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Ascensione, ovvero sostare sulla cengia del monte

PRESTO DI MATTINA
Ascensione, ovvero sostare sulla cengia del monte

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Può sembrare un paradosso, eppure questo innalzamento della nostra umanità, accanto a Gesù risorto e asceso al cielo, non rappresenta una via di fuga, un invito ad estraniarci dal mondo, ma, al contrario, vuole restituirci ‘la famigliarità con la terra’: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1,11). Sappiamo infatti che nonostante la sua partenza, egli è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20), quasi a voler preservare uno spazio di famigliarità proprio nel cuore di questa terra che continua ad essere ostile, dolorosa segnata dalla violenza.

È come se si fosse generato un corridoio umanitario, una zona sminata in cui continuare a camminare insieme a lui, con fiducia e generosità, verso una terra nuova capace ancora di portare frutto, di generare ancora, nello Spirito del Risorto, luoghi di gratuità, di servizio e di dono disinteressato, solo in presenza dei quali la famiglia umana è in grado di restituire alla terra ferita e mortificata il respiro profondo e rasserenante della speranza. L’ascensione invita dunque ad avere lo sguardo di Gesù: a guardare cioè alla terra e alle vicende che vi si svolgono con i suoi occhi che penetravano il ‘dentro’ delle cose, spingendosi oltre le apparenze, per coglierne il cuore. Quello sguardo penetrante perché alimentato da un amore creatore, che lo portava fin dentro lo smarrimento e le tenebre umane per ritrovare la dignità perduta, per riscoprire una via di bene là dove si vedeva solo smarrimento e disperazione.

Pure l’apostolo delle genti esorta a lasciarci illuminare gli occhi del nostro cuore per comprendere a quale speranza ci ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità, capace di trasfigurare tutte le cose (Ef 1,23). Come a dire che anche quando la nostra terra sembra ai nostri occhi inavvicinabile e inabitabile come un roveto spinoso, e l’umanità invivibile come un ronzante e pericoloso alveare, assumendo il suo sguardo tutto si trasforma consentendoci di cogliere la dolcezza del miele che quell’alveare contiene, la rivelazione di Dio che si cela nel roveto ardente, la prossimità di “Colui che fa partire”, e che ha promesso di restarci accanto per sempre nel cammino dell’esodo umano su questa terra.

Simone Weil ci ricorda che “non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio” (Quaderni, 4, 182). E Gregorio di Nissa con una potente allegoria naturalistica ci ricorda che “nelle acque del Giordano, immagine delle potenze della Terra, il Cristo s’immerge e Egli le santifica. […] ne esce gocciolante, sollevando il Mondo con Sé” (La grande catechesi, 103-104). Ecco il senso profondo dell’Ascensione di Gesù, un movimento di nuova creazione, di portata non solo terreste ma cosmica. Non è quindi guardando il cielo che noi diventiamo più umani e riceviamo l’adozione a figli, ma seguendo la via di una “concretissima incarnazione”, lasciandoci guidare dall’amore e dalla pazienza di Cristo. La nostra capacità vien da lui, che ha “portato vicino il lontano, e reso l’estraneo un fratello. Se si conosce lui nessuno è un estraneo, nessuna porta è chiusa” (Rabindranath Tagore).

Volendo, potremmo allora leggere il significato dell’ascensione, più che guardando a un distaccato empireo celeste, ripensando ai molti monti che nella sua vita terrena Gesù volle salire. L’ascesa al monte delle beatitudini, dove Egli solleva e attrae a sé i poveri, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete di giustizia, e tutta quella moltitudine che ai suoi occhi è l’erede del Regno dei cieli. Il monte della trasfigurazione, in cui rivela la sua familiarità con Dio Padre, la fiducia incondizionata in lui, la gioia di essere il Figlio amato simboleggiata dalla veste splendente. Sempre sul Tabor egli viene confermato nella sua decisione di proseguire nel cammino di liberazione, in compagnia di Mosè, il liberatore dalle schiavitù di un popolo, e di Elia liberatore dalle schiavitù degli idoli, vecchi e nuovi e delle false immagini di Dio con cui si asserviscono gli uomini rubando loro la libertà. Il monte Sion verso il quale, dopo la trasfigurazione, si dirige – il suo e nostro esodo – per imboccare la via crucis che porta sull’altura del Golgota, il luogo del cranio fuori della città, ma pure il preludio della sua Pasqua di risurrezione: smisuratezza del suo amore per la nostra umanità terrosa e palustre. Penso allora che non si debba pensare all’ascensione come una scalata al cielo, la ricerca di una perfezione impossibile fuori dell’umano, un’aspirazione su cui proiettare le nostre frustrazioni alla ricerca di uno status semidivino, come nei miti greci o romani. Una sorta di alibi per non morire e risorgere in e con questa nostra umanità, o per sottrarci a quel mistero della vita che è vocazione a vivere il gesto del rialzare chiunque sia caduto, nello stesso modo in cui Gesù prese la mano del paralitico e disse: “Alzati e cammina”.

Quando la chiesa primitiva accolse le immagini del mondo antico per esprimere l’ascensione del Crocifisso risorto, liberatore vittorioso sulla morte, demitizzò i racconti degli eroi che scalavano con sforzi titanici la montagna del cielo per conquistare la gloria di semidei. Rispetto a questo immaginario, la figura di Gesù che fu annunciata fu quella di un antieroe: la storia della sua buona novella, quella di una morte vinta da un amore rimasto pienamente umano e ospitale – anche verso i nemici – nella forma di un perdono incondizionato e irreversibile che fa rinascere e ricrea; un amore che cresce come il granello di senape, che, innalzatosi sopra tutti gli arbusti, si prende poi cura degli uccelli del cielo con la sua ombra, come il lievito nella pasta che da poca cosa fa crescere il tutto, come il seme della parola gettato senza ritegno anche sulla strada preda dei volatili, tra i sassi e tra le spine soffocanti da un prodigo seminatore che resta fiducioso perché comunque sa che il seme porterà frutto. L’ascensione è allora come una sosta su una cengia di montagna, salendo verso la cima: un momento di riposo da vivere con tranquillità; quella che scaturisce dal sapere finalmente a chi apparteniamo, su chi facciamo affidamento e da cosa dipende veramente la nostra vita.

Me l’immagino come quell’estate – erano gli anni del ginnasio in seminario – quando don Giulio e don Marcello ci portarono sulla cima Catinaccio, un terzo grado, molti appigli e solo qualche chiodo qua e là nella roccia. Don Marcello guidava la cordata, specie nei passaggi difficili, e sapevi di poter contrare su chi era a due tiri di corda avanti anche se non lo vedevi più. Si pensava anche agli altri, quelli ancora giù. Si dava una voce di tanto in tanto e li vedevi affiorare, dopo l’ultimo tiro di corda, trafelati, ormai sulla cengia anche loro. A metà salita arrivarono anche le nubi e una grande nebbia avvolse la montagna. Non si vedeva più in là di un metro, ma la corda ci serviva come traccia. Mi sentii allora come fossi solo, ma poi la voce di don Marcello che finalmente gridò, arrivato in cima. L’eco riempì la valle fin giù per i canaloni e il cuore si allargò di un respiro profondo di sollievo. Ma non era finita. La discesa fu bagnata, così giungemmo zuppi fradici al rifugio. Non riuscimmo a slegare i nodi della corda che ci aveva dato sicurezza, perché a quel tempo le corde erano ancora di canapa e per l’acqua e il freddo si erano indurite come il ferro. Ridevamo di gioia cambiandoci così legati gli indumenti bagnati. E mentre ci riscaldavamo in attesa di una zuppa bollente, io pensavo che un’altra corda ci aveva legati, quella dell’esserci fidati gli uni degli altri.

Ricordo anche, come fosse ieri, quando nel 2004 stavo ritornando dal convegno missionario nazionale di Bellaria della Chiesa italiana. Ero in treno seduto di fronte a suor Maria Costanza delle suore della carità missionaria in Centrafrica, con suor Emma Luisa e suor Maria Francesca, ferraresi entrambe. Chiesi quindi alla prima: “qual è il passo della scrittura che ritorna sempre come leitmotiv della tua vita?”. Non ebbe esitazione e disse: “Io so in chi ho posto la mia speranza”. Non si ricordava il riferimento biblico preciso, che poi scoprii essere una parola di Paolo a Timoteo: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, …egli infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza…, so, infatti, a chi ho creduto e ho fiducia che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato” (2Tm 1,12).

Marie-Melanie Rouget (1883-1967) in arte Marie Noël, coglie le due facce di questa festa: “Il giorno dell’ascensione ci attira là dove Egli è, nella sua alta divinità, e ci porta su verso Dio sulla sua strada./ Oh ascensione, elevazione a Dio, esame dell’anima, giorno cieco, perduto nella mutevolezza del mondo, nel quale ti lascia l’Uomo Dio, che hai seguito, che hai amato, ti lascia, senza guardarti, e ti lascia nella sua luce senza volto, (che e) lo Spirito Santo”, (Notes intimes, Ed. Stock, Parigi 1966, 256). Gli fa eco p. Teilhard de Chardin, il gesuita paleontologo e mistico dalle visioni ardenti: “Gli uni dicono: – aspettiamo pazientemente che il Cristo ritorni -. Gli altri: – Finiamo piuttosto di costruire la terra.- E i terzi: – Per affrettare la Parusia, finiamo di costruire l’uomo sulla terra – “, (P. Teilhard de Chardin, Il Cuore del Problema (1949), in L’avvenire dell’uomo, 339).

Presto di Mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, esce tutti i sabati.
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