14 Maggio 2022

PRESTO DI MATTINA
Il deserto e il pozzo

Andrea Zerbini

Tempo di lettura: 11 minuti

pozzo deserto orme

 

«Sono il pozzo e il deserto attorno al pozzo; traggo da me l’acqua che mi feconda. Queste parole che procedono da me, sono incapace di verificarle nella mia vita di ogni giorno. Ma io credo, io attendo ch’esse mi siano donate. Ne assumo la responsabilità. Io le bevo, poi le lascio ritornare nel silenzio» (Pierre Emmanuel,  Le desert et le puits, in Esprit, 320/9 1963, 202).

Olivier Clement [Qui]  ha scritto di Pierre Emmanuel [Qui] che egli vedeva ovunque il segno di una doppia assenza, di un duplice silenzio: quello di Dio sepolto nell’uomo che vive senza Dio, e quello dell’uomo sepolto nel pensiero che Dio è morto.

«Sole sventrato oscurità senza mistero… Il deserto grida invano un albero Signore». E tuttavia agli occhi del poeta un “sabato santo” è la storia, un vivere come «mirra nel deserto»: attesa, indugio ma anche appello, quando il desiderio di Dio presso il pozzo del suo silenzio, come presso la tomba chiusa del sabato santo, diviene per Pierre Emmanuel desiderio della Parola, esperienza del suo sorgere, del suo “sì alla Parola.

Una responsabilità verso la parola affinché non venga meno e non soccomba alla minaccia di una perenne assenza e definitivo silenzio. «Cammino nella mia parola ed essa mi aiuta ad avanzare… essa riaccende il senso «in attesa di una risurrezione inimmaginabile e forse imminente… Il mio incontro con la parola e con Dio è nel seno delle cose».

Ricorrente − soprattutto nei testi che hanno una trama biblica e alludono al pozzo di Isacco, di Giacobbe, della Samaritana − è negli scritti di Pierre Emmanuel il riferimento alla simbologia del deserto (come «silenzio di Dio») e del pozzo (ad identificare il suo mistero): «Così Giacobbe: il suo volto è l’orlo del pozzo/ Scavato da Dio nell’uomo e l’uomo in Dio, insieme», (Jacob, 90).

Nell’immaginario del deserto e del pozzo possiamo attingere così alla forma della realtà: un fuori (dehors) e un dentro (dedans) che ci consentono di scorgere il carattere simbolico della parola che accede al reale, lo apprende e infine lo comunica.

La sua è funzione di segno provvisorio che emerge dal pozzo e poi ritorna nel suo silenzio per attingerne di nuovo il senso. E in questo movimento di ascesa, discesa e risalita essa indica che c’è dell’altro, oltre, in fondo ciò che essa fa vedere alla superfice.

La parola è messaggera nell’esteriorità, il deserto del senso, di un’interiorità, il pozzo di acque feconde. Essa significa così nel fuori un dentro, eccedenza misteriosa e nascosta del senso del vivere. Ma non solo: nel suo manifestarsi la parola grida che il silenzio non è assenza, ma presenza che trasforma, fecondazione e gestazione di una nuova parola.

Per questo la realtà è “deserto” e “pozzo” insieme, un fuori e un dentro comunicanti l’uno con l’altro: «Lentamente, oscuramente, io sarò cambiato, rinnovato. Obbedirò senza nemmeno sapere al suggerimento dell’Essere: alla sua intenzione su di me che è il mio stesso essere. Voglio questa presenza profonda, questo significato di cui l’intenzione mi è nascosta. Non mi ha dato altra legge che tendere l’orecchio e dire. Ascolto e dico» (ivi).

Simile è così il poeta a Rachele al pozzo, l’unica vera amata da Giacobbe: «al limite del silenzio/ Ascolta l’enorme orecchio tutt’intorno/ Il deserto parla./ Il pozzo è una scala per il paradiso/ La tua anima è l’intero deserto, il cielo dei sogni».

Ma pure simile a Rachele è la Parola: Tu sei la strada e la scala e l’acqua nel pozzo. L’eternità, parte della Promessa»; il linguaggio è «fuoco greco» che nemmeno l’acqua può estinguere: «La tua fiamma innerva i mondi/ Senza toccare il profondo/ Distanza tra me e me/ Perché l’oceano del linguaggio/ Non è che un pozzo a cielo aperto/ di cui l’intero universo ne è il bordo e la grata/ Ma la stella in fondo al pozzo Immensità puntiforme m’intima al centro un segreto/vertigine di cui sono fatto/ Verbo senza parole o simboli/ Abisso della Parola/ voragine e battito del senso/ che mi sospende e mi trapassa/ che mi separa per sospendermi/ allo Zenith del mio nulla/fino alla roccia del mio nulla», (Evangeliaire, 30-31).

Deserto e pozzo sono i due volti, i due universi, il fuori e il dentro, il visibile e l’invisibile che connotano l’esperienza del reale, il suo mistero. Così per Pierre Emmanuel «il mistero è il senso nascosto sotto ciò che appare»; ciò che è visibile della realtà nasconde qualcosa d’altro, di cui essa diventa segno che manifesta un altrove in cui cercare.

Pertanto al fine di approcciarsi al mistero – ma sarebbe meglio dire per lasciarci avvicinare da lui − non serve essere un veggente, ma un viandante e nomade nel deserto delle apparenze. Come a dire che possiamo andare verso e attraverso l’invisibile senza abbandonare il visibile di cui è traccia, ma non senza però manifestare a questo mondo e ai suoi volti un’intima attenzione per scorgere attraverso il volto, il mistero che si illumina e si nasconde in esso.

Così per Pierre Emmanuel «credere al mistero e credere che tutto è segno e che ogni cosa compreso me stesso è figura che sempre porta un significato. O piuttosto sono io che dò significato senza distogliere lo sguardo dall’apparenza dove scelgo e dò diversa forma alle mie immagini.

Non fuoriesco mai dal mondo eppure in virtù del simbolo e della sua azione che trasforma io sono allo stesso tempo nel mistero, in sua presenza. Sono io che suscito dei segni per intendere attraverso essi l’eco che orienta la mia fuga: qui sta l’essenziale, il mistero è questo pensiero che di figura in figura fugge ad ogni limitazione oggettiva e gioisce presentendo l’eterno invisibile. Non posso afferrare l’impercettibile ma da lui sono preso» (Le desert et le puits, 194).

Si sperimenta la vita attraverso quel passante di valico, il duplice piano delle apparenze e del mistero, del fuori e del dentro e allo stesso tempo della loro unità. Facciamo esperienza della frammentazione e di ciò che mi manca, e tuttavia i segni e le parole ci ricordano qualcos’altro, indirizzano verso qualcuno mancante, con il quale poter formare un tutto.

Questa itineranza claudicante risponde dunque ad un’eco originaria che dal fondo del pozzo risale e sparpaglia le sue risonanze tra le dune ventose e sempre mobili, vaganti del deserto. Un’eco nella forma di un richiamo, di una vocazione che è «soffrire l’abisso di una distanza presentendone la pienezza: tale è la vocazione simbolica dello Spirito».

Ed in essa si rispecchia pure la vocazione poetica di Pierre Emmanuel: «Questa vocazione è per me essere un poeta. Essa dà alla mia poesia non solamente un linguaggio ma una destinazione. Vocazione che fa della mia poesia non è solo una lingua ma uno scopo.

Definisco poesia per quello che voglio che sia: un linguaggio orientato verso il significato nascosto – linguaggio di un essere che manca di Essere e che tende verso l’Essere pronunciando appunto questa mancanza. La poesia così intesa è un’attività singolare: la mia. Sono la mia poesia.

Ma al tempo stesso sono io e pure un altro. La mia poesia oltrepasserà sempre ciò che io sono al momento di scriverla. La poesia è Atto totale: l’Atto di chi si mette e si cerca nella sua parola. Colui che cerca se stesso si cerca al di là di se stesso mettendo il suo essere in ricerca dell’Essere ma sempre senza saperlo… Nessuna opera d’arte prende forma senza dare forma a chi lo crea», (ivi, 195; 200).

«In nome di che cosa?»

È il titolo di una comunicazione di Pierre Emmanuel al congresso della rivista Esprit fondata dal filosofo Emmanuel Mounier [Qui] (Au nom de quoi?, in Esprit, 325/2 1964).

I verbi che definiscono il linguaggio in quanto parola sono: affermare, designare, contestare, profetizzare. Infatti, scrive il nostro autore, «la parola è proiezione dello spirito creatore nell’esistenza di chi la proferisce e nel mondo in cui vive. La parola valorizza la realtà, essa incarna il linguaggio, vi introduce una presenza umana e credo pure divina come un fatto irreversibile e irriducibile» (ivi, 179).

In nome di cosa allora − si domanda il nostro autore − continuare a parlare, a scrivere ed affermare, designare, contestare e profetizzare?

La sua risposta abbastanza articolata circa il significato della letteratura in una società che dispone di nuovi mezzi di conoscenza offre una prima indicazione: «in nome della fame. Il nostro mondo della abbondanza e della sazietà non è altra cosa che il mondo della fame. La fame è l’esperienza decisiva dell’uomo “cosmico”, quella che determina ogni nostra sorte materiale e spirituale.

Perché la fame – fame organica – è diventata talmente un grido alle nostre porte che la nostra cultura occidentale viene annientata sotto i nostri occhi e che la nostra arte la nostra letteratura e anche il nostro pensiero assomigliano ai giochi alessandrini, nel vano tentativo di preservare, mentre si gioca per distruggerlo, un rituale le cui regole non hanno più senso e la carestia del copro si unisce così a quella dello spiritoLa vita interiore è forse solo questa fame che è divenuta cosciente e che trasforma il mondo, sia per nutrirsene che per scavare in esso» (ivi, 187; 189).

L’altra indicazione offertaci da Pierre Emmanuel è questa: «Io parlo in nome della parola che porto dentro di me e che mi contiene, come voi la portate e siete compresi in essa. Parlo per dare fiato alle parole divenute rarefatte, per respirare in loro nello stesso respiro, insieme accrescendo la mia capacità spirituale e il loro significato.

Dare un significato più trasparente alle parole della tribù”, rimane così la vocazione di ogni servitore del linguaggio, l’appello che ogni parola del linguaggio ci rivolge come suoi servi. Se non siamo tutti chiamati a fare poesia, siamo tutti poeti, creatori di senso – o i suoi procreatori

La parola è dentro me, costituisce il mio essere; non è lei che mi esprime più o meno bene, sono io che sono più o meno lei. Fintantoché non comprendo questa intimità, e dimoro nel luogo segreto nella parola, non sono trasformato da essa; dal giorno in cui scopro che sono io che parlo questa parola che mi oltrepassa, che io lo attesti o no, posso solo convertirmi o rifiutarmi a lei, esserle fedele o praticare consapevolmente l’infedeltà» (ivi, 93-94).

La fedeltà alla parola trova il suo spazio interiore, la sua più intima intimità, nel cuore: luogo della trascendenza della parola perché è lì che essa sorge in comunione con l’amore: «A questa trascendenza del Cuore si dedica il poeta: alla modificazione del nostro essere che essa comporta attraverso un rinnovamento personale o interpersonale, da una nuova nascita che è un presentimento indefinitamente ampliato e l’apertura di un senso infinitamente oltre l’intimità in cui tuttavia riposa in noi.

Questo oltre infinito, questa santità del Verbo, ci mette di fronte all’estraneità sconvolgente (étrangeté bouleversante) di questa Parola: l’uomo parla e la parola di cui si serve si apre dentro un abisso, su un Verbo inesauribile, la cui pienezza sempre perseguita, eternamente inconcepibile, è l’unica giustificazione delle nostre parole e l’essere stesso della nostra adorazione» (ivi, 195).

Il deserto non senza il pozzo; il Verbo dentro il silenzio

Perché quest’uomo
Chiamato Gesù
Che visse il suo tempo e la sua ora
Mi parla così
Non dal fondo dei tempi
Ma ora e qui
Non dico più sono storie
Comprendo ciò che mi si dice
Scruto la faccia del Libro
E vedo Lui.
Voi siete tutti fratelli vostro Padre è il mio
Io sono il suo Unico
Ogni uomo è in me.
(Evangeliaire, 243)

 

Signore, insegnaci a parlarti
Il fuoco sia la nostra lingua
Affrontando la notte

Signore insegnaci
A sostenere il tuo silenzio,
Quando l’ombra s’addensa e il fuoco si spegne.

Signore insegnaci a ravvivare
D’un soffio sulle nostre ceneri
Il tuo sorgere (Ton Orient)

Signore, insegnaci a consumare l’attesa,
Per far sbocciare l’alba che ci attende.

Signore, insegnaci ad ascoltarti
Tu che sei sulle nostre labbra
Quando preghiamo

Signore, insegnaci a chiamarti Padre nostro:
una preghiera che ha il sapore del pane.
Una preghiera che sia la nostra casa
(Evangeliaire, 118)

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