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POLITICHE ECONOMICHE DOPO L’EMERGENZA: Il rischio di battere le vecchie strade e i soliti errori.

Tempo di lettura: 8 minuti

Come sempre, la lettura dei documenti predisposti dal governo sull’impostazione della politica economica è interessante. Non fa eccezione la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e finanze (NADEF), approvata il 7 ottobre scorso. Non foss’altro perché si misura con ciò che ha determinato sul piano economico e sociale la pandemia nei mesi scorsi e prova a tracciare l’itinerario per i prossimi anni.
Ora, a me pare che lì si trovino almeno 2 elementi di un certo rilievo, che, come spesso accade, sono occultati dalla narrazione mainstream.

Il primo è relativo alla situazione del debito pubblico: ciò che mi pare significativo non è tanto il suo forte innalzamento quest’anno (dal 134,6% del PIL nel 2019 al 158% del PIL nel 2020), quanto piuttosto, realisticamente,  che il suo rientro ai valori preCovid è previsto si realizzi nell’arco di un decennio (sempre che la pandemia non ritorni ad una diffusione paragonabile a quella dell’inizio d’anno). Questo scenario, per cui al 2031 il rapporto debito/PIL dovrebbe tornare ai livelli del 2019 rivela intanto un dato semplice, ma di grandi conseguenze, e cioè che il nostro Paese continuerà ad essere fuori dalle regole del debito fissate in sede europea per tutto il prossimo decennio;  tali regole, sospese nel 2020 per il diffondersi della pandemia, prevedono che gli Stati Membri dell’area euro che hanno un rapporto debito pubblico/PIL superiore al 60 per cento sono chiamati ad intraprendere una sua graduale riduzione che li porti in venti anni a raggiungere tale soglia di sostenibilità.
Ora, se è ipotizzabile che anche per il 2021 continui la sospensione di quest’approccio, che è quello su cui si sono fondate le politiche di austerità di questi ultimi anni, non c’è dubbio che ripartirà, in tempi non biblici, la discussione sul futuro di quest’impostazione. A quel punto – e probabilmente questo sarà il vero banco di prova per l’Europa, ben di più della messa a punto del Recovery fund – l’alternativa diventerà stringente tra riconfermare quelle regole o arrivare ad una loro profonda modifica ed è bene aver presente che su questo punto discriminante si aprirà una battaglia politica e sociale di grande rilievo.

Il secondo tema che emerge dalla Nadef è il fatto di utilizzare le risorse provenienti dall’Europa (205 miliardi di €, spalmate nel periodo 2012-2026) come volano fondamentale per incrementare gli investimenti pubblici e, per questa via, far ripartire crescita e occupazione. Si potrebbe dire: niente di nuovo, esattamente quello che viene dichiarato da alcuni mesi in qua.
In realtà, ad un esame più attento, quello che si legge in controluce è assai significativo, e cioè che siamo in presenza di un intervento di carattere straordinario, ma tutto sommato con strumenti tradizionali, in sostanziale continuità con le politiche degli anni scorsi.

Gli investimenti pubblici sono previsti crescere in modo significativo e questo dovrebbe consentire di giungere ad una crescita del 6% nel 2021, 3,8% nel 2022 e 2,5% per cento nel 2023.  Quello che appaiono, invece, decisamente ottimistiche sono le previsioni sull’occupazione;  il tasso di disoccupazione dovrebbe ridursi dal 10% del 2019 al 9,5% nel 2020 e all’8,7% nel 2023. Dati, questi, poco attendibili in sé, ma ancor più se consideriamo quello che è già in corso quest’anno, dove il fenomeno più rilevante su questo fronte non è stata solo la caduta degli occupati, ma ancor più la crescita degli inattivi, cioè delle persone che hanno abbandonato la ricerca del posto di lavoro  Né si può sottacere che le politiche del lavoro individuate per i prossimi anni, costruite soprattutto sugli sgravi contributivi e sul sostegno al reddito, già sperimentate negli anni passati, hanno prodotto ben pochi risultati.
Insomma, siamo di fronte ad un approccio che, nella sostanza, ripropone gli schemi classici di politica economica e sociale, con l’unica variante, certamente non banale, di avere più risorse a disposizione. Si potrebbe dire così: le forti risorse che arrivano servono a superare il grave picco negativo in termini di caduta del PIL e della produzione registrato a causa della pandemia e poi si riparte come prima, con un po’ di infrastrutture, digitalizzazione e interventi di “sostenibilità ambientale”, conditi con un bel po’ di greenwashing. Non c’è traccia della necessità di cambiare il meccanismo di sviluppo, di uscire dalla vulgata dell’equazione per cui si tratta di rilanciare la crescita per costruire nuova occupazione, tantomeno si ha la consapevolezza che tutto ciò non funziona più.

Una riprova di quest’impostazione la si ritrova se guardiamo a cosa dovrebbe succedere sui punti che qualificano le politiche di Welfare e sul lavoro pubblico che dovrebbero sostenerli. Per quanto riguarda gli annunciati interventi su istruzione e sanità, siamo ancora a generiche dichiarazioni di principio e, allo stato attuale, pur volendo essere benevoli e imputare alla discussione non sciolta sul ricorso al MES per quanto si riferisce alla sanità, non c’è traccia dell’obiettivo minimo che si dovrebbe realizzare, e cioè l’equiparazione della spesa di queste 2 voci a quella dei principali Paesi europei.
Sempre per stare alla sanità, va ricordato che la spesa sanitaria pubblica nel nostro Paese, secondo i dati della Ragioneria dello Stato, cala, in proporzione sul PIL, dal 7% del 2008 al 6,8% del 2017, scendendo al di sotto della media europea (7%), mentre cresce nello stesso periodo in Germania (dal 6,4% al 7,1%) e in Francia (dal 7,4% all’8%).
Per converso, appare inquietante quanto previsto, sempre dalla Nadef, rispetto alla spesa per i dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni nei prossimi anni. Lì si dice testualmente che “i redditi da lavoro dipendente della PA cresceranno al ritmo del 2,4 per cento e del 2,6 per cento per ciascuno degli anni 2020 e 2021. La dinamica è correlata soprattutto all’aumento degli occupati della PA. La riduzione attesa nel biennio successivo, rispettivamente dello 0,8 per cento e dello 0,3 per cento nel 2022 e 2023, consentirà il calo dell’incidenza dei redditi da lavoro dipendente sul PIL, dal 10,8 per cento del 2020 al 9,6 per cento del PIL nel 2023, livello lievemente più basso del 2019”. E questo dopo la ‘cura dimagrante’ incentrata prima di tutto sul blocco del turn-over, cui i dipendenti pubblici sono stati sottoposti da almeno da 10 anni, per cui essi sono calati di quasi 200.000 persone (-5,6 % rispetto al 2008) e al 2019 risultano essere 3,2 milioni.
Ora, visto che il potenziamento del Welfare pubblico va di pari passo con l’incremento del lavoro pubblico (a meno che si pensi ad un ruolo importante di privatizzazione del sistema), quelle stime, ostentate con un certo ottimismo, a ribadire che il controllo sulla spesa del lavoro pubblico è indice di virtuosità, ci dicono – oltre al fatto che non ci sono spazi più di tanto per i rinnovi contrattuali del settore scaduti nel 2018 – almeno due cose importanti.
La prima è che, appunto, non si ha in testa l’obiettivo di rendere più forte i pilastri del Welfare (figuriamoci il necessario cambio qualitativo necessario); la seconda è che l’occupazione delle Pubbliche Amministrazione può crescere, in termini congiunturali, per affrontare l’emergenza Covid e poi rientrare nella norma. Lo schema sembra essere quello di una crescita dell’occupazione a termine, ricalcando quella già messa in atto con il personale Covid assunto nella scuola ( circa 70.000 assunti con contratti a termine nell’anno scolastico 2020/2021 tra insegnanti e personale ATA).

Siamo ben distanti da ciò che dovrebbe essere messo in campo e, soprattutto, di fronte ad un’impostazione che di fatto non assume come strategici il tema di un nuovo ruolo del Welfare e del lavoro pubblico.
In realtà, si dovrebbe ragionare di istruzione, sanità e assistenza, messa in sicurezza del territorio, riconversione ecologica dell’economia come altrettanti capitoli decisivi per la costruzione di un vero Piano del lavoro, comprendendo in esso crescita quali-quantitativa del lavoro pubblico e del lavoro in generale. Questo, peraltro, sarebbe anche l’approccio per affrontare il quadro che ci consegna la situazione della pandemia e anche per delineare una reale riforma delle Pubbliche Amministrazioni. Di cui si continua a discettare, quasi come fosse un richiamo liturgico, ma senza voler prospettare l’intervento  più semplice ed efficace per realizzarla, e cioè l’inserimento in termini quantitativamente utili di lavoratori giovani e qualificati al suo interno, anche per abbattere l’età media dei dipendenti pubblici, che a fine 2017 aveva raggiunto i 50,6 anni, la più alta in Europa!
Non ci vuole molto a concludere che anche quest’ultimo tema, quello di una vera riforma delle Pubbliche Amministrazioni, rientra a pieno titolo in un’idea di modello sociale e produttivo alternativo a quello che ci prospetta il Pensiero Unico, anche nelle vicende della pandemia. E per il quale vale la pena continuare a ragionare e mobilitarsi.

Questo articolo è apparso il 13.10.20 su https://transform-italia.it/

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