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Amici per sempre
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Anche oggi, come nelle prime comunità cristiane, Agape fraterna esprime il legame che accomuna chi guarda con fede a Gesù: di tutti coloro che sono convocati e riuniti dalla Parola di Dio alla sua mensa, per rendere grazie, nel ricordo della frazione del pane. Eukharistía appunto (etim. rendimento di grazie’) per il dono della fraternità, dal quale non può essere disgiunto il desiderio di annunciare e vivere sparpagliati tra la gente questo stesso Spirito di Agape, amore non richiesto, non dovuto, spontaneo dunque, che trova in sé stesso la motivazione, senza attendersi altro se non la libertà di una risposta nello stile di una amicizia capace di gareggiare in gratuità e in reciproca ospitalità.

Non per caso, anche il Concilio ‒ l’ho ricordato altre volte ‒ quando parla dell’autocomunicazione di Dio nella storia degli uomini usa l’immagine dell’amicizia. Che anzi viene addirittura assunta come paradigma della relazione che Dio, incontrandoci nell’umanità del Figlio amato, ha intrapreso con l’uomo, per far conoscere la propria volontà e renderlo parte della sua vita: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr.Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (Dei Verbum, 2).

Del resto, forse cogliendo lo stesso Spirito, già San Tommaso equiparava ‘la carità’ a una certa amicizia dell’uomo con Dio. Tanto che lo stesso mistero di Dio si lascia interpretare dall’esperienza di un’amicizia: della quale il Padre è la fonte, lo Spirito il vincolo sostanziale, l’amicizia stessa, il Figlio, l’Amico che conduce a mostrare e partecipare alla fonte stessa di questo amore amicale.

Non sorprende allora che Aelredo di Rievaulx (1110-1167) ‒ un monaco cistercense autore di un intenso libro sull’amicizia spirituale ‒ abbia potuto reinterpretare la nota espressione giovannea “Deus charitas est” (1Gv 4,16) con “Deus amicitia est”, soggiungendo che “colui che rimane nell’amicizia rimane in Dio e Dio in lui“. Ne nasce una relazione a tre: “Ecco io e te e spero che il terzo tra noi sia Cristo; un’amicizia simile alla comunione trinitaria che può arrivare fino al dono supremo della vita”.

Ma sono innumerevoli i richiami all’amicizia nelle pagine dei mistici contemplativi così come nelle sacre Scritture. Teresa d’Avila, per esempio, afferma che “Cristo è un ottimo amico, perché vedendolo come uomo, soggetto a debolezze e a sofferenze, ci è di compagnia”. E l’evangelista Giovanni riporta le parole di Gesù: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”. Amici ‒ si badi ‒ non già nel senso corrivo del termine, ma legati da un’intensità amorosa di tale smisurata portata e capacità da risultare totalizzante: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13-15).

Di più, una “amicizia per sempre“. Così infatti la pensava Santa Teresa d’Avila: interpretandola nella sua autobiografia come frutto di un amore che pratica l’alterità, fiducia di un legame fraterno e sponsale. Un’amicizia ‘per sempre’ che infiammava la lettura delle vite dei santi da parte della mistica spagnola e del fratello, che assieme progettavano di spingersi nella terra dei Mori anche a costo del martirio pur di raggiungere quel fine: Ci impressionava molto nelle nostre letture l’affermazione che pena e gloria sarebbero durate per sempre. Ci accadeva, pertanto, di passare molto tempo a parlare di quest’argomento e godevamo di ripetere molte volte: sempre, sempre, sempre!. E ancora: “Che vogliamo di più di un così fedele amico al nostro fianco, che non ci abbandonerà nelle sventure e nelle tribolazioni, come fanno quelli del mondo? Fortunato colui che lo amerà sinceramente e lo avrà sempre vicino a sé!”. E della preghiera Teresa di Gesù dirà: “per me l’orazione mentale non è altro se non un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama. E se voi ancora non l’amate, cioè se non potete riuscire ad amarlo quanto si merita, sopportate questa pena di stare a lungo con chi è tanto diverso da voi”.

Agapimu (amore mio, amico mio): non è solo il nome di un locale di specialità greche di via Saraceno. In me quella scritta accende la preghiera, mentre vado di fretta, tornando dalla piazza, a celebrare messa in santa Francesca. Proprio lì comincia il mio Introibo ad altare Dei. Salirò all’altare di Dio: al Dio che rende lieta (laetificat) la mia amicizia ‒ come si proclamava nel rito antico della messa che si ispira al salmo 43 (42). In quel punto rallento un poco con la bici, attratto da un altro Agapimu, una canzone di Mia Martini di cui ricordo solo i primi versi che recito come un salmo: “Torna con me. Non so rimanere senza di te, amore mio”.

Una domenica ‒ forse la gente della parrocchia lo ricorda ancora ‒ per esprimere l’aspirazione a un’amicizia ‘per sempre’, la costruzione di un amore con questo amico che non cambia, ho ricordato anche un’altra canzone della stessa artista, Almeno tu nell’universo: “Tu, tu che sei diverso/ Almeno tu nell’universo/ Non cambierai/ Dimmi che per sempre sarai sincero/ E che mi amerai davvero di più, di più, di più”. Così simili queste parole a quelle di un’altra anima innamorata: la Sulamita del Cantico dei cantici, che è chiamata amica dall’amato, storia segnata da un amore perduto e ritrovato “Sei bella, amica mia, iridescente/ con le colombe degli occhi. Sei bello amico mio, dolceridente” risponde l’amata.

Ma l’amicizia come agape è sempre sfidata dal disamore. Tanto che sino alla fine sarà un testa a testa con le potenze che tentano di farla fuori. L’ultima sfida, la più impegnativa, sarà con la morte, che il Cantico equipara in potenza ‒ forte come la morte è l’amore ‒ per dire la decisività dell’esistenza di fronte a entrambe, la necessità di schierarsi per l’una o per l’altra; non è possibile starsene indifferenti, si avrebbe come mercede il disprezzo. Ma proprio sul filo del traguardo, per una manciata di secondi, il sorpasso: Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo” (Ct 8, 6-7). Una sequenza trasposta in innumerevoli poetiche (di Andrea Ponso, Guido Ceronetti, Emilio Villa), tra le quali scelgo quella di padre Agostino Venanzio Reali, parole che attendendo ancora note amiche; chissà… qualcuno lassù contando le “Stelle” e poiché “Non finisce mica il cielo” ci sta già provando:

Come un sigillo imprimimi sul cuore,
come uno stigma portami sul braccio;
poiché l’amore è indomabile
più che la morte, inflessibile
la gelosia più che lo scheol.
Un rogo sono i suoi impeti
d’incoercibili fiamme: non vale
il mare a sopirne gli ardori,
né a travolgerlo i fiumi.

Ogni sabato mattina su Ferraraitalia, appuntamento con la rubrica di Andrea Zerbini PRESTO DI MATTINA.
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