanti chi è nato indietro”. In pratica aiutare i deboli, creare uguaglianza sociale. La sinistra italiana, poi, mostra l’incapacità di generare un tema forte e unificante attorno al quale aggregare le proprie schiere. Ha provato segnalando il rischio della reviviscenza del fascismo, ma ha fallito, perché, dopo anni di abbandono di una certa nicchia sociale, si è trovata respinta dalle periferie e da parte della classe lavoratrice, che paga il più alto costo della crisi del 2008, ed ha estremizzato il proprio voto verso chi ha dato risposte semplici e perciò ‘rassicuranti’: io sono come te, tu sei come me, sono gli ‘altri’ che ci stanno facendo del male. Sia chiaro che qui non si parla di giusto o sbagliato, ma di ciò che è accaduto e sta ancora accadendo. Altro problema della sinistra, come detto, è l’incapacità di dare risposte in tempi stretti. Questo deriva dal fatto che gli obiettivi della sinistra impongono un lavoro di lunga lena per dissodare l’inaridito terreno sociale. La destra, invece, non deve investire, ma attaccare. Non a caso per stare al potere ha bisogno di generare un clima da campagna elettorale perenne e uno stato di crisi perpetua. Se non ci fosse una crisi, la popolazione andrebbe naturalmente verso posizioni politiche moderate, vincenti in periodi di crescita, come fu per la Dc fino agli anni Ottanta. Ma il problema più grande ancora non si è manifestato: la crisi economica ‘perfetta’ ancora non è arrivata. Quella del 2008 è stata la peggiore crisi che si ricordi dal 1929 eppure, affermano molti esperti, questa potrebbe essere nulla in confronto a quella che potrebbe investirci nel 2020. I motivi sono vari. In primis la crescita esponenziale degli Usa, prima o poi finirà. Quando questo accadrà, andrà ad unirsi alle guerre commerciali messe in atto da Trump, via via sempre più aspre, con Cina, Canada e Messico. Ciliegina sulla torta sarà un conflitto armato. Scongiurata l’ipotesi nordcoreana, i riflettori si sono spostati subito su un altro Paese, il più probabile a questo punto: l’Iran. Solo nelle ultime settimane l’escalation è arrivata a livelli altissimi e un conflitto armato non è più solo un’ipotesi. Quando l’economia statunitense andrà giù, a seguire ci sarà anche quella europea. Quando ciò accadrà, però, al contrario del 2008, non ci saranno governi solidi e strumenti politici adeguati a prevenire una caduta libera. Chi dovrà affrontare la prossima recessione avrà le mani legate, con livelli di debito di molto superiori a quelli attuali. Quando ciò si verificherà, la risposta elettorale sarà ancora più estrema. In questo scenario l’attuale sinistra rischia di essere letteralmente spazzata via, se non riuscirà rapidamente a interpretare i tempi che cambiano e adeguare ad essi la propria azione.

A questo punto bisogna chiedersi: cosa fare? La risposta è dura ma semplice: prima di tutto accettare che la sinistra con stampo novecentesco è entrata in un collo di bottiglia evolutivo. In poche parole è destinata all’estinzione. Meglio correre ai ripari e ripensare un nuovo modello di forma-relazione improntato, appunto, su un’innovativa modalità di risposta alle istanze del nuovo millennio, con parole nuove e, soprattutto, strutturando anche una nuova capacità di movimentazione ideologica. Se ciò non dovesse accadere, quello che ne seguirà è abbastanza evidente: la fragilità dell’economia mondiale sta estremizzando le risposte dei cittadini, da Salvini, a Le Pen, passando per Bolsonaro o Trump. La prossima crisi, forse già alle porte, troverà un panorama politico e sociale già estremizzato. Quello che ne deriverà potrà portare solo alla caduta delle istituzioni più fragili in questo momento, prima tra tutte proprio l’Unione Europea. Tutto ciò che accadrà dopo resta imprevedibile, ma di certo non si profila uno scenario capace di alimentare positivi pensieri.

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