22 Aprile 2016

CAMBIA-MENTI
Prepotenza: attacco o difesa?

Chiara Baratelli

Tempo di lettura: 5 minuti

bullismo

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La prepotenza agita contro altri può essere un attacco con lo scopo di ferire oppure può essere una difesa per paura di essere a propria volta attaccati. I fenomeni di bullismo ci sono sempre stati, ma mai tanto perversamente esibiti da quando la diffusione dei mezzi di comunicazione contemporanei ne rendono la diffusione in rete così capillare.
Gli atti di prepotenza, le molestie o le aggressioni sono intenzionali, cioè sono messi in atto per provocare un danno alla vittima. C’è persistenza nel tempo: le azioni dei bulli durano per settimane, mesi o anni e sono ripetute. Riguardano soprattutto bambini o ragazzi, in genere in età scolare, che condividono lo stesso contesto, più comunemente la scuola.
Vi è un’asimmetria nella relazione, cioè uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce, per ragioni che possono essere di età, forza, genere o per la popolarità che il bullo ha nel gruppo di suoi coetanei. La vittima in genere già prima di subire ‘violenza’ ha problemi di integrazione col gruppo dei pari, non è in grado di difendersi, è isolata e ha paura di denunciare gli episodi di bullismo perché teme vendette e ritorsioni ulteriori.
Il bullismo non è né uno scherzo (in quanto nello scherzo l’intento è di divertirsi tutti insieme e non di ferire l’altro), né un conflitto fra coetanei, che avviene in determinate circostanze e può accadere a chiunque.
Un mio paziente così racconta il suo brutto incontro con la prepotenza altrui: “Quando entrai al liceo le cose precipitarono…venni preso di mira da un gruppo di ragazzini, io ero quello magrino, con gli occhiali, con la “R” moscia e la “S” sibilante, effeminato e un po’ diffidente. Quindi ero la vittima perfetta. Iniziò tutto con degli scherzi stupidi, fatti durante l’intervallo, mi nascondevano quaderni, astucci, libri ecc. e a niente servivano le mie preghiere di restituirmele. Un giorno rimasi, completamente in balia dei miei aguzzini che mi colpirono con schiaffi, pugni e calci, finché non si stancarono e tutto questo durante un’assemblea di istituto. Un giorno i miei genitori stanchi di vedermi in lacrime ogni giorno, decisero di parlare con il preside, lui chiamò i miei compagni nel suo ufficio e da li le cose migliorarono”.
Gli atti di bullismo avvengono sempre su una scena, davanti ad una platea: umiliare la vittima è parte integrante di questo rituale. II bullo utilizza il gruppo per ricavarne forza.
Chi è vittima vive un costante senso di terrore e di mortificazione e paradossalmente questo lo fa sentire parte di qualcosa, parte di un gruppo. Da un certo punto di vista meglio essere vittime che non definirsi affatto.

Il bullo e la vittima condividono la stessa radice: l’insicurezza e ricacciano nell’altro ciò che non possono riconoscere di sé, cioè debolezza o forza. Condividono inoltre la stessa posizione soggettiva rispetto al mondo: l’isolamento (si sentono esclusi).
Essere bullo/vittima dà un’identità: è sempre più rassicurante che non potersi definire affatto. Il bullo per dirsi forte ha bisogno di misurarsi sul debole, così come la vittima per definirsi tale ha bisogno di un carnefice. L’uno è necessario all’altro: sono due figure complementari. Se li si sanziona come provocatori o li si conforta come vittime l’esito è di confermarli nella falsa identità che quel ruolo assicura loro e non li si aiuta ad abbandonare quella posizione soggettiva.
Un altro mio paziente così descrive la sua esperienza alle medie: “La consapevolezza che le parole possano essere affilate come coltelli l’apprendi all’età di dodici anni, proprio quando vedi il tuo corpo cambiare e il più delle volte non lo sta facendo come sperato. A dodici anni, se la fortuna non gira bene, puoi ritrovarti a frequentare ambienti pieni di squali rabbiosi, che non si sa per quale buona ragione hanno voglia di comunicare a tutti i costi come e chi sei; ci tengono a rivelarti il tuo orientamento sessuale, a farti sapere se sei brutto o grasso, vestito bene o male. Possono fartelo sapere in vari modi, urlandolo davanti ad altra gente, oppure sussurrandolo all’orecchio. Possono scrivertelo su ogni pagina del quaderno di matematica, quando sei fortunato, o peggio ancora sui muri della scuola. Quello che tu sai o sei veramente conta poco, non interessa, passa in secondo piano. Tali gesti che oggi, avendo raggiunto la maggiore età e la consapevolezza della loro gravità, sembrano essere impensabili nella realtà di ognuno di noi, quando hai dodici anni possono essere il pane quotidiano”.
È proprio la percezione di non essere padrone in casa propria, che qualcosa di sé non si lascia dominare a spingere i bulli a spadroneggiare sugli altri. D’altra parte la vittima è fin troppo consapevole dei propri limiti e pronto a tutto, anche a sacrificare se stesso per poter credere che ci sarà un tempo in cui troverà la forza per reagire.


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L’autore

Chiara Baratelli

È psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
Chiara Baratelli

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