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Con i piedi per terra
piedi terra
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«Il Diavolo, quello spirito orgoglioso, non può̀ tollerare di venir canzonato»
(Tommaso Moro [Qui])

Malacoda è solo un’apprendista, un piccolo diavolo, ingenuo e inesperto, nipote di Berlicche, che è al contrario un diavolo navigato, capitano di lungo corso. Screwtape è il suo nome nell’originale inglese; un maestro nel confondere i pensieri, corrompere le cose, dividere ciò che è unito, mischiare realtà e immaginazione.

Andato in pensione da poco non ha altro interesse che scrivere lettere periodiche con cui istruisce il nipote, in missione sulla terra, sull’arte di sottrarre anime al Nemico: Dio è qui “l’avversario nostro” dice Berlicche. «Il gergo corrente, non la discussione, è il tuo alleato migliore per tenerlo lontano dalla chiesa… è un vero godimento far scoppiare l’odio fra coloro che dicono “messa” e coloro che dicono “santa comunione”… Il male della discussione è invece che essa convoglia tutta la lotta sul terreno del Nemico. Anche Lui sa discutere. Il fatto stesso di discutere sveglia la ragione del tuo paziente, e, una volta che sia sveglio, chi può̀ prevedere i risultati che potrebbero seguire?» (C. S. Lewis, Le lettere di Berlicche, Mondadori, Milano 1950, 13-14; 71).

Istruiscilo dunque a pensare alla realtà solo con l’immaginazione, questa è la tattica. Spingilo a fantasticare, a costruire mondi virtuali attraverso le opinioni, il sentito dire e il si dice; fagli credere che l’esperienza è fare esperimenti e pratiche stando alla consolle, distaccati e riparati dalle cose di ogni giorno, privi di coinvolgimento, solo controllando dal di fuori, senza applicare gli esperimenti a servizio alla vita. Come fosse una sfilata di moda sulla stessa passerella, passando da una moda all’altra, da un gioco all’altro, senza prendere e dare forma all’esistenza uscendo in strada.

Uno sperimentare senza un riscontro sul terreno; un tessere la vita con ago senza il filo: «L’utilità delle mode nel pensiero consiste nel distrarre l’attenzione degli uomini dai loro veri pericoli. Il gioco consiste nel farli correre dappertutto con estintori d’incendio ogni volta che c’è un’inondazione, e di affollare quella parte della barca che ha già l’acqua quasi al parapetto» (ivi, 122). Caro Malacoda ‒ ricorda ancora lo zio Screwtapedevi tentarli all’«irrealtà», pasticciando, mettendo sottosopra le cose, facendo credere il contrario di quello che è. Non devi insegnare veramente, ma “annebbiarli”, “ubriacarli” in modo che non comprendano più «cosa si intenda dire quando dicono “realtà”» (ivi 14).

Gli ricorda poi che «gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico li destina all’eternità̀. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: dell’eternità stessa, e di quel punto del tempo che essi chiamano il presente. Il presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l’eternità̀. Del momento presente, e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un’esperienza analoga all’esperienza che il nostro Nemico ha della realtà̀ intera; soltanto in esso viene loro offerta la libertà e la realtà̀. Egli vorrebbe perciò̀ che essi fossero continuamente occupati o con l’eternità̀ o con il presente – o che meditino sulla loro eterna unione con Lui, o sulla separazione da Lui, oppure che obbediscano alla voce presente della coscienza, portando la croce presente, ricevendo la grazia presente, offrendo azioni di grazie per il piacere presente. Il nostro lavoro è di allontanarli sia dall’eterno sia dal presente» (ivi, 73-74).

Anche la memoria del passato è pericolosa perché assomiglia all’eternità e ne contiene tracce indelebili. Farli vivere solo di futuro è la cosa migliore per tenere la realtà del presente lontano dalla loro vita.

Clive Staples Lewis [Qui], convertitosi all’anglicanesimo ‒ terra di mezzo tra cattolici e protestanti ‒ contribuì coi suoi scritti a fra avanzare il cammino ecumenico tra le diverse confessioni cristiane presenti in Inghilterra. La convivenza non era molto facile; le comunità e le parrocchie delle diverse confessioni erano vicine tra loro; si trattava dunque di favorire l’incontro e l’accoglienza pur nelle diversità di esperienze. Così egli richiamò l’attenzione sulla necessità di allargare il “terreno comune” che permette ai credenti di diverse fedi di incontrarsi attorno alle grandi questioni della vita.

Fin dai primi anni a Santa Francesca ogni tanto andavo a rileggere quella pagina de Le lettere di Berlicche, che rimane attuale anche se non è più, ora, solo riferita alla parrocchia, ma alla parrocchia di parrocchie che la nostra unità pastorale di Borgovado.

Le strategie di Berlicche per far sì che un convertito non viva pienamente la vita parrocchiale sono le stesse per impedire lo stile sinodale e l’esercizio della corresponsabilità tra più parrocchie: «Mio caro Malacoda, nella tua ultima lettera hai accennato per caso che, dal momento della sua conversione, il tuo paziente ha continuato a frequentare una chiesa, ed una sola, e che non ne è completamente soddisfatto. Posso chiederti che cosa stai facendo? Non capisci che ciò, se non è dovuto a indifferenza, è una cosa molto brutta? Certamente sai che se non si riesce a curare un uomo dall’andare in chiesa, la cosa migliore da fare è di mandarlo per tutto il vicinato in cerca d‘una chiesa che “vada bene” per lui, affinché diventi un buongustaio e un esperto in chiese. Le ragioni sono ovvie: l’organizzazione parrocchiale dovrebbe essere sempre attaccata perché, essendo un’unità di luogo e non di simpatie, porta insieme gente di diverse classi e di differente psicologia in quel genere di unità che il Nemico desidera» (ivi, 78).

Con i piedi per terra.

Non è solo un problema pastorale, ma umano ‒ direbbe Xavier Zubiri [Qui] ‒ quello di “saper stare nella realtà”, faccia a faccia in modo interattivo, dialogico, sinodale. Perché la realtà non è struttura di possibilità solo virtuale, manipolabile finché “non va bene a me” e non si adegui al mio gusto, alla mia taglia.

Anche l’esperienza spirituale, liturgica ed ecclesiale, oltre che umana, non si ferma agli esprimenti di laboratorio, emulando l’immobilità e l’intangibilità di modelli del passato, o rincorrendo, folleggiando un futuro indistinto che si affida al caso. Neppure si muove con degli slogan contrapposti, come incrociando in duello gli ideali o la retorica della tradizione del “si è sempre fatto così” a quella dell’innovazione, del “tutto è da buttare”. Il tutto inconsciamente animato, non già dalla ricerca di stili sostenibili per vivere insieme, ma dalla recondita esigenza di certificare selettivamente solo chi sia il migliore.

L’eccellenza, tanto ecclesiale quanto umana, non sta nei titoli o nelle strutture imponenti, ostentate nei segni e insegne di potere. Questa è solo retorica ingannatrice, che alla fine risulta divisiva, conflittuale, negativamente classificatoria e penalizzante dell’umano e del cristiano. Sulle prime essa può affascinare come le scintille nella stoppia, ma poi resta il disincanto amarissimo della cenere nera sulla terra bruciata e sul vangelo.

Semmai, l’eccellenza è bellezza nascosta e sedimentata nel profondo; formata strato dopo strato, passo dopo passo, nel vissuto di ogni giorno in una banalità apparente, spinta fuori (ex-cellere) solo alla fine, come l’eccedenza sovrabbondante e testimoniante una vita che si dona, tanto da lasciare stupiti: come da un piccolo seme, un frutto di singolare e nuova umanità.

È capacità di presa sulla vita, nel divenire esperti praticando umanità, anche attraverso il sacrificio di se stessi. Sta nella dedizione alla causa dell’uomo a partire dagli ultimi e dagli svantaggiati; sta nel trovare vie di uscita alle esperienze proprie e altrui, quando si ripiegano su se stesse divenendo autoreferenziali; nel far rinascere o nell’aprire a una realtà più grande; è la sua costante determinazione e cura, incoraggiando sinapsi tra la gente (σύν/con e ἅπτειν/toccare), connessioni esistenziali per una crescita condivisa del bene comune, mettendo in guardia dalla retorica dell’accumulo, del meticcio, della identità, dell’esclusivo: il diavolo veste Prada.

«Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie – dice Paolo ‒ Provate ogni cosa e vagliate ciò che è buono» (1 Tes 5,19-20): traducete in vita etica, per gli altri, i vostri esperimenti.

Fare esperienza allora è di più che fare un esperimento. Così come la realtà è superiore all’idea, ma l’una non esclude l’altra e neppure va senza l’altra, parimenti l’esperienza deve uscire fuori, rischiarsi allo scoperto della realtà, verso un orizzonte che è sempre oltre, infinitamente aperto. La realtà è qualcosa che ci sorprende e ci supera sempre: il discernimento comunitario come “l’intelligenza senziente” (Xavier Zubiri), quella che si fa carico della realtà, le danno una forma, un senso, un giudizio, una intelligibilità, una bellezza.

Se la realtà è la materia prima, diversificata, plurale, imprevedibile, incontenibile, segnata dal nascere e dal morire, l’esperienza dell’“intelligenza senziente”, che lascia essere le cose nella loro diversità e la condivisione di ciò che è proprio di ciascuno, sono le mani che la plasmano, impastando con essa nel presente il futuro dell’umano in un processo di socializzazione e personalizzazione.

Geremia «scese nella bottega del vasaio, ed ecco, egli stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli riprovava di nuovo e ne faceva un altro, come ai suoi occhi pareva giusto» (18, 3-4).

Per vivere spiritualmente e creativamente bisogna immergersi e lasciarsi impastare nel reale. Scrive Romano Guardini [Qui]: «Esiste un tipo di creazione spirituale che si deve pagare con la capacità di sentire» (Diario, 124). E senza questo esercizio dei sensi “intelligenti”, che leggono in profondità, dentro (intus legere), la fede stessa, si dissocia dalla vita, si ammala, rinsecchisce e diviene come quelle foglie che si staccano dall’albero dell’esperienza private della linfa.

Quando nelle nostre parole, negli scritti, negli stessi gesti liturgici, ma anche in quelli più familiari e umili ‒ come far da mangiare, apparecchiare la tavola, far le pulizie ‒ viene meno l’energia del fatto che li ha suscitati, essi diventano pragmatici, da manuale, senz’anima: situazioni e ambiti in cui la realtà è come archiviata, rinchiusa, immobile, tolta via dal suo contesto.

E Pierre Teilhard de Chardin [Qui] vedeva con assoluta evidenza «la vuota fragilità delle più belle riflessioni e immaginazioni di fronte alla pienezza definitiva del più infimo fatto colto nella sua realtà concreta e totale». Per comprendere e interpretare il mondo bisogna viverlo: «Ogni conoscenza astratta (virtuale) è solo ‘essere appassito’; poiché, per capire il Mondo, non basta sapere: bisogna vedere, toccare, vivere nella presenza, bere l’esistenza bell’e calda nel seno stesso della Realtà», (“La Potenza spirituale della Materia”, in Inno dell’universo, 67-68),

Concludo come ho iniziato, dando la parola a C.S. Lewis: «Noi non ci accontentiamo di vedere la bellezza, anche se sa il Cielo che gran dono sia questo. Noi vogliamo qualcos’altro che è difficile esprimere a parole – vogliamo sentirci uniti alla bellezza che vediamo, trapassarla, riceverla dentro di noi, immergerci in essa, diventarne parte»
(Il brindisi di Berlicche e altri scritti, Milano 1980, 149-150).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

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